di SERGIO SALVI
Da quasi tre decenni, ormai, il “comunismo” ha cessato di essere operativo a livello internazionale. Non è nemmeno più descrivibile come qualcosa di compatto e unitario nell’ideologia e nella prassi. Sopravvive, come nome, soltanto in Cina, nel Vietnam, a Cuba, nella Corea del Nord e in poche altre pallidissime imitazioni statuali, mescolato con un capitalismo più o meno di stato, quando non col capitalismo tout court: ed è succubo consapevole delle onnipotenti e variegate “ragioni del mercato”, che sembrano essere diventate la nuova fede universale.
Appare allora più patetico che ridicolo professare l’anticomunismo rituale, quello di maniera in voga nel secolo scorso, che purtroppo ancora ci circonda e ci condiziona (Berlusconi docet). L’anticomunismo di maniera è infatti una forma perversa di ciò che va considerato il vero nemico dell’umanità e dell’intelligenza: il “luogo-comunismo”, che consiste nel ridurre in pillole, in formule