di GUSTAVE DE MOLINARI
Possiamo tuttavia immaginare una situazione diversa da quella appena descritta? Possiamo accettare che un governo sia in grado di fornire i servizi per cui è stato istituito se non possiede il diritto esclusivo di imporli su tutto il territorio sotto il suo controllo? Abbiamo osservato che questo sistema era un tempo comune alla maggior parte dei settori e che all’epoca la possibilità di un altro sistema era inconcepibile. È del tutto naturale che oggi non riusciamo a concepire che si possa garantire la sicurezza alle persone se queste rinunciano alla servitù politica, proprio come non riuscivamo a concepire che potessero essere nutrite, vestite e alloggiate se avessero preso l’imprudente decisione di liberarsi dalla servitù economica.
Proviamo quindi a chiederci cosa accadrebbe se venisse abolita la servitù politica, se la «libertà di governo» venisse sancita come complemento logico e necessario alla libertà di industria. Come sarebbero i governi e come funzionerebbero sotto questo nuovo regime?
Le previsioni che si possono formulare sul futuro della libertà di governo sono, sotto certi aspetti, ipotetiche. Nel momento in cui fu abolita la servitù economica, si poteva certamente affermare con certezza che i beni di prima necessità o di lusso, la cui produzione era stata resa libera, avrebbero continuato ad essere prodotti, e che sarebbero stati addirittura forniti al consumatore in maggiore abbondanza e a un prezzo inferiore; ma quale sarebbe stata l’influenza della libertà industriale sulla struttura degli stabilimenti industriali, e quale sarebbe stato il modo di operare della concorrenza, ora libera: questo è ciò che solo l’esperienza avrebbe potuto rivelare. Allo stesso modo, possiamo affermare che, dopo l’abolizione della servitù politica, i servizi attualmente monopolizzati dai governi continueranno ad essere forniti agli individui e alle società, e che saranno forniti in maggiore abbondanza e a un costo inferiore, il che, tutto sommato, è il punto essenziale. Tuttavia, non possiamo prevedere quale sarà l’organizzazione politica del futuro più di quanto i nostri predecessori potessero prevedere, al momento dell’instaurazione della libertà industriale, il futuro dell’industria. A questo proposito, possiamo solo fare semplici congetture.
Tuttavia, ciò che si può ancora affermare è che l’abolizione della servitù politica porterebbe necessariamente alla semplificazione dell’enorme e costoso apparato governativo che attualmente opprime i popoli civilizzati e che, per la sua complessità, gli ingranaggi e la lentezza dei suoi movimenti, assomiglia a una sorta di colossale macchina di Marly che la routine ha conservato in mezzo ai sofisticati macchinari dell’industria moderna.
Cominciamo col ricordare le condizioni generali di organizzazione che valgono per tutti i settori e le condizioni specifiche che caratterizzano il settore pubblico. Tutti i settori che hanno raggiunto un certo grado di sviluppo, indipendentemente dal regime di libertà o monopolio a cui sono soggetti, comportano la creazione di una serie di intermediari tra il produttore e il consumatore. Il settore pubblico non fa eccezione a questa regola: tra il consumatore e il produttore di servizi pubblici, lo Stato, vi sono almeno due intermediari, il comune e la provincia.
D’altra parte, i servizi che costituiscono le attribuzioni naturali dei governi, e per i quali essi sono stati istituiti, si caratterizzano per il fatto di non essere individuali, ma collettivi; essi vanno a beneficio, per loro stessa natura, di tutti gli abitanti del territorio in cui sono istituiti; di conseguenza, l’obbligo imposto all’individuo è quello di lasciare il territorio oppure di contribuire con la propria quota proporzionale ai costi di tali servizi. Si tratta di una servitù naturale. L’individuo vive nel comune. Secondo il sistema attuale, è obbligato a provvedere ai costi di tutti i servizi che gli vengono imposti dal governo comunale, siano essi individuali o collettivi. Supponiamo che la servitù politica venisse abolita: l’individuo potrebbe rifiutare quei servizi che sono di natura individuale; si asterrebbe dall’utilizzare la scuola comunale, non andrebbe in chiesa o a teatro se ce ne fosse uno, ecc. ecc., ma non potrebbe evitare di utilizzare i servizi di manutenzione stradale, fognature, pavimentazione, illuminazione stradale e, infine, la polizia. La società municipale a cui appartiene avrebbe il diritto di costringerlo a pagare la sua quota, pena l’espulsione dal comune. D’altra parte, a meno che non riduca i propri poteri ai servizi di natura comunitaria, l’amministrazione comunale non potrà più stabilire imposte di questa stessa natura, come le tasse locali. Infine, poiché i suoi poteri
saranno così limitati a servizi che sono per loro natura collettivi, sarà costretta dalla pressione competitiva a ridurre al minimo i costi per tutti e a stabilire un contributo speciale, proporzionale al consumo di ciascun partecipante, per coprire tali costi. La concorrenza interverrà qui in due modi: in primo luogo, se il comune è troppo piccolo per essere diviso, i residenti che si sentono ingiustamente penalizzati nella ripartizione delle spese collettive potranno trasferirsi nei comuni limitrofi, cosa che possono già fare nell’ambito del sistema attuale; d’altra parte, se il comune è grande, gli abitanti di un quartiere benestante, oberati di tasse a beneficio di altri o viceversa, potranno separarsi dall’insieme, cosa che è loro vietata nell’ambito del sistema attuale, sia per formare un comune indipendente, sia per unirsi al comune limitrofo.
Supponiamo ora che alcuni «anarchici» si rifiutino di contribuire ai costi dei servizi pubblici che richiedono un’amministrazione comunale con norme in materia di viabilità e ordine pubblico. Saranno liberi di stabilirsi in una località a sé stante dove potranno fare a meno del governo e dei servizi pubblici, dove non ci saranno né fognature, né pavimentazione, né illuminazione stradale, né polizia. Tuttavia, sembra probabile che si convinceranno presto, a loro discapito, della necessità di questi servizi. Qualunque sia la loro fiducia nella bontà innata della natura umana, si renderanno presto conto che ci sono persone che trovano più vantaggioso appropriarsi del valore creato da altri piuttosto che creare valore esse stesse, e che è più economico ed efficiente pagare una forza di polizia speciale per proteggersi da queste persone piuttosto che sorvegliarsi da soli. Inoltre, probabilmente entrerebbero in conflitto con la provincia. La loro comunità anarchica ne farebbe parte, e lo Stato esigerebbe la sua quota dei costi del servizio, per sua natura collettivo, della difesa esterna, fintanto che persiste il rischio di invasione.
Se il singolo usufruisce dei servizi forniti dal Comune, il Comune, a sua volta, li riceve dalla Provincia, e la Provincia dallo Stato: servizi di trasporto terrestre e marittimo, servizi di sicurezza interna ed esterna. Questi servizi provinciali e statali giungono al singolo, proprio come il prodotto di una fabbrica giunge, passando attraverso i canali di distribuzione all’ingrosso e al dettaglio, al consumatore che, nel prezzo che paga al rivenditore, rimborsa tutti i costi di produzione e degli intermediari.
L’organizzazione naturale dei servizi pubblici comporta la ripartizione dei costi dei servizi statali tra le province, la ripartizione dei costi dei servizi provinciali, sommati a quelli statali, tra i comuni e, infine, la ripartizione dei costi dei servizi comunali, maggiorati dei costi provinciali e statali, tra i singoli cittadini. Ma, nell’ambito del sistema attuale, i comuni non dispongono di mezzi efficaci per proteggersi dalla scarsa qualità o dai prezzi eccessivi dei servizi provinciali, né dall’indebita proliferazione di tali servizi, e la provincia è altrettanto indifesa nei confronti dello Stato, poiché il comune è vincolato e subordinato alla provincia e la provincia allo Stato.
La situazione sarebbe diversa in un sistema di governo libero. Il comune, liberato dalla servitù politica, avrebbe il diritto di separarsi dalla provincia e la provincia dallo Stato. Le conseguenze di questo doppio diritto di secessione sono facili da intuire. Se i servizi che il comune riceve dalla provincia, sommati a quelli che la provincia riceve dallo Stato e poi trasferisce al comune, sono eccessivi, se alcuni di essi non hanno il carattere di un servizio collettivo e gli individui hanno di conseguenza il diritto di rifiutarli, il comune rifiuterà di pagare la propria quota dei costi di produzione; se i servizi collettivi che è obbligato a ricevere sono di scarsa qualità o troppo costosi, si separerà dalla provincia per unirsi a un’altra, e le province faranno lo stesso rispetto allo Stato. Indubbiamente, le circostanze locali possono ostacolare l’esercizio di questo diritto di secessione, ma se si considera che la contiguità territoriale non è — l’esperienza lo attesta — necessaria per la costituzione di una provincia e di uno Stato, e che un comune o una provincia possono sussistere come enclave, si sarà convinti che il diritto di secessione comunale o provinciale genererà una concorrenza sufficiente tra Stati e province per migliorare la qualità dei loro servizi e abbassarne il prezzo. In ogni caso, questo diritto comporterebbe l’eliminazione di tutti i servizi che non hanno carattere collettivo all’interno dello Stato o della provincia, insieme a tutte le imposte di questo tipo, come i dazi doganali e i monopoli, siano essi istituiti a beneficio dello Stato o della provincia, o di privati. Sarebbe necessaria una specializzazione per la remunerazione dei servizi provinciali e statali, così come per i servizi municipali, e l’antico e barbaro apparato fiscale, con la sua molteplicità di imposte e gli ostacoli che la loro riscossione comporta, verrebbe sostituito dalla riscossione annuale di un semplice contributo. Questo contributo includerebbe, insieme ai costi dei servizi municipali, quelli della provincia e del comune, suddivisi e classificati.
Queste sarebbero le prime conseguenze dell’applicazione del diritto di secessione, dal momento in cui l’abolizione della servitù politica autorizzasse l’esercizio di tale diritto, attualmente vietato in tutto il mondo civilizzato, e la cui semplice rivendicazione non ha smesso di essere considerata un «reato contro la sicurezza dello Stato».
A queste conseguenze iniziali — vale a dire la riduzione delle responsabilità del comune, della provincia e dello Stato ai servizi che sono per loro natura collettivi, e l’eliminazione delle imposte che, in virtù della loro particolare natura, gravano sull’intera popolazione di un territorio senza alcuna possibilità di esenzione individuale, come i monopoli e i dazi doganali — se ne aggiungerebbero altre, non meno vantaggiose per i consumatori dei servizi collettivi. Tali servizi non sarebbero necessariamente forniti dalle stesse comunità di consumatori. Già oggi, nei paesi in cui l’industria e l’imprenditoria sono
sufficientemente sviluppate, le amministrazioni comunali non si occupano direttamente della fornitura di servizi idrici, dell’illuminazione a gas o della costruzione di linee tranviarie. Ritengono più economico affidare questi servizi a società specializzate. Ciò che è vantaggioso per alcuni servizi comunali potrebbe, in base allo stesso principio, essere vantaggioso anche per i servizi provinciali e statali, e in particolare per il servizio essenziale della sicurezza interna ed esterna. Detto questo, i consumatori di questi servizi trarrebbero vantaggio, da un lato, dalla concorrenza tra le comunità di cui farebbero parte in quanto consumatori e, dall’altro, dalla concorrenza tra le società specializzate incaricate di fornire i servizi pubblici; in breve, trarrebbero vantaggio da tutti i progressi generati da questa doppia concorrenza applicata a servizi il cui monopolio aumenta continuamente il prezzo senza migliorarne la qualità.
Un’altra conseguenza dell’abolizione della servitù politica sarebbe l’impossibilità di guerre di conquista tra popoli civilizzati. Dal momento in cui il diritto di secessione fosse applicato e diventasse parte delle consuetudini della civiltà, dal momento in cui il comune fosse sempre libero di separarsi dalla provincia e la provincia dallo Stato, non sarebbe più possibile per un governo impadronirsi di una popolazione come di un gregge e annetterla al proprio dominio politico. Questa violazione del diritto pubblico dei popoli civilizzati sarebbe considerata un crimine analogo alla pirateria e repressa, come già avviene per la pirateria, dall’accordo generale degli Stati. Se necessario, tutti si unirebbero per punire il governo pirata che tentasse di ristabilire la servitù politica sotto un regime di libertà.
*[Da Parte IV, Capitolo XV di Le leggi naturali dell’economia politica (1887). I PDF dell’originale (in francese) sono disponibili su davidmhart.com e archive.org.]
QUI IL Link all’originale – TRADUZIONE DI PIETRO AGRIESTI

