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Colombia: De La Espriella di ultra-destra? Il suo programma parla la lingua di Milei e Bukele

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di ARTURO DOILO

Uno dei riflessi condizionati più curiosi della politica contemporanea consiste nel definire “ultra-destra” qualunque leader non appartenga alla galassia progressista. Negli ultimi anni questa etichetta è stata applicata indiscriminatamente a figure diversissime tra loro: Donald Trump, Giorgia Meloni, Javier Milei, Nayib Bukele, Santiago Abascal e molti altri.

Ora la stessa sorte sembra toccare ad Abelardo de la Espriella, protagonista della politica colombiana e autore del programma Colombia, Patria e Milagro, presentato per le elezioni presidenziali del 2026, tenutesi il 31 maggio scorso. Basta leggere il documento per accorgersi che la definizione di “ultra-destra” (da intendersi come fascista) non descrive il suo progetto politico. Anzi, rischia di nascondere la vera natura della proposta. De la Espriella è, piuttosto, un liberale in economia e un sostenitore della linea dura contro il crimine. Una specie di Milei sul piano economico e Bukele sul piano della sicurezza.

Storicamente il fascismo si caratterizza per alcuni elementi precisi: economia dirigista, forte intervento dello Stato nell’attività produttiva, controllo politico delle organizzazioni economiche, subordinazione dell’individuo alla collettività nazionale e centralità dello Stato come valore supremo. Nulla di tutto ciò compare nel programma di De la Espriella. Al contrario, il documento propone una drastica riduzione del settore pubblico, una semplificazione fiscale e una valorizzazione della libera impresa. Tra le misure più significative figurano:

  • Riduzione del 40% dell’apparato statale.
  • Eliminazione di ministeri considerati inutili.
  • Meritocrazia nella pubblica amministrazione.
  • Semplificazione burocratica.
  • Riduzione della pressione fiscale.
  • Tutela degli investimenti nazionali ed esteri.
  • Zone economiche speciali.
  • Incentivi all’innovazione tecnologica e all’intelligenza artificiale.

Dogmi fascisti forse? In vero, sono politiche che ricordano, anche se non appieno, alcune delle riforme promosse da Javier Milei in Argentina. E l’influenza del presidente argentino emerge in numerosi passaggi del programma.

De la Espriella propone una vera e propria “economia libertaria orientata all’occupazione di massa”, con riduzione delle imposte, sicurezza giuridica per gli investitori, liberalizzazione economica e contenimento della spesa pubblica. Particolarmente significativo è il principio secondo cui lo sviluppo deve essere finanziato attraverso crescita economica e tagli agli sprechi statali, non mediante nuove tasse. L’intero capitolo fiscale ruota infatti attorno all’idea di aumentare il gettito ampliando la base imponibile e favorendo l’attività economica, non aumentando le aliquote. Una sintesi di ciò che ha sempre raccomandato Laffer.

Si tratta della stessa filosofia che ha caratterizzato il programma di Milei: meno Stato, meno ostacoli burocratici, più investimenti e maggiore libertà economica. Anche il sostegno al settore energetico, al fracking, agli investimenti privati e alla protezione della proprietà privata si inserisce chiaramente in una visione liberale dello sviluppo.

Se il modello economico richiama Milei, il modello securitario richiama invece Nayib Bukele, che ha trasformato El Salvador da un caravanserraglio dominato dalle “Maras” nel paese più sicuro del Latinoamerica.

Il programma parla apertamente di recupero del controllo territoriale, offensiva contro narcotraffico e criminalità organizzata, costruzione di sette megacarceri di massima sicurezza e rafforzamento degli strumenti di intelligence. In un passaggio il riferimento è addirittura esplicito. Le nuove strutture carcerarie vengono definite “Modelo Bukele”.  L’idea centrale è che senza sicurezza non possa esistere prosperità economica. È una filosofia che ha reso Bukele estremamente popolare in El Salvador e che De la Espriella intende adattare al contesto colombiano, segnato dalla presenza del narcotraffico e delle organizzazioni armate.

Siamo forse di fronte ad un libertario colombiano? Certamente no! Il programma contiene elementi che possiamo definire conservatori. Difesa della famiglia, valorizzazione della fede cristiana, lotta alla corruzione, enfasi sull’ordine pubblico e sull’autorità della legge occupano una posizione centrale nel documento. Ma, per la cronaca, conservatorismo e fascismo non sono sinonimi.

Difendere la famiglia, la religione o la sicurezza pubblica non trasforma automaticamente una proposta politica in un progetto autoritario. Al contrario, molte democrazie liberali occidentali hanno costruito la propria identità proprio su questi principi. E in quest’epoca in cui si sta combattendo una battaglia campale, in tutto l’Occidente, contro il neo-marxismo, De la Espriella rappresenta un nemico, da stigmatizzare, per la marmaglia “socialista del XXI secolo”, che ha governato il subcontinente americano nel primo ventennio di questo secolo.

L’uso dell’espressione “ultra-destra” per descrivere De la Espriella sembra derivare meno dall’analisi del programma e più da una tendenza culturale diffusa. Oggi molti osservatori classificano come “estrema destra” qualsiasi progetto politico che metta in discussione il progressismo dominante, sostenga la libera impresa, difenda la sovranità nazionale o proponga politiche severe contro la criminalità. Ma questa classificazione finisce per svuotare le parole del loro significato storico.

Se un candidato che propone riduzione dello Stato, abbassamento delle tasse, tutela della proprietà privata, incentivi agli investimenti e lotta alla burocrazia viene definito fascista, allora il termine perde qualsiasi significato. Il candidato colombiano propone una Colombia più vicina alle idee di Javier Milei (meno Stato, meno tasse, più mercato, più investimenti e più crescita) e di Nayib Bukele (tolleranza zero verso narcotraffico, criminalità organizzata e corruzione).

Si può condividere o criticare questo progetto. Ma definirlo fascista significa non aver letto il programma oppure utilizzare il termine come semplice slogan politico. E gli slogan, per definizione, servono a evitare le analisi.

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