di LUIGI CORTINOVIS
Esiste un momento in cui perfino la propaganda deve arrendersi alla realtà. È quanto osserva l’economista spagnolo Juan Ramón Rallo, commentando alcune sorprendenti dichiarazioni del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, il quale ha riconosciuto pubblicamente un principio economico che molti esponenti della sinistra occidentale continuano ostinatamente a negare: i salari non possono aumentare se non cresce prima la produttività.
Díaz-Canel ha infatti ammesso che incrementare gli stipendi senza una corrispondente crescita della produzione genera inevitabilmente inflazione. Il risultato è che i costi aumentano, i prezzi salgono e il potere d’acquisto dei lavoratori diminuisce. In altre parole, chi dovrebbe beneficiare degli aumenti salariali finisce per esserne la prima vittima. Un’ammissione sorprendente, soprattutto perché proviene dal capo di uno degli ultimi regimi socialisti del pianeta.
Per Rallo, queste parole confermano ciò che la teoria economica insegna da sempre e che la Scuola Austriaca ha ribadito con particolare chiarezza: i salari non possono essere decretati per legge indipendentemente dalla capacità del sistema produttivo di sostenerli. Se la ricchezza non viene prima creata, non può essere redistribuita senza conseguenze, in primis perchè la ricchezza non c’è proprio. Stampare denaro o imporre aumenti salariali scollegati dalla produttività non crea prosperità, ma soltanto inflazione.
L’economista spagnolo si sofferma poi su un secondo errore molto diffuso: l’idea che siano i costi a determinare automaticamente i prezzi. In realtà, spiega Rallo, il prezzo di un bene dipende principalmente dal valore che i consumatori attribuiscono a quel prodotto e dalla loro disponibilità a pagarlo. Se bastasse trasferire i costi sul prezzo finale, nessuna impresa fallirebbe mai. Anche l’azienda più inefficiente potrebbe semplicemente aumentare i prezzi per coprire le proprie inefficienze. Ma il mercato non funziona così e lo ha capito finanche Dìaz Canel. Se il cliente ritiene eccessivo il prezzo richiesto, semplicemente non compra.
Ed è proprio qui che entra in gioco un’altra istituzione fondamentale dell’economia di mercato: il fallimento. Per quanto possa apparire doloroso, la chiusura delle imprese inefficienti svolge una funzione essenziale. Libera capitale, lavoro e risorse che possono essere impiegati in attività più produttive e capaci di creare maggiore valore. Impedire il fallimento significa invece cristallizzare gli sprechi, mantenendo artificialmente in vita strutture incapaci di soddisfare le esigenze dei consumatori.
Rallo conclude con una nota ironica ma pungente. Se persino il leader di Cuba è costretto a riconoscere che salari, produttività, inflazione ed efficienza economica sono legati da rapporti che nessuna ideologia può cancellare, sorprende che molti socialisti europei continuino a proporre ricette che ignorano queste semplici leggi economiche. La realtà, osserva implicitamente l’economista, ha un difetto per i pianificatori: prima o poi presenta sempre il conto.
Ma la latrina giornalistica italiana continua a raccontare che il problema di Cuba è il blocco degli Stati Uniti. Pagliacci, senza alcun ritegno!

