PER GILBERTO ONETO IL VERO PROBLEMA DELLA PADANIA ERA L’ITALIA

di GIANLUCA MARCHI

Ormai da tempo mi suscita scarso se non nullo interesse quel che dice la Lega Nord, essendosi trasformato – per decisione legittima dei suoi vertici, sia chiaro – in un partito nazionalista italiano che non può essere più lontano dalla mia residua sensibilità politica. E tuttavia oggi mi vedo costretto a intervenire dopo la corposa intervista rilasciata ieri da Matteo Salvini  perché in un passaggio della stessa si fa riferimento a un uomo, Gilberto Oneto, a tramandare le cui idee e il cui insegnamento mi sto dedicando, insieme a molte altre persone, in qualità di presidente dell’Associazione culturale che porta il suo nome.

Riprendo solo due passaggi della lunga intervista, che sono poi quelli che ci interessano.

Domanda: Insomma, da leghista è diventato un sovranista innamorato dell’Italia?

Risposta: Io, come ogni leghista, sono innamorato di tutte le bandiere e di tutte le libertà, Ma per difendere le autonomie regionali dalla Ue e dalla globalizzazione oggi serve una prospettiva nazionale. Se non controlli la tua moneta e i tuoi confini non puoi avere indipendenza.

Domanda: Chissà se l’ultraindipendentista Oneto, vecchio collaboratore di Libero per il quale già il Nord era un concetto troppo esteso, sarebbe d’accordo con lei…

Risposta: Ero in ospedale con lui l’ultima sera della sua esistenza terrena e ci siamo parlati per più di un’ora. Mi spronava ad andare avanti nella sfida a Bruxelles, mantenendo saldi i valori dell’autonomia e dell’identità. Perché, come sosteneva Oneto nei suoi fili diretti in Radio già negli anni Novanta, bisogna riprendersi il potere da Bruxelles per poi riorganizzarsi a livello federale. E’ questa la differenza fondamentale tra la Lega e la Le Pen, che invece sogna lo Stato centrale forte.

A parte il dubbio gusto di sbandierare ai quattro venti un fatto molto privato come l’incontro avuto in ospedale poche ore prima del decesso, che già testimonia la volontà di piegare a proprio uso e consumo politico un rapporto umano che andava al di là delle posizioni assunte da ciascuno, mi pare che in questo caso Salvini abbia assorbito alla perfezione un insegnamento venutogli dal suo ex maestro Umberto Bossi: quello di mettere a posto la storia a posteriore secondo le proprie convenienze.

Sono stato testimone diretto per molti tempo del pensiero di Gilberto e soprattutto negli ultimi anni, quando insieme anche a Leo Facco ci siamo buttati nell’avventura online prima con L’Indipendenza e poi con il MiglioVerde, e sinceramente proprio non ricordo che la sua priorità politica sia mai stata quella di liberare l’Italia dal giogo di Bruxelles e della Ue come sostiene adesso Salvini, allo scopo nemmeno troppo nascosto di tenere vincolati alle Lega gli indipendentisti che ancora credono sia fondamentale l’articolo 1 dello statuto del movimento, quello che recita come obiettivo primo l’indipendenza della Padania. Oneto ha sempre sostenuto che il problema vero della Padania fosse l’Italia e quindi la necessità di liberarsi da essa per poter poi consentire alle comunità territoriali padane di riorganizzarsi come meglio avessero voluto.

E’ la mia parola contro quella di Salvini? Per l’amor di dio, non intendo proprio assurgere a contraltare di nessuno. Per avvalorare quel che dico mi limito a ripubblicare un articolo molto eloquente che Oneto scrisse per questa testata nel marzo del 2015, uno dei tanti di analogo tenore, affinché i lettori possano fare le loro valutazioni.

INVASIONE DEGLI ITALIANISSIMI A VENEZIA: LA LEGA DICA BASTA

di GILBERTO ONETO

Quando nel mondo leghista si vuole coprire l’imbarazzo di alleanze scabrose si cita la frase di Gianfranco Miglio: «Pur di avere il federalismo, sono disposto ad allearmi anche col diavolo». Di solito, molto furbescamente, si omette che lo stesso Professore aveva aggiustato il tiro riducendo la disponibilità ad affiancarsi a “quasi tutti” e non certo al diavolo, che per essenza  stessa è centralista e nemico di ogni autonomia.

In ogni caso la frasetta è stata tirata fuori per ogni alleanza con la destra e con la sinistra (è successo anche questo) fino alla formazione di sodalizi con i peggiori ceffi statalisti. Il viscido mantra viene utilizzato di questi tempi per giustificare la vicinanza con Casa Pound, con Fratelli d’Italia e con analoghe combriccole tricolorute. Oggi però esso è ancora meno digesto  perché dai comuni obiettivi il federalismo è scomparso del tutto. Negli anni passati c’era almeno la scusa di specchietti per le allodole come la devolution e il federalismo fiscale: adesso anche quegli ipocriti palliativi sono spariti dal lessico politico. È rimasto solo il purulento sodalizio con gli italianissimi.

Anche i più incalliti secessionisti hanno capito le esigenze di Salvini di salvare un partito che era in stato pre-agonico, hanno accettato la necessità di taluni escamotages e tatticismi per poter rimettere la barca in normale assetto di navigazione, ma hanno sempre messo in guardia la nuova dirigenza leghista circa i pericoli di un atteggiamento ambiguo e di volteggiamenti eccessivamente acrobatici. Va bene la lotta all’Euro, va bene la lotta all’immigrazione, va bene combattere lo statalismo e la corruzione, ma non per questo si deve accettare di diventare italiani perché l’Italia è la vera causa dei disastri economici, dell’immigrazione e di tutte le altre rogne mortali da cui ci si deve difendere.

Si devono porre limiti e paletti al di là dei quali non si può andare pena la disgregazione del partito che con tanta fatica Salvini è riuscito a salvare da morte certa. La base della Lega è indipendentista, lo è la sua gente e la sua anima: senza gente e senza anima non si va da nessuna parte. La Lega è riuscita a sopravvivere a colpi che avrebbero abbattuto chiunque proprio perché è portatrice di un progetto morale semplice ma vigoroso, quello dell’indipendenza, dell’autodeterminazione, della libertà e della chiara volontà di svincolarsi dall’Italia e dalle sue spire ammorbanti.

I segnali di pericolo ci sono. A Roma la piazza leghista era evidentemente e fastidiosamente diversa dalla brodaglia tricolore su fondo nero. Ma lo stimolo che davvero non può più impedire di trattenere i conati di vomito è venuto dall’invasione degli italianissimi di Venezia: una melmosa e mediterranea  acqua alta ha invaso la città, stomachevoli lenzuola tricolori ne hanno inquinato le strade: “sette piani di leggerezza” sono stati srotolati nella città meno italiana di tutte, nella più illustre vittima dell’italianità.  Davanti ai monumenti veneziani, certi ceffi pelasgici sono come gli iconoclasti dell’Isis: taluni hanno anche gli stessi caratteri fisionomici.

Serve davvero mettere dei paletti. È venuto il momento di ricordare a questi indigesti compagni di un breve tratto di viaggio che l’obiettivo resta l’indipendenza, che non devono interpretare il “nostropaesismo” di certi zerbinotti stipendiati e cadrego-muniti  come una deformazione genetica dell’indipendentismo.

Un segnale lo devono però dare tutti: la Lega si liberi delle scorie tricolori tosiane, Salvini ricordi a tutti che il primo articolo dello Statuto non è stato abrogato, Zaia finisca di cincischiare attorno alla vicenda dell’autodeterminazione, i venetisti smettano di spennarsi fra di loro e trovino un compromesso elettorale con la Lega per le regionali. Si dia tutti assieme un segnale chiaro. A Venezia l’orpello massonico e giacobino  era solo di passaggio, come le orde di vucumprà e di turisti ciabattoni: erano solo dei vusventulà.

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