di LEONARDO FACCO
Esiste una differenza fondamentale tra la visione cristiana dell’uomo e quella socialista. La prima invita ogni individuo a interrogarsi sulle proprie responsabilità, sui propri limiti e sulla possibilità di migliorarsi. La seconda, invece, tende a spostare continuamente la colpa all’esterno: è sempre colpa del sistema, del capitalismo, dei ricchi, delle multinazionali, della società o delle ingiustizie strutturali. L’individuo, in questa narrazione, è quasi sempre una vittima. È proprio su questa contrapposizione che il professore spagnolo Antonini de Jiménez costruisce una riflessione tanto semplice quanto profonda, partendo da un episodio evangelico e da un celebre romanzo dello scrittore portoghese José Saramago.
Nel suo libro intitolato Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Saramago pone una domanda provocatoria: come si può credere in un Dio che avrebbe avvertito soltanto Giuseppe dell’imminente strage degli innocenti ordinata da Erode, lasciando invece morire tutti gli altri bambini di Betlemme? Per molti anni, racconta Antonini, anche lui considerò questa obiezione convincente. Da giovane socialista e comunista (indottrinato dal cursus educativo-scolastico), leggeva Saramago e riteneva quella critica quasi decisiva contro il cristianesimo.
Poi arrivò la conversione. Ed è proprio allora che quella stessa vicenda evangelica assunse un significato completamente diverso. La domanda, sostiene Antonini, non è perché Dio abbia parlato soltanto a Giuseppe. La vera domanda è un’altra: quanti erano realmente in grado di ascoltarlo? La differenza è enorme!
Secondo la tradizione cristiana, Dio parla continuamente all’uomo attraverso la coscienza, la ragione e la grazia. Ma l’uomo, immerso nel rumore del mondo, nel peccato, nell’orgoglio e nell’autosufficienza, spesso perde la capacità di ascoltare quella voce. Giuseppe non viene scelto arbitrariamente; viene descritto nei Vangeli come un uomo giusto, umile, disposto ad ascoltare e a obbedire. La responsabilità, quindi, non ricade su Dio, bensì sull’uomo. È una prospettiva completamente diversa da quella proposta da Saramago.
Ed è proprio qui che Antonini individua il legame con il socialismo. L’ideologia socialista, infatti, tende sistematicamente a trasferire ogni responsabilità dall’individuo alle strutture sociali. Se sei povero, è colpa del capitalismo. Se fallisci, è colpa del mercato. Se non realizzi i tuoi obiettivi, è perché il sistema è ingiusto. Se provi invidia verso chi ha successo, il problema non sarebbe la tua invidia, ma la ricchezza altrui. Questa visione produce un effetto psicologico devastante: impedisce all’uomo di interrogarsi su sé stesso.
Carl Gustav Jung sosteneva che “chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”. Anche Aristotele individuava nella virtù il risultato di un lavoro quotidiano su sé stessi, mentre san Tommaso d’Aquino descriveva la vita morale come un continuo perfezionamento delle proprie inclinazioni mediante la ragione e la volontà. Il socialismo percorre la strada opposta. Esso promette di cambiare il mondo senza chiedere all’uomo di cambiare sé stesso.
È una promessa seducente perché elimina il peso della responsabilità personale. Se ogni difficoltà dipende sempre da qualcun altro, allora non esiste alcuna necessità di correggere i propri difetti, sviluppare autodisciplina, studiare, lavorare di più o assumersi i rischi delle proprie decisioni. In questa prospettiva la mediocrità diventa persino rassicurante.
Antonini – che si definisce l’“economista delle piccole cose” e si distingue per uno stile comunicativo diretto, provocatorio e filosofico – osserva che un uomo mediocre è molto più facile da manipolare. Chi non esercita il pensiero critico, chi attribuisce sempre ad altri la causa delle proprie difficoltà e chi attende continuamente che qualcuno risolva i suoi problemi finirà inevitabilmente per dipendere da chi promette soluzioni. È una dinamica che Friedrich Hayek aveva descritto magistralmente ne La via della schiavitù. Più gli individui rinunciano alla responsabilità personale, più cresce la richiesta di uno Stato onnipresente chiamato a decidere, pianificare e proteggere. Ludwig von Mises arrivò alla stessa conclusione sotto il profilo economico. Nel socialismo l’individuo cessa progressivamente di essere protagonista della propria vita per diventare un semplice esecutore delle decisioni prese dall’autorità centrale. La libertà economica e quella morale finiscono così per indebolirsi insieme. Ancora: non è un caso che tutte le grandi tradizioni liberali insistano sull’auto-perfezionamento, il sacrificio, l’impegno individuale. Benjamin Franklin costruì il proprio celebre programma delle tredici virtù partendo proprio dall’idea che il progresso della società nasca anzitutto dal progresso dell’individuo. Anche Alexis de Tocqueville osservava come la libertà politica potesse sopravvivere soltanto in una società composta da cittadini moralmente responsabili.
Il punto centrale della riflessione di Antonini è dunque spirituale prima ancora che politico. Il vero ostacolo alla libertà non è soltanto uno Stato troppo grande. È l’incapacità dell’uomo di riconoscere i propri limiti. Quando una persona comprende di avere, per usare l’espressione di Antonini, “un problema di udito”, cioè di non riuscire più ad ascoltare la verità, nasce finalmente la possibilità del cambiamento. Soltanto chi riconosce il proprio errore può correggersi. Soltanto chi ammette le proprie debolezze può diventare migliore.
La cultura contemporanea, invece, tende a suggerire il contrario. Ripete continuamente che bisogna accettarsi così come si è, che ogni comportamento è già legittimo, che il disagio dipende sempre da fattori esterni. È un messaggio apparentemente rassicurante ma profondamente paralizzante. La libertà autentica, invece, richiede fatica. Richiede disciplina. Richiede il coraggio di guardarsi allo specchio senza cercare continuamente un colpevole fuori da sé.
In fondo, la grande intuizione di Antonini può essere riassunta in una frase semplice: il socialismo prospera quando gli uomini smettono di migliorare sé stessi e iniziano a pretendere che sia il mondo a cambiare per adattarsi alle loro debolezze. Adora, e crea, “utili idioti”.
La tradizione cristiana e quella liberale, pur provenendo da percorsi differenti, convergono su un punto essenziale: la trasformazione della società comincia sempre dalla trasformazione dell’individuo. Un uomo interiormente libero difficilmente accetterà di diventare suddito. Ed è proprio per questo che ogni ideologia collettivista ha sempre guardato con sospetto sia alla responsabilità individuale sia alla libertà della coscienza.

