COME NASCE UNA DITTATURA? CON LA PAURA E IL CONSENSO DEI SUDDITI!

di NICOLA ROSSINI

Come inizia una dittatura? Da cosa ci si rende conto di ritrovarsi dentro un regime? Quali sono le prove che ormai si è imboccata la deriva totalitaria?

Nel ventesimo secolo, era più semplice e immediato. Un colpo di stato, una rivoluzione armata, spesso con omicidi di avversari politici e con la messa al bando degli stessi. Col tempo, i regimi palesi e sanguinari hanno dimostrato di poter avere vita breve. E il motivo è abbastanza semplice: la violenza brutale e cieca dà troppo nell’occhio ed incontra il consenso di una parte troppo limitata della popolazione. Tutti gli altri storcono la bocca, se possono manifestano dissenso, si organizzano, e alla fine, magari con aiutini di regimi esterni, vincono, rovesciando il regime “palesemente dittatoriale”.

Il potere, per sopravvivere a lungo, necessita del consenso, più o meno espresso, dei sudditi. Negli anni, quindi, ha sviluppato e sta sviluppando meccanismi sempre più sofisticati di ottenimento e mantenimento del consenso. Non più l’ostentazione della forza e la minaccia fisica, quindi. Non funzionano e l’hanno dimostrato nel corso dell’ultimo secolo. Ciò che permette di ottenere risultati nel lungo periodo è un mix di 3 elementi: la dipendenza, l’ineluttabilità, la paura.

La dipendenza, il potere la crea manovrando le leve dell’economia, in primis. Se notate, dopo il crollo dei regimi fascisti e comunisti, tutti i paesi coinvolti avevano sperimentato periodi di aperture economiche, denazionalizzazioni, liberalizzazioni, con conseguente incremento di tutti gli indici di benessere individuali. Il processo, se escludiamo alcune lodevoli eccezioni riguardanti soprattutto l’ex blocco sovietico, che è ancora di giovane “liberazione”, tende a trovare un blocco dopo qualche anno o qualche decennio. Lo Stato non più dittatoriale, dopo qualche tempo, tende a riprendersi gli spazi che gli individui avevano con fatica e sangue, riconquistato.

Anche qui, spesso non in modo troppo palese e cruento, ma col progressivo impoverimento delle aziende e con lo strisciante avvio di campagne di statalizzazione di interi settori, uniti ad una pressione fiscale sempre crescente (l’Occidente europeo e americano fornisce dati incontrovertibili a riguardo, non solo l’Italia che è forse l’infermo fiscale peggiore del pianeta ormai sotto tanti punti di vista), e ad un controllo dei flussi di denaro maniacale, occhiuto e sempre più pervasivo. In questo modo, la cosiddetta classe media o se vogliamo la piccola classe imprenditoriale, viene stritolata e messa in condizioni di non essere più autosufficiente. Un processo lungo, che dura anni se non decenni, ma che porta tantissime persone a rinunciare all’attività in proprio, per andare a cercare “sicurezza” e rifugio nel settore pubblico o nelle fila dei sussidiati dallo stato. Le persone, che erano state per un breve lasso di tempo libere, non lo sono più, perché dipendono a vari livelli dalle decisioni dello stato e dalle briciole che lo stato decide di distribuire per comprarne il consenso, in cambio di un’effimera sicurezza.

Il secondo elemento su cui il potere politico fa leva è l’ineluttabilità della propria esistenza e del proprio compito salvifico. Al pari di una nuova religione, inculcata fin da bambini nelle scuole e resa pensiero unico dal sistema di propaganda dei media statali o sussidiati (ancora troviamo la dipendenza economica) e dai tam tam dei social network, la presenza dello stato e della politica non può essere messa in discussione. Viene presa come un dato di fatto “naturale”, come un qualcosa che è sempre esistito e sempre esisterà, perché per il “nostro bene” abbiamo bisogno di essere governati e gestiti da un’organizzazione semi-infallibile. Sì, ci si lamenta sempre di coloro che gestiscono a turno le leve del potere. Ogni suddito sogna un giorno di essere in prima linea nel manovrare queste leve, ne ha l’intima illusione, crede che basterebbe in fondo che persone come sé stesso comandassero e tutto andrebbe per il verso giusto. Vengono criticati la destra, la sinistra, il centro, i partiti, i politici disonesti (come se non fosse già di per sé un ossimoro una politica onesta), ma non viene messo in discussione il potere in sé. Quello, al pari di un nuovo dio, è al centro dell’universo e non si può nemmeno ipotizzare che non sia così.

Il terzo elemento su cui si basa il consenso è la paura. Un uomo che già dipende finanziariamente dallo stato per sopravvivere, e che è intimamente convinto che sia giusto così e che lo stato sia necessario e indispensabile, è già un uomo timoroso ed impaurito. Non è e non potrà mai essere un uomo fiero, libero e pronto a mettersi in gioco per cercare la propria felicità e la propria dimensione nel mondo, se non all’interno di quel piccolo recinto che lo stato gli ha costruito intorno. Ma al potere non basta ancora, perché l’uomo è sì, timoroso e insicuro, ma non è ancora nel panico totale, e potrebbe ancora trovare il modo di affrancarsi, sfruttando magari le opportunità delle nuove tecnologie, o scoprendo qualcosa di nuovo in un viaggio all’estero, o chi lo sa come. Le vie della libertà individuale sono infinite. Serve perciò un nemico contro cui arruolare le persone impaurite, uno spauracchio da agitare all’occorrenza, un golem capace di porre termine alla vita delle persone e per fermare il quale l’unico modo è fare squadra col potere, non solo affidandosi ad esso.

Nel corso dei decenni, questo nemico è stato individuato da alcuni negli stranieri, più o meno individuabili (ebrei, zingari, musulmani, cinesi, americani) da altri nei ricchi, da altri ancora negli evasori fiscali, negli anarchici, o negli avversari politici, ma in tutti i casi ci si è sempre ritrovati a fare i conti con l’eccesso di violenza palese. Perseguire le persone, incarcerarle, torturarle, ucciderle, la fa troppo sporca e causa malumori e malcontento, mettendo a rischio la tenuta del sistema di potere.

Negli ultimi anni, quindi, è arrivato il salto di qualità. I nuovi Goldstein non sono più esseri umani. I 2 minuti di odio di orwelliana memoria si sono spostati progressivamente su cose impersonificate. Dapprima le “multinazionali”, grosse aziende con sedi ovunque, spesso senza un vero e proprio titolare individuabile. Poi la “globalizzazione”, con cui è stato fatto un salto di qualità, perché addirittura il nemico era un concetto, non più un qualcosa di concreto e fisico.

Infine, l’inquinamento del pianeta, evolutosi dapprima nel riscaldamento globale ed una volta smentito dai dati e dai fatti, in un più generico cambiamento climatico, contro cui i sudditi di tutto il mondo si scagliano, manifestano, si prestano, almeno in linea teorica, ad ogni genere di privazione e di rinuncia. Il pericolo, ci viene detto a spron battuto e da ogni pulpito possibile ed immaginabile, è la fine del mondo, con l’estinzione della razza umana tra indicibili sofferenze. Vi ricorda qualcosa? Ah si, viene in mente anche a voi ciò che hanno da sempre sostenuto le religioni per impaurire i propri adepti e renderli docili e ubbidienti?

La paura di morire è un potente antidoto alla libertà, e la gente si affida sempre ai propri guru. Difatti, stati, governi, politica, media, sono praticamente tutti uniti nel sostenere la stessa tesi: se volete salvare la vostra pellaccia, affidateci più potere e salveremo il pianeta con le nostre misure draconiane. Magari salveremo anche voi, se sarete ubbidienti e ci sosterrete a dovere.

Questa escalation della paura è stata fenomenale, ha contagiato miliardi di persone in tutto il mondo, e c’è una larga fetta della popolazione mondiale che sostiene la propaganda anti cambiamenti climatici. E’ stato un successo planetario, senza alcun dubbio. Ma purtroppo per loro, il tempo passa, le catastrofi non avvengono ai ritmi da loro auspicati o non avvengono proprio, sebbene la propaganda provi ad ingigantire ogni grado di variazione del clima, ogni temporale diventi una tempesta, ogni giorno di sole diventi siccità, e così via. Ma nessuno muore davvero, il mare non inghiotte le città, il cibo è sempre sulle nostre tavole, si continua perfino a vivere normalmente. Una cosa insopportabile proprio.

Ed ecco che giunge a fagiolo, nell’inverno del 2020, una notizia che parte dalla Cina. Un nuovo ceppo di coronavirus, la famiglia del comune raffreddore, si sviluppa in una grande città densamente popolata, e contagia qualche migliaio di persone in un mese. Alcuni di questi contagiati muoiono, i dati del governo cinese sono poco chiari, ma sembrerebbe evidenziarsi una certa mortalità, sebbene non sia affatto noto di cosa siano deceduti questi morti. Questa gestione dilettantesca delle notizie, al confine tra le leggende metropolitane e il racconto horror, scatena il panico tra gli stessi cinesi, che cercano di fuggire dal paese. Il governo cinese interviene, blocca gran parte degli spostamenti, e la reazione scatena ancora di più il panico, ma stavolta non solo nel paese, perché i cinesi sono 1500 milioni abbondanti, viaggiano tanto nel mondo ed hanno contatti commerciali e non, con tutto il resto del pianeta. Il potere politico cinese si rende conto che questa cosa potrebbe essere un boomerang, a seconda di come la si gestisce e la si cavalca. Inoltre, è una delle poche dittature palesi ancora attive nel pianeta nel ventunesimo secolo, e quindi non ha un grande bisogno di usare anche questo genere di paura coi propri sudditi. Quindi tentenna, dice e non dice, smentisce e poi rincara la dose dei controlli e dei divieti. Poi capisce… e restringe pesantemente le libertà individuali, naturalmente in nome del bene comune, della sicurezza e della salute pubblica. E’ il via libera. Il resto del mondo vede e segue a ruota. L’Italia ovviamente non vede l’ora di avere un Babau così facile e ghiotto, ed è la prima a fare i controlli sul coronavirus, ad attivare unità di crisi, ad avviare la macchina della propaganda e a scatenare il panico. Poche decine di casi diventano subito un’epidemia, la stampa e le tv si scatenano, abbandonando il climate change ed abbracciando il nuovo pensiero unico: il coronavirus, o lo si blocca o ci uccide tutti. Un virus del raffreddore che, come tutti i virus del raffreddore, se non gestito con riposo, al calduccio, rischia di avere delle complicazioni che possono sfociare in polmonite. Qualunque virologo lo confermerebbe, e nei primi giorni del panico creato ad hoc qualcuno infatti si era azzardato a dirlo chiaramente: è un raffreddore, se non avete cardiopatie gravi o malattie che vi hanno già debilitato il sistema immunitario non è una cosa seria. Se avete queste patologie, pregate di non prendere nessuna influenza, perché questo è solo uno dei tanti virus che potrebbero farvi del male.

Ma queste voci vengono travolte dalla grancassa della propaganda. Si inizia a parlare di morti da coronavirus, i tg aggiornano ogni mezzora sui contagi e sui morti, che in ormai un mese di cosiddetta “epidemia” raggiungono cifre che la normale influenza fa ogni inverno in un comune di 100mila abitanti senza che nessuno se ne preoccupi. I dati sugli anni precedenti, infatti, parlano di 7 milioni di casi in Italia, trasformatisi in polmonite nel 3% circa dei casi, ovvero circa 200mila persone nel 2019 si presero la polmonite. Di questi, circa il 5% fu costretto a ricoverarsi, e nei casi peggiori, fu attaccato alle macchine dell’ossigeno per seri problemi respiratori. Il bilancio, di solito, è di 200 morti di polmonite da virus di raffreddore, ogni anno. Morti diretti, persone che non avevano altre patologie e che sono finite in ospedale con la polmonite grave e ci hanno lasciato le penne. E di 7-8mila morti indotte e indirette: ultra 80enni, cardiopatici gravi, malati di cancro, persone fortemente debilitate da altre patologie gravi. Ad oggi, notte tra il 9 e il 10 marzo, il coronavirus Covid-19 ha colpito in un mese in tutta Italia 9172 persone, i morti diretti sono 0. Si, avete letto bene, nessuno è morto direttamente per la polmonite da coronavirus. I decessi “indiretti” sono 473, ma è un conteggio che lascia il tempo che trova, perché vengono considerati decessi indiretti anche coloro che muoiono di cancro e a cui viene fatto un tampone ex post per vedere se avevano inoculato il virus, pur essendo asintomatici. Cosa che per le altre influenze difficilmente viene fatta. Un morto di cancro è un morto di cancro, di solito, anche se risultasse che nel suo organismo c’è l’herpes, il citomegalovirus o il pneumococco. Col coronavirus non vale e tutte le persone decedute per altri motivi a cui viene trovata la positività al virus vengono conteggiate nella somma del terrore. Viene il dubbio che dentro quel calcolo vi possa essere perfino qualche morto di incidente stradale o sul lavoro. Ma non abbiamo la controprova.

E’ chiaro che le cifre non giustificano il panico e che tutto è gestito ad arte per crearlo artificialmente, ma stavolta la gente ha paura davvero. Ha paura perché si tratta di un virus a cui è stato dato un connotato esotico, per il quale si sostiene non esista cura (come se per gli altri virus influenzali ci fosse…) e perché tutti temono di morire. E se ovunque viene sostenuto che siamo in emergenza e che è pericoloso, le persone tendono a crederci. È un circolo vizioso che si autoalimenta e che viene comunque sempre costantemente alimentato da chi ha interesse. E chi ha maggiore interesse del potere a cavalcare l’onda della paura? Un potere che tra l’altro gestisce direttamente il business della sanità, che in Italia è quasi totalmente pubblica o al massimo convenzionata, quindi comunque gestita dallo stato. Stato che, vedrete se mi sbaglio, renderà obbligatorio un vaccino anti-coronavirus entro poche settimane o mesi, insieme ad altre misure di controllo sull’intera popolazione. Magari prendendo spunto dal governo cinese, che ha imposto ad un miliardo e mezzo di persone di scaricare una app sul cellulare in grado di monitorare tutti gli spostamenti personali, con un sistema di riconoscimento individuale che neppure i maestri della letteratura distopica avrebbero potuto immaginare.

Tra l’altro, stanotte una delle giornaliste di regime più famose, Giovanna Botteri, ne ha subito tessuto le lodi. Di solito, in tv non passa nulla per caso…  Per poter cavalcare al meglio la paura, quindi, la si deve gonfiare a dismisura, e così viene fatto. Si parte dalle zone rosse, aree del paese in cui vi sono stati i primi casi di contagio, nelle quali si attua una specie di coprifuoco, con chiusura d’imperio di attività lavorative private, scuole, luoghi di incontro. La gente viene costretta a stare in casa perché potrebbe prendersi il raffreddore, ma pare comunque accettare di buon grado questa limitazione.

È una pacchia, la strategia della paura funziona, la popolazione impaurita si affida a misure di imponente limitazione delle proprie libertà, anzi, le richiede, le implora, le pretende. Il governo non si fa pregare e dopo pochi giorni inizia a restringerle ulteriormente, tra il plauso del mondo dei vip e dell’intellighenzia, sempre pronta a saltare sul carro dei dittatori, storicamente. Il presidente del Consiglio va in diretta tv a comunicare misure che fino a poche settimane fa, ovunque nel mondo, sarebbero state additate, giustamente, come fasciste o comuniste, a seconda della “sensibilità” politica di chi guarda. La pillola viene ulteriormente indorata con il marketing della neolingua orwelliana: il divieto quasi assoluto di movimento si chiama “Io sto a casa”, e cantanti, giornalisti e divulgatori tv fanno a gara a prestarsi per farci capire che è per il nostro bene e che chi dovesse disubbidire è una sorta di terrorista che mette volontariamente a repentaglio la vita di tutti. Le tecniche, come vedete, sono sempre le stesse, ma decenni di lobotomia statale hanno fatto effetto, e praticamente nessuno si rende conto di ciò che realmente sta accadendo.

Con due soli decreti d’urgenza vengono sospese quasi tutte le libertà individuali, che la cosiddetta “Costituzione più bella del mondo” avrebbe dovuto tutelare. E invece è bastato cavalcare la paura di un “raffreddore” per infischiarsene allegramente dell’articolo 2, che parla dei diritti inviolabili dell’essere umano come individuo e come persona che ha rapporti con gli altri; dell’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza davanti alla legge a prescindere dalle condizioni sociali (e invece se sei politico o medico puoi muoverti, se non lo sei diventi sanzionabile); dell’articolo 16 sulla libertà di muoversi sul territorio nazionale; del 17, che sancisce la libertà di incontrarsi e riunirsi con altre persone; del 41 e 42 che parlano della libertà economica e imprenditoriale, totalmente bloccati dal decreto che chiude, blocca e limita il lavoro dei negozianti e di tanti altri fornitori di servizi.

Due decreti e ci ritroviamo la gente rinchiusa in casa, impossibilitata a fare praticamente qualsiasi cosa, controllata negli spostamenti e sanzionabile in caso di “non urgenza”. Il decreto incarica le forze di polizia e le forze armate di presidiare strade e luoghi pubblici. Una cosa di una gravità inaudita, passata totalmente sotto silenzio e che invece certifica, se ancora ce ne fosse bisogno, il grado di impunità raggiunto dal potere statale nel 2020. Siamo sotto una strisciante dittatura, in una escalation folle che in poco tempo ha gettato la maschera, tra il plauso convinto di coloro che avrebbero dovuto vigilare, stampa e guitti di corte in primis. Ma in un paese (e in un mondo che si distingue comunque poco dall’Italia) in cui tutto viene regolamentato, gestito, tassato e controllato dagli stati, il risultato non poteva essere molto diverso.

Quando ci si renderà conto che il punto di non ritorno è stato superato, sarà ovviamente troppo tardi. Lo negheranno, lo negherete a lungo, salvo poi diventare i paladini della libertà quando il sistema sarà crollato, da solo o perché qualcuno è riuscito a dargli una spallata. Certamente non voi che oggi lo difendete in nome di una fittizia sicurezza, e che esultate di fronte alla cancellazione della libertà. Prima o poi, ve ne pentirete, ma l’avete voluta e ve la siete cercata. Mi dispiace per i pochi che già oggi vedono, perché soffriranno, soffriremo a lungo per colpa vostra.

P.S. Un piccolo cenno a cosa accadrà a livello economico. I decreti hanno scadenza 3 aprile, peraltro prorogabili a piacimento. Si tratta di un mese per tutta Italia e di quasi 2 per le regioni più produttive che erano già state paralizzate da prima. Essendo praticamente bloccate quasi tutte le attività di produzione e di commercializzazione, oltre ai trasporti, gli scenari che potrebbero verificarsi sono di questo genere: negozi e supermercati chiusi del tutto o non riforniti, con conseguente corsa alla spesa in stile guerra che arriva e peggioramento della situazione, con atti di sciacallaggio, risse, e in generale difficoltà a reperire cibo; pompe di benzina chiuse, perché non viaggia più nessuno e gli imprenditori non si caricano di scorte senza motivo; piccole attività, settore ristorativo, turistico, dello sport e del divertimento totalmente ko, migliaia di attività chiuse definitivamente, decine se non centinaia di migliaia di persone neo disoccupate. Una nuova pacchia per lo stato, che potrà ergersi a salvatore di tutti questi nuovi poveri, che dimenticheranno in fretta che in realtà è proprio chi gli offre salvezza ad averli messi, volontariamente e coscientemente, in quella situazione. Nuova stretta su chi tiene aperta l’attività, caccia all’evasore che arriverà a livelli folli, con casi di linciaggi e violenze, col risultato che una nuova limitazione delle libertà, stavolta economiche e finanziarie, verrà posta in essere a furor di popolo. Nazionalizzazioni di interi settori, compresi probabilmente settori che in Italia pubblici non sono mai stati, come gli alberghi o i ristoranti. Povertà crescente, carte del Reddito di Cittadinanza distribuite a pioggia, in perfetto stile tessera annonaria, ma con un altro nome carino e simpatico che renderà tutti felici e consci che non siamo mica del Ventennio!

QUI UNA RIFLESSIONE TECNICA SUL CORONAVIRUS DI GIORGIO FIDENATO

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