di LEONARDO FACCO
“Le idee governano il mondo”. Ancora: “Le idee hanno conseguenze”. Le celebre intuizioni di John Maynard Keynes e di Richard M. Weaver vengono spesso citate per dimostrare come gli economisti, anche quando sembrano dimenticati, finiscano prima o poi per influenzare la politica. Eppure, negli ultimi quarant’anni, sembrava che una sola tradizione intellettuale avesse il diritto di cittadinanza nel dibattito pubblico: quella del lord inglese, favorevole a un ruolo crescente dello Stato.
La comparsa di Javier Milei ha improvvisamente modificato questo scenario. Per la prima volta dalla fine del XIX secolo un capo di Stato non si limita ad applicare politiche liberali e libertarie, ma cita pubblicamente gli autori che hanno costruito il pensiero della libertà. Nei suoi discorsi all’ONU, al World Economic Forum di Davos, al CPAC, al Parlamento israeliano, all’IEFA e nelle università di mezzo mondo, Milei non parla genericamente di “mercato”. Fa qualcosa di molto più raro: restituisce nomi, opere e dignità intellettuale a una tradizione che attraversa oltre tre secoli di storia.
Il suo vero lascito potrebbe non essere soltanto il risanamento dell’economia argentina. Potrebbe essere l’aver inaugurato quella che molti definiscono già la “Seconda Età dell’Oro del liberalismo”.
Javier ama ricordare che il liberalismo non nasce con Adam Smith (che lui considera comunque un precursore), ma molto prima. Tra i primi pensatori da lui frequentemente richiamati figurano Pierre de Boisguilbert, critico del mercantilismo francese, Richard Cantillon, autore del primo grande trattato moderno di economia, e soprattutto François Quesnay, padre della fisiocrazia. Quesnay sosteneva: «Laissez faire, laissez passer». Una formula destinata a diventare il manifesto della libertà economica.
Accanto a lui Milei cita spesso Anne Robert Jacques Turgot, oppure Vincent de Gournay, o ancora Bernard de Mandeville, autore della favola delle api e del celebre paraddosso «I vizi privati producono benefici pubblici». Un’intuizione che anticipa il ruolo degli incentivi e dell’ordine spontaneo.
Quando Milei difende la proprietà privata come diritto fondamentale, il riferimento implicito è quasi sempre John Locke. Nessuna frase riassume meglio il suo pensiero della celebre affermazione «Dove non c’è legge, non c’è libertà»! Ma anche «Ogni uomo è proprietario della propria persona», che costituisce le fondamento del concetto di autoproprietà. Anche Montesquieu occupa un posto centrale nella formazione culturale del presidente argentino. Scriveva: «Perché non si possa abusare del potere bisogna che il potere freni il potere». Un principio che Milei richiama continuamente quando denuncia la concentrazione del potere statale e ribadisce che lui è stato eletto non per favorire chi lo ha votato, ma per devolvere agli individui il potere che lo Stato ha usurpato loro.
Se esiste un autore continuamente evocato da Milei è ad ogni buon Adam Smith, citato spessissimo nel suo ultimo libro. La frase più famosa è «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno del proprio interesse». In poche righe Smith spiegava come la cooperazione volontaria generi prosperità senza bisogno della pianificazione statale. E quando spiega la teoria dei rendimenti crescenti non fa che ricordare la famosa fabbrica di spilli a cui fa riferimento lo scozzese in “La ricchezza delle nazioni”.
Accanto a Smith tornano protagonisti David Hume, convinto che «La libertà è la perfezione della società civile». David Ricardo, con la sua teoria dei vantaggi comparati e Jean-Baptiste Say e la sua “legge” in cui osservava che è «l’offerta che crea la propria domanda». Il presidente argentino cita spesso anche Pareto, James Mill, Thomas Paine, Benjamin Constant, Wilhelm von Humboldt e Josiah Tucker, riportando al centro autori praticamente scomparsi dai programmi universitari.
Tra tutti i liberali francesi nessuno occupa il posto di Frédéric Bastiat. Milei ripete sovente una delle sue frasi più celebri: «Lo Stato è quella grande finzione mediante la quale tutti cercano di vivere alle spese di tutti». Una definizione che sintetizza gran parte della critica libertaria alla spesa pubblica e alla pianificazione. Ma Bastiat insegnava anche che «Tra un cattivo economista e uno buono c’è questa differenza: il primo considera solo ciò che si vede; il secondo considera anche ciò che non si vede», e Javier non perde occasione per burlarsi degli “econochantas” in ogni occasione pubblica. Vicino a Bastiat riemergono Charles Comte, Charles Dunoyer, Gustave de Molinari — autore della pionieristica difesa della concorrenza nella sicurezza — e Yves Guyot, instancabile oppositore del socialismo.
Il cuore della formazione di Milei, o meglio ciò che ha rivoluzionato il suo pensiero, rimane tuttavia la Scuola Austriaca. Quando cita Carl Menger ricorda che «Il valore non è inerente ai beni, non è una loro proprietà… Il valore è il giudizio che i soggetti economici danno sull’importanza dei beni per il mantenimento della loro vita e del loro benessere». Le intuizione del fondatore della Scuola austriaca diede origine alla “teoria soggettiva del valore”. Se nomina Eugen von Böhm-Bawerk ricorda che demolì la teoria marxiana dello sfruttamento; se cita Friedrich von Wieser non manca di attribuirgli il merito di aver approfondito il concetto di costo opportunità.
Ma è con Ludwig von Mises che Milei trova il proprio maestro, così come lo fu per Rothbard. Durante la campagna elettorale e da presidente ha citato decine di volte la frase «L’espansione del credito può provocare un boom temporaneo. Ma una tale prosperità fittizia deve finire in una depressione generale degli scambi, in un crollo». Ancora più spesso richiama la convinzione misesiana secondo cui «Ogni intervento statale genera nuovi problemi che richiedono ulteriori interventi». Accanto a Mises emerge inevitabilmente Friedrich August von Hayek, nobel per l’Economia nel 1974, del quale cita aforismi, libri e studi. Hayek è anche l’autore dell’idea dell’ordine spontaneo, continuamente evocata dall’economista argentino quando afferma che il mercato coordina milioni di decisioni senza bisogno di un pianificatore centrale.
Dopodichè, il passaggio dai giganti del pensiero austriaco a quello del pensiero libertario è breve. Se Hayek rappresenta il liberalismo classico, Murray Rothbard incarna la corrente austrolibertaria. Milei non ha mai nascosto il proprio debito intellettuale verso l’autore di Man, Economy and State: grazie al saggio “Monopolio e concorrenza”, il professore argentino a switchato la propria mente al punto da riconoscere che “tutto quello che aveva insegnato in vent’anni era sbagliato”! Se Rothbard scriveva che «lo Stato è un monopolio coercitivo che mantiene un monopolio territoriale sull’uso della forza», Milei lo ripeteva ad ogni pié sospinto, prima e dopo la sua elezione.
Lo stesso vale per Israel Kirzner, teorico dell’imprenditorialità come scoperta, Walter Block, Anthony de Jasay, Samuel Edward Konkin III, David D. Friedman, George Reisman e Antal Fekete, Hans Hermann Hoppe (nonostante abbia detto peste e corna di lui), tutti autori che Milei ha contribuito a far conoscere ben oltre i circoli libertari argentini!
Ma Milei non cita soltanto gli “austriaci”. Ha più volte riconosciuto il contributo di Milton Friedman: la celebre frase «L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario», l’ha ribadita sino alla nausea. Un principio diventato centrale nella lotta del governo argentino contro l’inflazione. Accanto a Friedman, ovviamente, anche Gary Becker, Ronald Coase, James Buchanan e Robert Lucas Jr., protagonisti della moderna teoria economica. È a tal punto riconoscente nei loro confronti che ha “battezzato” i suoi cani con i loro nomi.
La rinascita culturale promossa da Milei – assolutamente un fenomeno unico – non riguarda soltanto l’economia. Tra gli autori tornati alla ribalta figurano Henry David Thoreau, autore della Disobbedienza civile; Lysander Spooner, radicale difensore dei diritti individuali; Robert Nozick, il cui celebre principio resta «Gli individui hanno diritti, e ci sono cose che nessuna persona o gruppo può fare loro». Milei cita – da giusnaturalista convinto – pure Bruno Leoni, il grande giurista italiano autore de La libertà e la legge, convinto che «La legge dovrebbe essere scoperta più che prodotta».
Negli ultimi anni il presidente argentino ha richiamato anche studiosi contemporanei come Deirdre McCloskey, Johan Norberg, Bryan Caplan, Jason Brennan e Michael Huemer, dimostrando come il liberalismo continui a essere una tradizione viva e in continua evoluzione.
Molti presidenti vengono ricordati per una riforma fiscale, una privatizzazione o una politica monetaria. Javier Milei potrebbe essere ricordato soprattutto per aver riportato in primo piano un’intera civiltà del pensiero. Da decenni nessun leader politico citava pubblicamente (ma soprattutto ha messo in pratica) con tanta frequenza la sequela di nomi che vi ho presentato (alcuni li ho sicuramente dimenticati). Nessuno aveva trasformato economisti e filosofi in protagonisti del dibattito politico quotidiano. Il suo contributo più duraturo potrebbe dunque non essere soltanto quello di aver ridotto l’inflazione, contenuto la spesa pubblica o riequilibrato i conti argentini, ecc. ecc. Potrebbe, ed in parte ne sono convinto, essere molto più profondo.
Aver ricordato a milioni di persone che dietro ogni grande trasformazione politica esistono prima di tutto idee. E che quelle idee sono state elaborate, nel corso di tre secoli, da uomini che avevano un’ambizione comune: costruire una società nella quale la libertà dell’individuo fosse il fondamento della prosperità, della pace e del progresso. È per questo che molti osservatori parlano oggi della “Seconda età dell’oro del liberalismo”. Non perché Milei abbia inventato nuove teorie, ma perché ha avuto il merito, unico nella politica contemporanea, di riscoprire un immenso patrimonio intellettuale e di restituirlo al dibattito mondiale.

