Ma quali fratelli d’italia, qui ci sono più che altro suoceri incattiviti

Da leggere

di ROMANO BRACALINI La retorica nazionale ha sempre cercato appigli nei recessi più solitari del cuore. Bisognava cercare uno straccio di sentimento comune e non si trovava. Massimo D’Azeglio, Francesco Domenico Guerrazzi, Tommaso Grossi (“Tonaso grosso”, lo beffava la satira del tempo), si ingegnarono, in mancanza d’altro, a ricercare nel passato episodi eroici per rinvigorire le vena inaridita degli italiani. Silvio Pellico scrisse “Le mie prigioni” ad onta degli austriaci, dimenticandosi di fare altrettanto con gli orrori delle galere piemontesi. Edmondo De Amicis, il più immaginifico, fece lacrimare l’Italia con racconti del tutto immaginari, che non riscattavano il carattere mistificatorio e vile degli italiani. La “piccola vedetta lombarda” e il “tamburino sardo” potevano ben dare la vita e una gamba alla patria, ciò non toglieva che l’Italietta non riusciva a portare a casa uno straccio di vittoria da sola. ”Fratelli d’Italia”, dell’inno, è
Iscriviti o accedi per continuare a leggere il resto dell'articolo.

Correlati

17 COMMENTS

Comments are closed.

Articoli recenti