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Il significato del caso Henry Nowak: l’attivismo ideologico della polizia

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di  REGINALD GODWIN

Un errore fondamentale dei conservatori tradizionali è la loro abitudine di scambiare i sintomi per le cause. Un migrante accoltella un passeggero su un treno. Una banda dedita all’adescamento viene smascherata dopo vent’anni di indifferenza da parte delle autorità. Un criminale violento viene rilasciato in anticipo dal carcere e commette subito un’altra atrocità. Una forza di polizia passa migliaia di ore a indagare sui post sui social media mentre i furti con scasso vengono tranquillamente archiviati. Il conservatore nota ogni scandalo a turno. Scuote la testa. Si lamenta dell’incompetenza. Poi passa allo scandalo successivo.

Ciò che raramente si chiede è perché gli scandali sembrino sempre puntare nella stessa direzione. I conservatori più radicali si pongono questa domanda, ma le risposte che danno, per quanto interessanti, forse non sono adatte a essere discusse sul blog della Libertarian AllianceQuesto mi porta quasi inevitabilmente alla scioccante morte di Henry Nowak. Ritengo che sia un caso importante non perché unico nel suo genere, ma perché tipico. E proprio per questo capace di rilevare, con tutta la chiarezza possibile, ciò che è diventato lo Stato britannico e ciò che è diventata la polizia al suo interno.

I fatti recenti sono ben noti. Uno studente bianco di diciotto anni giaceva moribondo dopo essere stato accoltellato cinque volte da un aggressore di colore. Le coltellate erano state sferrate deliberatamente e senza alcuna provocazione. L’aggressore era stato ripreso dal fratello, il quale aveva poi chiamato la polizia sostenendo che Nowack avesse fatto commenti offensivi sul colore della loro pelle. La polizia è arrivata sul posto nel giro di sette minuti, dove sono stati forniti ulteriori dettagli sulle presunte osservazioni offensive. Questi sono stati accettati dagli agenti senza alcuna obiezione. Nowack è stato ripreso dagli agenti mentre affermava di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. Gli agenti hanno reagito arrestandolo e ammanettandolo. Lo hanno trascinato sulla ghiaia. Le ultime parole che gli sono state rivolte sono state la lettura dei suoi diritti in quanto criminale arrestato. Poco dopo, è morto.

La spiegazione standard è che siano stati commessi degli errori in circostanze difficili. Forse è così. I poliziotti commettono errori. Gli esseri umani commettono errori. Qualsiasi istituzione che impieghi un gran numero di persone è soggetta a negligenze e, talvolta, ad assurdità. Ma questa spiegazione lascia senza risposta la domanda più importante. Perché sono stati commessi proprio questi errori? Perché gli eventi hanno preso questa piega piuttosto che un’altra? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire proprio dalla polizia stessa.

A destra va di moda idealizzare la polizia del passato. È una sciocchezza. Ho avuto a che fare con loro a titolo professionale per decenni. Non sono mai stati ammirevoli. Mi sono sempre sembrati pigri e, di solito, non molto brillanti. Spesso si sono dimostrati particolarmente corrotti. Vendicativi a livello personale. Hanno spesso preferito bersagli facili a criminali difficili. La vecchia battuta secondo cui un poliziotto preferirebbe arrestare un ubriaco pacifico piuttosto che una banda violenta non è mai stata, nella mia esperienza, priva di fondamento.

Eppure, un tempo c’era un limite al male che potevano causare. Non possedevano né l’ambizione né gli strumenti intellettuali necessari per l’ingegneria sociale. Un agente di polizia nel 1980 poteva essere uno sciocco. Poteva essere un prepotente. Poteva essere corrotto. Ma difficilmente era un attivista ideologico. Non pensava che il suo scopo fosse trasformare la società. Non immaginava di essere impegnato in una crociata morale contro il pensiero scorretto. Non si considerava il custode dell’opinione “approvata”.

In effetti, uno dei punti di forza del vecchio ordine costituzionale era che nessuno si aspettava molto dalla polizia al di là del mantenimento dell’ordine pubblico. Non ci si aspettava che risolvesse la povertà, sradicasse i pregiudizi, modificasse il linguaggio, migliorasse gli atteggiamenti o vigilasse sulla moralità pubblica. I suoi poteri erano limitati perché la sua funzione era limitata.

La polizia di oggi è differente. Ciò che la rende pericolosamente diversa non è il fatto che sia diventata più intelligente. Non lo è diventata. Non è che sia diventata più onesta. Non è diventata nemmeno questo. E non è nemmeno che sia diventata più efficiente. Il crollo della fiducia dell’opinione pubblica suggerisce il contrario. Il pericolo sta nell’aver assunto una missione politica.

Questa trasformazione non è iniziata all’interno delle forze di polizia. È iniziata all’interno della classe dirigente britannica. Nel corso del XX secolo, e in particolare dopo gli anni ’60, la classe dirigente ha gradualmente abbandonato la vecchia concezione liberale delle istituzioni pubbliche. Queste istituzioni non esistevano più solo per amministrare. Esistevano per migliorare. Il loro scopo è diventato morale piuttosto che pratico. Le scuole hanno smesso di essere luoghi in cui i bambini imparavano a leggere e a fare di conto. Sono diventate motori di trasformazione sociale. Le università hanno smesso di essere centri di studio. Sono diventate centri di istruzione politica. La BBC ha smesso di essere un’emittente. È diventata un tutore nazionale. La pubblica amministrazione ha smesso di amministrare le politiche. Si è dedicata sempre più a definirle. La polizia ha seguito lo stesso percorso.

Il risultato non è stato immediatamente evidente. Le vecchie strutture sono rimaste invariate. I poliziotti hanno continuato a indossare l’uniforme. Le auto di pattuglia a circolare per le strade. Le indagini penali sono proseguite. Eppure, sotto la superficie, è avvenuto un profondo cambiamento. La polizia è stata sempre più incoraggiata a considerarsi non come custode dell’ordine pubblico, ma come gestore delle relazioni sociali.

Ciò è particolarmente evidente nelle questioni razziali. Il Rapporto Macpherson ha segnato una tappa importante in questo processo. La sua influenza si è estesa ben oltre il caso di Stephen Lawrence. Ha spinto un’intera generazione di agenti di polizia a guardare alla società attraverso una lente particolare. Il presupposto centrale è diventato che il razzismo non fosse semplicemente uno dei tanti problemi sociali, ma il problema morale fondamentale della Gran Bretagna moderna. Ogni disparità è diventata sospetta. Ogni accusa di questo tipo richiedeva le si accordasse una sensibilità straordinaria. Ogni interazione ha assunto un significato ideologico.

Si può discutere sui meriti di queste idee. Ciò che non si può mettere in discussione è il loro effetto. Una forza di polizia addestrata per venticinque anni a considerare le accuse di razzismo come particolarmente gravi finirà per comportarsi come se le accuse di razzismo fossero effettivamente particolarmente gravi. Gli esseri umani reagiscono agli stimoli. Lo stesso vale per le istituzioni.

Il processo ha subito una forte accelerazione dopo la morte di George Floyd nel 2020. Si trattava di un uomo – un criminale violento, in effetti – morto durante un confronto con la polizia a migliaia di chilometri di distanza, in un’altra giurisdizione. Eppure l’establishment britannico ha reagito come se si fosse verificato un trauma nazionale. I politici si sono inginocchiati. Gli enti pubblici hanno rilasciato dichiarazioni. Sono state spese ingenti somme in programmi sulla diversità. Intere istituzioni sono state prese da una frenesia autoaccusatoria. La lezione appresa dai funzionari pubblici era inequivocabile. Le accuse di razzismo rappresentavano il pericolo più grande che dovevano affrontare. Se non si risolve un furto con scasso, non succede granché. Se si ignora un’epidemia di taccheggi, a nessuno importa granché. Ma se si viene coinvolti in una controversia razziale, la carriera può finire. È impossibile sopravvalutare l’importanza di questo cambiamento.

La polizia di un tempo temeva le rimostranze dei propri superiori. La polizia moderna teme le accuse ideologiche. Non sono la stessa cosa. Una forza di polizia che teme le accuse di razzismo più della semplice incompetenza finirà per sviluppare priorità distorte. I suoi agenti diventeranno estremamente sensibili in un certo senso e, di conseguenza, insensibili in un altro. Impareranno a vedere alcuni pericoli con straordinaria chiarezza, mentre diventeranno ciechi di fronte ad altri. Questo aiuta a spiegare gran parte dell’attività di polizia moderna. Aiuta a spiegare perché i post sui social media ricevono un’attenzione che la criminalità organizzata non riceve. Aiuta a spiegare perché gli episodi di odio non legati a reati (non-crime hate incident), sono stati considerati qualcosa per cui era ragionevole impiegare risorse della polizia. Aiuta a spiegare perché gli agenti sembrano più a loro agio nel monitorare il linguaggio che nel dare la caccia ai ladri. E, cosa più importante, aiuta a spiegare le circostanze che circondano Henry Nowak.

La questione fondamentale non è se gli agenti provassero consapevolmente avversione nei confronti dei bianchi. Credo che questo sia ciò per cui sono stati addestrati. Che lo facciano o meno, tuttavia, è quasi irrilevante. Il problema risiede nel condizionamento istituzionale piuttosto che nel pregiudizio personale. Per decenni, la polizia è stata addestrata a considerare certe accuse come moralmente urgenti. È stata addestrata a guardare alla società attraverso le lenti delle categorie di vittimismo e oppressione. È stata incoraggiata a interpretare alcune accuse come portatrici di un significato unico e speciale rispetto a tutte le altre.

Quando gli agenti sono giunti sul luogo in cui Henry Nowak giaceva morente, questo processo aveva già plasmato le loro convinzioni. Non sono arrivati con una mente completamente aperta. Nessun essere umano d’altronde lo fa mai. Sono arrivati portando con sé le abitudini, le paure e le priorità accumulate nell’istituzione che li aveva formati. Il risultato è stato catastrofico. Un adolescente in fin di vita che dice «Non riesco a respirare» avrebbe dovuto essere al centro dell’attenzione. Invece, sembra che inizialmente l’attenzione si sia concentrata altrove. Un giovane che diceva di essere stato accoltellato avrebbe dovuto essere trattato come una potenziale vittima. Invece, è stato trattato come il colpevole.

Che queste decisioni siano state prese in modo consapevole o inconsapevole è irrilevante. La loro importanza risiede in ciò che rivelano dell’istituzione stessa. I difensori dell’attuale sistema sostengono che ciò non provi nulla. Si è trattato semplicemente di uno sfortunato errore. Eppure le istituzioni si rivelano proprio attraverso i propri errori. Il successo può essere costruito ad arte. Le statistiche possono essere manipolate. Le campagne di pubbliche relazioni possono nascondere quasi tutto. Gli errori sono più rivelatori perché mettono a nudo i presupposti di fondo. Ciò che il caso Nowak sembra rivelare è una forza di polizia le cui priorità sono state fondamentalmente distorte dall’ideologia. E questo non dovrebbe sorprenderci. La polizia non opera in modo isolato. Fa parte di un apparato di governo più ampio. La stessa classe dirigente che ha trasformato le università, ha trasformato anche la polizia. Le stesse persone che hanno riempito le istituzioni pubbliche di responsabili della diversità hanno anche plasmato la formazione delle forze dell’ordine. Gli stessi presupposti che dominano la pubblica amministrazione dominano anche l’attività di polizia. Perché dovremmo aspettarci risultati diversi?

Questo ci porta a una riflessione più ampia. Per molti anni i libertari hanno criticato la polizia sostenendo che fosse inefficiente e invadente. Tali critiche rimangono valide. Ma non sembrano più sufficienti. Il problema non è più semplicemente che la polizia non riesca a proteggere la libertà. Il problema è che essa persegue sempre più spesso fini incompatibili con la libertà. Una forza di polizia dedicata al mantenimento dell’ordine pubblico può almeno essere tenuta a freno. I suoi obiettivi sono chiari. Una forza di polizia dedicata alla trasformazione sociale è qualcosa di completamente diverso. Le sue ambizioni non hanno limiti naturali. Ogni aspetto della vita diventa un potenziale oggetto di intervento.

Ecco perché l’aumento dei controlli ideologici da parte delle forze dell’ordine è così allarmante. La polizia di un tempo era spesso solo un fastidio. Quella moderna assomiglia sempre più a un’istituzione politica. Controlla ciò che si dice. Registra opinioni legittime. Interviene nelle controversie politiche. Fa rispettare norme che il Parlamento non ha mai promulgato e che gli elettori non hanno mai approvato. Agisce meno come forza di polizia e più come organo di controllo del comportamento pubblico.

Il caso di Henry Nowak va quindi ben oltre la perdita di una giovane vita. La sua morte ha messo a nudo una verità più profonda sulla Gran Bretagna moderna. Ha mostrato cosa succede quando un’istituzione già gravata dall’incompetenza si assume una missione politica. Il risultato non è l’illuminazione. È una crescente incapacità di svolgere i compiti per i quali l’istituzione dovrebbe esistere. La polizia di un tempo era spesso stupida e corrotta. Già questo era abbastanza grave. La polizia moderna rimane stupida e corrotta. Ha semplicemente aggiunto lo zelo ideologico alla sua lista di difetti. Una società libera può sopravvivere a un’attività di polizia incompetente. Non può sopravvivere indefinitamente a un’attività di polizia politicizzata.

Ecco perché questo caso è importante. Non perché sia un caso isolato, ma perché mette in luce una trasformazione in atto ormai da decenni. La questione sollevata dalla morte di Henry Nowak non è se alcuni agenti abbiano commesso degli errori. Potrei passare ad analizzare le differenze tra i casi Nowak e Floyd – perché le violente rivolte legate a quest’ultimo caso sono state considerate giustificabili proprio da quelle stesse persone che ora denunciano le proteste relative al primo come del tutto inaccettabili. Ma vivo in un paese in cui porre queste domande in modo troppo incisivo è pericoloso. La domanda che mi pongo è se l’istituzione che ha prodotto quegli errori sulla scena dell’omicidio sia diventata fondamentalmente incompatibile con i principi di una società libera. Sempre più spesso, la risposta sembra ovvia.

QUI IL Link all’originaleTRADUZIONE DI PIETRO AGRIESTI

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1 COMMENT

  1. Che schifo! Dato che noi scimmiottiamo con anni di ritardo quel che succede nel mondo anglosassone, sappiamo già quello che ci aspetta e che dovremo sommare ai vagoni di figure di merda degli sbirri e dei giudici nostrani con delitti che dopo 20 anni sono ancora in discussione.

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