di MARIETTO CERNEAZ
L’articolo “The New Information Age”, ripubblicato da The Freeman, propone una riflessione sorprendentemente attuale sulla rivoluzione tecnologica iniziata negli anni Ottanta e sulle sue conseguenze economiche, sociali e politiche. Pur essendo stato scritto originariamente nel 1986, il testo appare quasi profetico nel descrivere l’impatto della digitalizzazione sull’economia di mercato, sull’innovazione e sul rapporto tra individuo e Stato.
L’idea centrale dell’articolo è semplice ma potentissima: ogni volta che il costo dell’elaborazione e della trasmissione delle informazioni diminuisce drasticamente, il mondo cambia radicalmente. L’autore cita una frase del dirigente informatico Robert F. Elfant: “Quando riduci significativamente il costo del computing, cambi il mondo”. Ed è proprio questo il cuore della trasformazione descritta: il passaggio da un’economia fondata principalmente sulle risorse fisiche a un’economia in cui il vero motore della ricchezza è l’informazione.
Uno dei punti più interessanti dell’articolo riguarda la diffusione dei personal computer negli anni Ottanta. Già allora si parlava di una crescita vertiginosa:
- nel 1984 le spedizioni di hardware per PC aumentarono del 60%;
- il mercato raggiunse i 20 miliardi di dollari;
- si prevedeva che entro pochi anni le vendite di PC avrebbero superato quelle dei mainframe.

L’autore sottolinea come queste innovazioni stessero democratizzando l’accesso alla tecnologia. Computer sempre più potenti diventavano accessibili a individui e piccole imprese, riducendo la dipendenza dai grandi centri di calcolo centralizzati. È un tema oggi più che mai attuale: la tecnologia digitale tende contemporaneamente a decentralizzare il potere economico e a creare nuove concentrazioni di controllo.
L’articolo insiste su un altro punto fondamentale: la nuova ricchezza non nasce più soltanto dall’estrazione di risorse materiali, ma dalla creatività umana.
L’esempio riportato è quello dei chip auto-riparanti sviluppati dalla Trilogy Systems Corporation. L’innovazione dimostrerebbe che la crescita economica moderna dipende sempre meno dalle risorse fisiche e sempre più dalla conoscenza, dall’ingegno e dalla capacità innovativa. In sostanza, il testo rifiuta la visione pessimista secondo cui il mondo sarebbe destinato a una scarsità crescente. Al contrario, l’autore sostiene una tesi tipicamente liberale: la libertà economica e l’innovazione umana possono espandere continuamente i limiti della prosperità.
L’articolo collega poi computer e telecomunicazioni, descrivendo quella che oggi chiameremmo convergenza digitale. Satelliti, reti dati, telecomunicazioni globali e informatica stavano creando un nuovo spazio economico internazionale. La rivoluzione dell’informazione veniva paragonata, per importanza strategica, persino alla scoperta della fissione atomica negli anni Quaranta. L’autore intravede in questa rivoluzione mercati globalizzati, trasmissione istantanea delle informazioni, nuovi modelli imprenditoriali, una crescente decentralizzazione economica.
Molti dei fenomeni oggi considerati normali – Internet, cloud computing, commercio digitale, lavoro remoto – erano ancora embrionali, ma già visibili nella logica della trasformazione in corso.
La parte più apertamente libertaria dell’articolo riguarda il ruolo dello Stato. Secondo l’autore, il principale rischio per questa nuova era tecnologica non sarebbe il mercato, bensì la regolamentazione governativa. Il testo denuncia infatti la tendenza dei governi a:
- Controllare le telecomunicazioni;
- imporre vincoli burocratici;
- rallentare l’innovazione;
- ostacolare la concorrenza.
Il che pare stia accadendo! La rivoluzione informatica viene descritta come un processo spontaneo e decentralizzato, che prospera solo in un contesto di libertà economica. È una visione perfettamente coerente con la tradizione di The Freeman, storica rivista libertaria vicina alla Foundation for Economic Education.
Riletto oggi, il testo colpisce soprattutto per la sua capacità anticipatrice. Molte delle intuizioni contenute nell’articolo si sono realizzate. Pensate ad esempio a:
- Centralità dell’informazione nell’economia;
- trasformazione digitale globale;
- enorme crescita del settore tecnologico;
- riduzione dei costi computazionali;
- automazione e sostituzione del lavoro umano con la robotica e l’AI;
- conflitto tra innovazione decentralizzata e controllo statale.
L’articolo aveva compreso con decenni di anticipo che il vero capitale del futuro non sarebbe stato soltanto materiale, ma cognitivo. Il messaggio finale del testo è chiaramente politico e filosofico: la rivoluzione dell’informazione non è soltanto tecnologica, ma profondamente legata alla libertà individuale.
Secondo l’autore, la creatività e l’innovazione prosperano solo in società aperte, la conoscenza cresce quando gli individui sono liberi di sperimentare e il mercato dell’informazione è incompatibile con sistemi troppo centralizzati. In altre parole, la nuova era dell’informazione non viene presentata semplicemente come un cambiamento economico, ma come una trasformazione della civiltà stessa.
Per questa ragione, conclude implicitamente l’articolo, la battaglia decisiva del futuro sarà quella tra decentralizzazione e controllo, innovazione spontanea e pianificazione e libertà digitale e regolamentazione politica.

