“La morale come politica di Stato”? Il paradosso libertario di Javier Milei

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di LEONARDO FACCO

Quando ho incontrato Javier Milei, l’8 aprile scorso, una delle domande che gli ho posto riguardava il suo prossimo libro, di cui ha annunciato l’uscita a breve, e il cui titolo sarà “La moral como política de Estado”.

Un titolo del genere, per moltissimi libertari risulta indigeribile – e non a torto – perché, come dissi al presidente stesso “morale” e Stato” insieme rappresentano un ossimoro. Il titolo contiene una contraddizione quasi insanabile, dissi a Javier: come può un libertario invocare la “morale” come politica dello Stato, se proprio il libertarismo considera lo Stato una struttura intrinsecamente coercitiva e dunque moralmente problematica?

L’obiezione che gli ho rivolto — e che coglie un nodo reale, a prescindere — è precisamente questa: lo Stato, per definizione, vive di imposizione. Tassa, regola, vieta, obbliga, impone. E se la morale implica libertà individuale e responsabilità personale, come può essere “di Stato” senza trasformarsi in paternalismo o addirittura autoritarismo? La questione, mi ha risposto Javier “è molto più profonda di quanto sembri, e costringe a distinguere tra due modi radicalmente diversi di intendere il rapporto fra morale e politica”.

In epoca moderna, l’idea di una “morale di Stato” ha quasi sempre significato una cosa precisa: il potere politico che pretende di definire il bene collettivo e la giustizia sociale e di imporli alla società. È la logica che conosciamo, quella dei totalitarismi, degli Stati etici, delle ideologie salvifiche (ma in vero mortifere) e del moderno paternalismo politico e welfarista. Secondo questa visione, che ovviamente faccio mia, il cittadino non è libero di perseguire il proprio progetto di vita: deve conformarsi a un ideale morale stabilito dall’alto. È esattamente ciò che il liberalismo classico ha sempre combattuto.

Ed è qui che il titolo del libro di Milei diventa, ovviamente, ambiguo. Perché un libertario non può sostenere coerentemente che lo Stato debba “moralizzare” la società. Sarebbe una negazione della libertà individuale. Nessun anarco-capitalista, nessun liberale autentico e coerente può accettare l’idea di uno Stato che imponga virtù, valori o comportamenti morali. Ed è a questo punto che sono arrivate le spiegazioni di Javier, che cercherò di riassumere, e il senso che Milei attribuisce al titolo del suo prossimo “best seller”.

Se si osserva la traiettoria politica di Milei, emerge infatti un’altra interpretazione possibile e molto più coerente con il libertarismo. Quando Milei parla di morale, non sembra riferirsi alla moralizzazione dei cittadini, bensì alla moralizzazione dello Stato stesso. È una differenza decisiva, “no es trivial” mi ha detto. L’economista argentino non pensa ad uno Stato che impone la morale agli individui, ma uno Stato costretto a rispettare principi morali rigorosi, ovvero: 

  • Non rubare attraverso l’inflazione e le tasse;
  • non confiscare la ricchezza (proprietà) altrui arbitrariamente;
  • non vivere di clientelismo;
  • non usare il potere per creare privilegi;
  • non distruggere i meriti attribuiti dal mercato attraverso il corporativismo.

In questo senso, la “morale come politica di Stato” per Javier significa “limitare il comportamento immorale dello Stato”. Ed è qui che il titolo smette di essere completamente ossimorico.

L’ultimo intervento di Milei al World Economic Forum era intitolato “Machiavelli è morto”. Contro la tradizione machiavellica, che per secoli ha insegnato che la ragion di Stato, per cui “Il Principe” viene prima della morale (il potere deve sopravvivere, lo Stato deve conservarsi, l’efficacia e l’utilitarismo contano più dei principi), Milei, almeno teoricamente, tenta invece un’operazione opposta: “sottoporre la politica a vincoli morali”! A Davos ha, in pratica, presentato un “Manifesto per il libero mercato e l’etica occidentale”

Del resto, è proprio da questa sua tesi che derivano gran parte delle sue battaglie. Si pensi al pareggio di bilancio (disciplina fiscale), alla riduzione della spesa pubblica, all’abbattimento dell’inflazione, alla liberalizzazione, alla privatizzazione, all’eliminazione di privilegi corporativi e alla deregolamentazione “selvaggia” portata avanti dal ministro Sturzenegger. Nella sua testa l’inflazione non è solo un errore tecnico, ma è è una frode morale. Il deficit permanente non è solo inefficienza, ma è appropriazione indebita ai danni delle generazioni future. Ed è probabilmente qui che si colloca il cuore filosofico del titolo del suo libro.

Resta, però, il problema di fondo. Perché il libertarismo più radicale — da Murray Rothbard a Jesus Huerta de Soto — sostiene che lo Stato sia immorale non per come agisce, ma per ciò che intrinsecamente è. Dunque non può diventare davvero morale: può al massimo diventare meno immorale.

Ed è qui che probabilmente emerge la tensione reale insita nel “mileismo”. Il Milei teorico anarco-capitalista sa benissimo che uno Stato perfettamente morale è impossibile. Il Milei presidente, invece, opera dentro uno Stato esistente e cerca di “moralizzarlo” riducendone le dimensioni, la capacità predatoria, l’arbitrarietà e il peso sulla società civile. In altre parole: non gli passa affatto per la testa di costruire uno “Stato etico”, ma pensa ad uno Stato “il meno invasivo possibile”. E non lo sta facendo solo con la motosega in mano, ma anche – e forse soprattutto – impegnandosi in prima persona nella “battaglia culturale”.

È qui che torna utile la lezione di Luigi Einaudi, di cui ho scritto una decina di giorni faEinaudi non immaginava una società perfetta senza conflitti o coercizione. Immaginava qualcosa di più concreto: uno Stato limitato che lasciasse respirare l’individuo comune. La morale liberale, in questa tradizione, non consiste nell’imporre il bene, ma nel limitare il male che il potere può fare. E sotto questo profilo, molte politiche di Milei possono essere interpretate come un tentativo di “moralizzare” l’azione pubblica riducendone il carattere predatorio e criminale.

Ad ogni buon conto, il titolo del libro resta volutamente provocatorio. In punta di dottrina anarco-capitalista, “morale” e “politica di Stato” continueranno sempre a convivere con difficoltà. Perché ogni Stato implica coercizione, punto! Ma quel che mi ha raccontato Milei non non è che lo Stato debba insegnare la morale ai cittadini, ma che la politica e lo Stato debbono tornare a essere giudicati moralmente.

Se interpretato così, il titolo del suo prossimo libro non va interpretato come l’accettazione dello Stato in quanto tale, ma diventa viceversa il tentativo — paradossale ma interessante — di decostruire uno Stato affinché faccia meno male possibile. Che, per un libertario al governo, è forse il massimo realisticamente ottenibile.

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1 COMMENT

  1. Ha dimenticato un punto in elenco: “restituire i prestiti” e devo dire che
    quello ricevuto è già stato restituito a tempo di record, cosa rara per uno stato abituato a ruberie e ben altri andazzi.

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