di ARTURO DOILO
Il 10 ottobre scorso, Philipp Bagus è stato ospitato a Milano per la presentazione ufficiale dell’ISTITUTO JAVIER MILEI. Bernardo Ferrero lo ha intervistato facendo riferimento al suo libro, intitolato L’era Milei, che ha riscosso non poco successo un po’ ovunque. Philipp Bagus – nella sua opera – illustra le fondamenta teoriche della rivoluzione liberale argentina: la Scuola austriaca di economia. Per Javier Milei non si tratta soltanto di una corrente accademica, ma di una vera e propria filosofia della libertà, alternativa radicale a un sistema politico ed economico fondato sull’intervento statale, sulla redistribuzione forzata e sulla pianificazione dall’alto.
Il punto di partenza è la concezione austriaca dell’economia. L’uomo agisce intenzionalmente, e lo scambio volontario avvantaggia entrambe le parti. Impedire uno scambio attraverso il salario minimo, le imposte o le regolamentazioni significa quindi ostacolare decisioni che individui liberi avrebbero scelto autonomamente. La libertà, in questa prospettiva, non consiste nel ricevere dallo Stato ciò che si desidera, ma nell’assenza di coercizione.
Bagus contrappone inoltre il mercato inteso come processo dinamico alla visione statica degli economisti neoclassici. Il mercato non è una fotografia da correggere attraverso interventi politici: è un processo continuo di scoperta, innovazione e coordinamento. Al centro c’è l’imprenditore (figura blasonata da molti autori libertari), capace di individuare opportunità, combinare risorse e soddisfare bisogni che nessun pianificatore potrebbe conoscere in anticipo. Profitti e perdite rappresentano il meccanismo attraverso cui il mercato segnala se le decisioni imprenditoriali rispondono davvero alle esigenze dei consumatori.
È proprio l’impossibilità di concentrare tutte le informazioni necessarie nelle mani di un’autorità centrale a rendere fallimentare il socialismo. Già Ludwig von Mises aveva dimostrato che, senza prezzi formati sul mercato, il calcolo economico razionale diventa impossibile. E l’interventismo, anziché rappresentare una soluzione stabile tra capitalismo e socialismo, tende a generare nuovi problemi che vengono utilizzati per giustificare ulteriori interventi.
Il capitolo de L’Era Milei rappresenta un attacco motivato lo Stato sociale, presentato come un sistema che promette benefici senza rendere visibili i costi. Pensioni pubbliche, sussidi e programmi assistenziali vengono finanziati attraverso il prelievo coercitivo delle risorse prodotte dai cittadini. Secondo Bagus, queste politiche alterano gli incentivi, alimentano la dipendenza dalla politica e possono produrre effetti contrari a quelli dichiarati: invece di eliminare la povertà, finiscono per ostacolare gli strumenti che consentirebbero di superarla, ossia risparmio, accumulazione di capitale, investimenti e crescita della produttività.
La stessa critica si estende alle politiche climatiche e alla pretesa dei governi di scegliere in anticipo le tecnologie vincenti. L’autore non nega il cambiamento climatico (che esiste in natura), ma contesta l’idea che le autorità possano prevederne con precisione tutti gli effetti e dirigere l’adattamento dell’umanità. La storia, sostiene, dimostra che l’ingegno umano può trovare soluzioni impreviste: vietare preventivamente determinate tecnologie significa rischiare di soffocare proprio quella creatività che ha permesso di affrontare problemi apparentemente insuperabili.
Per Bagus, capitalismo ed etica non sono in contraddizione. Il sistema fondato sulla proprietà privata e sugli scambi volontari è non soltanto più efficiente, ma anche più giusto di un ordine basato sulla redistribuzione coercitiva. La ricchezza, infatti, non è una torta già pronta da spartire: deve essere prodotta, e la sua crescita dipende dall’iniziativa imprenditoriale, dal risparmio e dagli investimenti. Espropriare i più produttivi può offrire un vantaggio immediato a qualcuno, ma rischia di distruggere imprese, posti di lavoro e opportunità per milioni di persone.
Da qui la critica alle imposte sui profitti e sul capitale, che penalizzano l’accumulazione di risorse necessarie a introdurre macchinari, tecnologie e innovazioni. È il capitale, insieme alla conoscenza e all’iniziativa individuale, a rendere un lavoratore più produttivo e a creare le condizioni per salari più elevati.
Infine, Bagus denuncia la tendenza dello statalismo a individuare continuamente nuove categorie di vittime da proteggere, alimentando conflitti e rivendicazioni redistributive. Dietro queste politiche, a suo giudizio, si nasconde l’errore di considerare la ricchezza come un gioco a somma zero, anziché riconoscere la capacità del mercato di crearne sempre di nuova.
Il merito storico di Milei, nella lettura di Bagus, è aver smascherato questo meccanismo ideologico, portando all’acme la fondamentale battaglia culturale contro il socialismo. La convinzione che lo Stato possa risolvere ogni problema attraverso nuove tasse, nuovi divieti e nuovi trasferimenti è una chimera, una stupidaggine che 100 anni di applicazione politica del comunismo ha realizzato solo disastri, morte e fame. La vera alternativa alla povertà non è una redistribuzione permanente, ma la libertà di produrre, risparmiare, investire e intraprendere. In definitiva, la battaglia di Milei non riguarda soltanto la riduzione della spesa pubblica: riguarda il riconoscimento della creatività umana come motore del progresso e della libertà individuale come fondamento di una società prospera.

