FIORAMONTI, IL CERVELLO IN FUGA DI CUI NON SI SENTIVA LA MANCANZA

di MATTEO CORSINI

Uno dei più loquaci ministri del governo giallorosso è Lorenzo Fioramonti, che finora ha parlato di scuola o per chiedere che siano spesi 3 miliardi in più oppure per fornire la benedizione ministeriale al Gretathunbergismo del venerdì.  In compenso ama parlare di tasse. Per esempio, a proposito di Iva, ha dichiarato:

  • “Mi sembra interessante l’Iva rimodulata che potrebbe aumentare o diminuire su alcuni prodotti: potrebbe diminuire su beni di prima necessità e si aumenta qualche aliquota su alcuni prodotti come il caviale, dal 10% sarebbe giusto pensare al 20%”.

Se aumenterà o meno l’Iva lo vedremo nelle prossime settimane. Per adesso ognuno nel governo dice la sua, come al bar. Il solo parlare a ruota libera da parte di diversi ministri è a mio parere deleterio, ma la questione della “rimodulazione” è una enorme presa per i fondelli alle persone alle quali si è (sper)giurato che mai e poi mai l’Iva sarebbe aumentata.

Prova ne sia che se la “rimodulazione” dovesse comportare una necessità di minori coperture per rimuovere (o rimandare ancora) la clausola di salvaguardia da 23 miliardi per il 2020, significherebbe che, complessivamente, quell’imposta aumenta. Ci si può supercazzoleggiare sopra finché si vuole, ma i numeri sono incontrovertibili. Ancora Fioramonti, a proposito delle sue proposte fiscali:

  • “Io ho proposto una serie di interventi intelligenti chiedendo una percentuale piccola in più per interventi che fanno bene alla società anche per indirizzare i consumi verso qualcosa che fanno bene”.

Si tratta delle famigerate tasse sulle merendine e sui biglietti aerei. Direi che “intelligenti” non sia l’aggettivo appropriato, a maggior ragione quando è lo stesso Fioramonti a utilizzarlo. Il quale pretende di stabilire per tutti quanti cosa consumare, perché fa bene, e cosa invece deve essere tassato di più, perché fa male.

Questo signore insegnava in Sudafrica prima che Giggino di Maio lo ingaggiasse nel M5S. Credo che l’Italia avrebbe potuto continuare a fare a meno di lui.

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