di ARTURO DOILO
Nel dialogo con International Man, Doug Casey parte da una constatazione tanto semplice quanto radicale: i mercati non sono più realmente “onesti” quando la moneta con cui vengono effettuati gli scambi può essere manipolata dal potere politico. Per l’investitore libertario, il problema non riguarda soltanto Wall Street o la volatilità dei prezzi, ma la progressiva perdita di un elemento essenziale di ogni economia: la fiducia.
Secondo Casey, il denaro dovrebbe essere innanzitutto una misura affidabile del valore. Il sistema monetario contemporaneo, invece, consente ai governi e alle banche centrali di aumentare l’offerta di moneta, alterandone il potere d’acquisto. L’inflazione diventa così una forma indiretta di tassazione: chi ha risparmiato in valuta perde progressivamente una parte della propria ricchezza, mentre chi riceve per primo il nuovo denaro — governo, sistema finanziario e soggetti ad esso collegati — beneficia maggiormente della sua creazione. Casey considera questo meccanismo una forma di trasferimento occulto di ricchezza dai produttori verso chi vive più vicino al potere.
Il problema, però, non è soltanto finanziario. L’inflazione, nella sua interpretazione, produce anche degrado morale e sociale. Quando il denaro perde continuamente valore, diventa più difficile risparmiare, programmare il futuro e conservare il frutto del proprio lavoro. Gli individui sono quindi spinti verso comportamenti più speculativi e opportunistici. La produzione viene penalizzata, mentre aumenta l’incentivo a ottenere ricchezza attraverso la politica e la finanza anziché attraverso la creazione di beni e servizi. Casey vede in questo processo una delle ragioni della crescente instabilità politica delle società contemporanee.
La conseguenza è la trasformazione del mercato in qualcosa di sempre meno trasparente. Secondo Casey, non è un caso, sostiene, che l’instabilità monetaria accompagni frequentemente l’instabilità sociale e politica: la distruzione della moneta significa anche distruzione dei risparmi e, con essi, della fiducia nelle istituzioni.
La domanda diventa allora come proteggersi. Casey non propone di prevedere la prossima crisi, ma di ridurre la propria dipendenza dal sistema. La prima difesa è acquisire competenze: essere capaci di produrre qualcosa che altri desiderano costituisce una forma di ricchezza molto più solida di qualsiasi promessa finanziaria. La seconda è conservare parte del patrimonio in beni difficilmente manipolabili dal potere monetario, in particolare i metalli preziosi. La terza consiste nell’imparare a investire con prudenza, evitando di affidare completamente il proprio futuro alle istituzioni finanziarie e politiche.
Il messaggio conclusivo di Casey è dunque eminentemente libertario: non aspettarsi che siano governi e banche centrali a salvaguardare la nostra ricchezza, perché sono proprio le loro politiche ad aver contribuito a eroderne il valore. In un mondo nel quale la moneta perde affidabilità e i mercati vengono progressivamente deformati dall’intervento politico, la vera forma di sicurezza consiste nel diventare più autonomi: produrre più di quanto si consuma, possedere beni reali, sviluppare competenze e mantenere la capacità di scegliere.
Per Casey, la fine dei “mercati onesti” non significa necessariamente la fine della possibilità di creare ricchezza. Significa piuttosto che la responsabilità di difenderla torna all’individuo.

