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“che mal de có”: intervista col vava, l’artista delle parodie in bermagasco

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di LEONARDO FACCO Vava77, conosciuto in terra orobica come "Ol Vava", al secolo Daniele Vavassori è un artista  delle parodie in bergamasco. Attraverso spezzoni di film, interviste e canzoni si diverte a prendere in giro - sul suo canale Youtube - personaggi e costumi dell'era moderna. L'ultima sua creazione è in grande stile, visto che ha coinvolto i più noti artisti bergamaschi, Roby Facchinetti compreso, per dar vita al remake dialettale di "We are the world", famoso brano musicale  del 1985 scritto e composto da Michael Jackson in collaborazione con Lionel Richie, prodotto da Quincy Jones e inciso dagli USA for Africa. La versione bergamasca, si intitola "Che Mal De Có" (che ha superato le 400.000 visualizzazioni in meno di una settimana) ed è una raffinata presa per i fondelli delle cosiddette "fighe di legno" (Mezze fighe), che nella terra di Arlecchino si apostrofano come "i mese fighe". Allora Vava, "Che Mal De Có" sta inanellando ascolti su ascolti
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6 COMMENTS

  1. Se facciamo l’impossibile oggi per salvare tutte le specie vegetali o animali che sono sopravvissute, perché mai non dovremmo salvare tutte le lingue che sono appartenute ai popoli e ne sono l’anima… a meno che non si miri a distruggerli appiattendoli nell’indistinto di comodo, operazione cui si sono dedicati dall’unificazione di quest’Italia in poi tutti quelli che si sono piazzati a Roma pensando di pontificare attraverso la scuola dall’asilo all’università con metodi brutali o derisori.
    Nonostante i miei quarant’anni milanesi con frequentazione della val Brembana, da veneta non ho imparato né il milanese né il bergamasco perché sono lingue che appartengono a chi ci vive, ed è giusto così… a ciascuno il suo e se lo tenga caro come un patrimonio che gli appartiene, nonostante gli sfottò dei presunti saccenti…

    • Giusto paragone. Esattamente, bisogna fare di più per la tutela e rivitalizzazione delle lingue locali. L’unica cosa è che queste lingue non sono appartenute, ma ancora appartengono, perché sono ancora parlate dalla gente. Anche se sempre di meno.
      E il primo passaggio per una tutela, sarebbe proprio il riconoscimento da parte delle istituzioni. Che manca ancora, o meglio è fatto solo in alcuni casi creando discriminazione. Se la lingua locale fosse presente in ambito pubblico, come è fatto in altre parti del mondo, sarebbe più facile impararla anche per chi viene da fuori e sarebbe anche strumento di integrazione. Solo il mio parere…

  2. Se inveci de parlar semper de dialet, a comencii a ciamar-la cond el so nom, lengua lombarda, ind la variant bergamasca, forsi al vutariss a cambiar i robe… La va tutelada perqè a l’è una lengua diferenta de quella italiana, e miga un dialet de l’italian…

      • Inveci segond mi a l’è anca una quistion de come ta la ciamet, miga nomà quell senz’olter, ma quell qe l’è la pianifegazion lenguistega al serviss propi a la tutella e la revitalizazion de la lengua. Se a sem rivads ind qella situazion qì, a l’è propi perqè de tutella ge n’è staita miga. Anzi i lengov locai ai enn semper staite tratade come “miga-coltura”. Allora “parlar-i e basta” a l’è miga assee per invertir la situazion adess. Sedenò a sarissom miga rivads qiqinsì… El parlar-i a l’è una riceta justa, ma se g’è miga de trasmission intra i jenerazion, la roba la va a finir.

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