di LEONARDO FACCO
C’è qualcosa di profondamente grottesco nella polemica costruita attorno a Manuel Adorni, ora che ha ufficializzato da dove provenivano quei risparmi che ha utilizzato per comprarsi un paio di appartamenti e fare un paio di viaggi. Il portavoce del governo Milei, nonché capo-gabinetto dei ministri, viene accusato di avere detenuto dollari, e non solo, non dichiarati al Fisco. Beh, in Argentina, una simile accusa equivale più o meno a denunciare qualcuno per aver tenuto un ombrello in casa durante un monsone. Il punto grottesco è, però, un altro: fingere che ciò che hanno fatto milioni di argentini per decenni (abituati a vivere sotto governi socialisti e depradatori) sia improvvisamente una mostruosità morale quando a farlo è un avversario politico.
Per la stampa igienica bonairense, possedere risparmi non dichiarati costituirebbe una sorta di marchio morale infamante. Ma davvero qualcuno vuole sostenere seriamente questa tesi in Argentina?
Aldilà del fatto che le tasse sono un furto ovunque, esiste una differenza fondamentale tra l’evasore che cerca di sottrarsi ai costi di una “società civile funzionante” e il cittadino che tenta di proteggersi da uno Stato peronista-fascicomunista che per decenni ha fatto un default via l’altro, ha sistematicamente distrutto il valore della propria moneta, ha confiscato risparmi, ha imposto controlli sui capitali, ha creato inflazione cronica e ha trasformato il possesso di valuta estera in un’attività quasi clandestina. Questa distinzione è ciò che i moralisti professionisti si rifiutano ostinatamente di vedere.
La questione, lo avrete intuito, non è semplicemente fiscale, è filosofica. Da Frédéric Bastiat a Murray Rothbard, passando per Stephan Molineaux e Jesus Huerta de Soto, la tradizione libertaria ha sempre sostenuto che la proprietà privata rappresenta un’estensione della persona stessa. Il denaro che un individuo guadagna onestamente attraverso il proprio lavoro non appartiene allo Stato. Appartiene a chi lo ha prodotto col sudore della propria fronte.
Certo, nel mondo reale lo Stato rivendica – minacciando con la galera – una parte di quel reddito con la scusa che fornisce servizi ai suoi cittadini. Ma cosa accade quando lo Stato supera ogni limite di decenza e diventa esso stesso il principale aggressore? Cosa accade quando la tassazione si combina con l’inflazione deliberata, con i controlli valutari, con i prelievi forzosi e con la distruzione sistematica del potere d’acquisto? In quel caso la questione cambia radicalmente e la legittima difesa scatta naturalmente. Per milioni di argentini il dollaro sotto il materasso non è stato un atto di avidità, ma una strategia di autodifesa. Una forma elementare di salvaguardia patrimoniale contro una classe politica che per decenni ha trasformato il peso in carta straccia.
L’aspetto più ridicolo della vicenda è che gli stessi ambienti – chiamiamoli “l’opinione pubblica” – che oggi si scandalizzano per i risparmi non dichiarati sono stati spesso i principali sostenitori dei governi che hanno reso necessaria quella pratica. Per vent’anni il kirchnerismo ha prodotto inflazione, svalutazioni, restrizioni ai cambi, controlli sui capitali e persecuzioni contro chi cercava semplicemente di conservare il valore del proprio lavoro. Milioni di argentini hanno reagito nel modo più naturale possibile: comprando dollari. Adesso gli stessi sacerdoti della religione statalista vorrebbero trasformare quella condotta in una colpa morale, perchè riguarda un esponente di spicco del governo Milei? È come se un piromane accusasse i cittadini di possedere estintori.
Il bersaglio reale, è ovvio, non è Manuel Adorni. Il bersaglio è il sistema di valori rappresentato dal mileismo. Perché il problema non consiste nell’eventuale infrazione fiscale, quelle si sanano in tutto il mondo. Esistono procedure amministrative, regolarizzazioni, dichiarazioni integrative e persino strumenti di emersione patrimoniale. Peraltro, in Argentina è stata approvata la “Ley de inocencia fiscal” a tal guisa. E vale per tutti, mica per Adorni.
Il problema, per i critici di Milei, è che il governo non condivide il presupposto morale da cui nasce l’accusa. Non considera automaticamente legittimo tutto ciò che è legale e non considera automaticamente immorale tutto ciò che è illegale. Una distinzione che dovrebbe apparire ovvia ad un libertario. Dopotutto, nella storia dell’umanità sono esistite, ed esistono, leggi che proibivano la libertà di stampa, la libertà religiosa, la libertà economica e persino la libertà personale. La legalità non coincide automaticamente con la giustizia.
Esiste un dato, inoltre, che i moralisti da strapazzo non riescono a spiegare. Se tenere dollari fuori dal sistema fosse davvero una pratica immorale, perché decine di milioni di argentini l’hanno adottata? La risposta è semplice: perché il mercato ha emesso il proprio verdetto molto prima degli editorialisti. Ogni dollaro conservato fuori dal circuito ufficiale rappresentava un voto di sfiducia nei confronti dello Stato. Ogni dollaro acquistato era una dichiarazione implicita contro l’inflazione. Ogni risparmio sottratto al peso era un referendum quotidiano contro la politica economica kirchnerista. Per questo motivo il dollaro al mercato nero è diventato il comportamento più democratico e trasversale dell’intera società argentina. Lo praticavano imprenditori e operai, professionisti e pensionati, peronisti, radicali e liberali. Tutti. Adorni, peraltro, è stato ancor più intelligente, dato che ha acquistato bitcoin quando valeva poche centinaia di euro e ne ha ricavato un guadagno enorme!
Se esiste uno scandalo da stigmatizzare in Argentina, non è che Adorni abbia cercato di proteggere il frutto del proprio lavoro. Il vero scandalo è che milioni di argentini abbiano dovuto farlo. Il vero scandalo è che una delle economie più promettenti del mondo sia stata costretta per decenni a vivere nell’instabilità economica permanente, impoverendo milioni di persone. Il vero scandalo è che chi ha distrutto il peso argentino oggi pretenda di impartire lezioni di moralità a chi si è difeso dalle conseguenze delle sue politiche.
La sinistra statalista ama presentarsi come custode dell’etica pubblica, ma in questa vicenda emerge una verità meno nobile per i chierici del neomarxismo: la disobbedienza fiscale. Ciò che davvero infastidisce i sacerdoti del vecchio regime non è che qualcuno abbia nascosto dei dollari, è che milioni di argentini abbiano smesso di credere che lo Stato abbia un diritto naturale sul frutto del loro lavoro. E questa, più che un’infrazione fiscale, è una rivoluzione culturale.


Ma non è Ron Paul che rinunciava al proprio emolumento, lo scandalo vero non è che abbia soldi non dichiarati, ma che da liberale abbia guadagnato soldi pubblici con la politica prima di aderire al progetto libertario di Milei. Li conosciamo bene i “liberali”.
Prima di fare politica con Milei, Adorni non faceva politica.
Eppure avevo letto che era in Republicanos Unidos (come in Italia anni 70 si vergognano pure di nominarsi “liberali”), poi magari non è stato eletto e allora va bene, mi scuso.