Si dice che chi dimentica la storia sia condannato a riviverla. In questi giorni è tutto un affannarsi attorno all’idea di andare sulle coste libiche ad affondare navi e barconi per impedire che imbarchino clandestini e ce li scarichino sulle coste. Alcuni di quelli che la propongono hanno l’aria compiaciuta di chi ha fatto una bella invenzione. Non c’è niente di nuovo né di originale: secondo un copione che si ripete da più di mille anni, dalla costa meridionale del Mediterraneo qualcuno cerca di attraversarlo, prova a sbarcare e a fare disastri, oppure scorrazza per il mare a fare bottino a spese altrui. Lo scontro si era temporaneamente risolto solo grazie alla scarsa dimestichezza con l’avanzamento tecnologico delle comunità nordafricane che – a partire dal 700 – ha dato alle flotte europee un crescente vantaggio militare nel dare alle coste africane qualche esemplare “ripassata”: l’ultima volta l’ammiraglio veneziano Angelo Emo aveva bombardato nel 1785 i porti tunisini. Con gli europei impegnati a scannarsi nelle guerre napoleoniche gli altri hanno ripreso baldanza ma la reazione non si era fatta attendere. I primi erano stati gli americani, estranei alle guerre europee e perciò più attenti ai propri affari mediterranei. Per liberare una nave e il suo equipaggio detenuti in Libia, avevano sbarcato nel 1805 il tenente Presley O’Bannon con un gruppo di commandos. L’impresa non era stata brillantissima ma questo non le ha impedito di finire in libri e film, oltre che nell’Inno dei Marines.
Rileggere oneto: con gli sbarchi in terra africana nacque l’italia moderna


