COLOMBATTO RIBADISCE: FAR FALLIRE L’ITALIA RIMANE L’OPZIONE PIÙ SERIA

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titanic5di LEONARDO FACCO

A quattro a passa anni dalla proposta “provocatoria” del Manifesto per far fallire l’Italia, Enrico Colombatto non ha dubbi: “Sicuramente io ed Eusepi, che con me lo ha elaborato, lo ripresenteremmo così come è. E’ una questione di onestà intellettuale e trasparenza. Che i libri contabili italiani siano ancora da portare in tribunalespiega il professor Enrico Colombatto, docente di Economia all’Università di Torino – non c’è dubbio. Nonostante i tassi siano scesi il debito pubblico ha continuato a crescere e gli altri parametri non è che siano migliorati”.

Quel che Colombatto ed Eusepi, nel 2011, auspicavano nel loro “Manifesto per il fallimento dell’Italia” era questo:

– I titoli del debito pubblico emessi dallo stato italiano vengano considerati inesigibili, indipendentemente dalla natura e dalla residenza dei detentori;

– Il pagamento degli interessi venga azzerato con effetto immediato;

– Le proprietà dello Stato italiano – mobiliari e immobiliari – siano conferite a un fondo, le cui quote saranno assegnate ai detentori dei titoli corrispondenti al debito pubblico italiano, in proporzione alle quote di debito pubblico in loro possesso;

– L’avanzo primario, attualmente pari a circa il 3% del Pil, sia interamente utilizzato per una riduzione della pressione fiscale;

– Sia totalmente deregolamentato l’accesso al mercato bancario italiano, affinché le banche italiane in difficoltà possano essere eventualmente rilevate – parzialmente o totalmente – da operatori stranieri.

Colombatto“Ormairibadisce Colombattohanno chiuso gli occhi sul sistema bancario e su tutto il resto in Europa. La scelta di continuare a stampare euro è una scelta prettamente politica”. E le riforme? “Quali? Quella che si va a votare il 4 dicembre prossimo?”, si chiede con un sorriso sarcastico il professore. “La gente verrà chiamata ad esprimersi su che fare di 315 senatori, suvvia. Ciò che davvero è necessario è una vera e seria riforma dell’amministrazione pubblica, della magistratura e del sistema fiscale. Lei ha visto qualcosa del genere”.  

Se chiedi a Colombatto come siamo messi in materia di “declino”, il professore non ha dubbi: “Il declino c’è ed è continuo, non siamo ancora alla catastrofe però, non siamo ancora il Venezuela per intenderci. E sapete perché? Perchè c’è ancora un sacco di gente che si spacca la schiena lavorando. Ma quello che la classe politica non ha ancora capito, e che io vedo molto bene dalla mia cattedra, è la quantità di giovani che fuggono e non sto parlando solo di quelli che chiamano “cervelli”. Non esiste più il ricambio, mi spiego: il piccolo imprenditore 50enne rimane, si dà da fare, ci prova insomma; ma suo figlio no. Tutti quelli che possono, fanno studiare ai figli almeno un paio di lingue e li preparano per andare a cercarsi il futuro altrove”.

Quindi professore, come siam messi? “Siamo come quelli che stavano sul Titanic che affonda, serve uno scrollone, una secchiata d’acqua gelata in faccia per risvegliarsi e guardare negli occhi la realtà. Masostiene Colombatto, con un certo rammariconon vedo alcuna volontà politica per fare ciò e, tantomeno, vedo nella classe politica il coraggio per farlo. E non parlo solo dei politici italiani, ma anche di quelli europei. Ritoccano le pensioni per adeguarla al declino appunto, ma di attrarre imprese non se ne parla proprio”.

Ci riprovo professore, quindi? “Quindi più rimandiamo la resa dei conti e più il conto sarà salato”!

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