HONG KONG, AVANZA LA FECCIA COMUNISTA. A RISCHIO ANCHE I CATTOLICI E TAIWAN

di MARIETTO CERNEAZ

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la nuova legge (liberticida e criminale) sulla sicurezza nazionale promossa, approvata e adottata, nei giorni scorsi a Pechino, da quel farisaico organo chiamato Parlamento comunista. «Se la varate, per noi Hong Kong non sarà più autonoma», aveva avvertito il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. Pechino è andata avanti comunque: il giorno dopo l’approvazione della norma, ecco che è arriva la reazione di Washington.

Via lo status speciale per Hong Kong e Trump ha anche aperto un nuovo capitolo di sanzioni contro la Cina, per ora indirizzate ai personaggi identificati come responsabili diretti degli atti che stanno togliendo a Hong Kong le sue libertà (la città-stato rappresenta da sempre un baluardo liberale nel mondo, sempre in gtesta alle classifiche delle libertà economiche peraltro). L’annuncio dato da Trump nel Giardino delle Rose della Casa Bianca è il punto d’arrivo di un’escalation della tensione con la Cina alimentata prima dallo scontro su temi commerciali e finanziari (l’accusa alla Cina di manipolare la sua valuta e di approfittarsi dell’America sul piano industriale), poi su quelli geostrategici (l’espansionismo cinese sui mari) e sanitari (la pandemia provocata dal «virus cinese» che Pechino ha nascosto per settimane).

Mentre l’Inghilterra si dice pronta a concedere la cittadinanza a 300.000 hongkonghesi, Demosisto, il movimento anti-cinese che l’attivista Joshua Wong ha contribuito a fondare, chiede alla comunità internazionale di seguire l’esempio degli Stati Uniti e adottare “passi concreti per punire Pechino”. L’appello arriva giusto dopo le dichiarazioni di Donald Trump

“Sollecitiamo altri alleati internazionali affinché stiano dalla parte di Hong Kong”, ha detto Joshua Wong. “Le azioni parlano più forte delle parole. Oltre a dichiarazioni contro la legge sulla sicurezza nazionale, è anche importante usare diversi tipi di strumenti per fare pressioni su Pechino”. Nathan Law, che insieme a Joshua Wong ha fondato Demosisto, ha riconosciuto che simili iniziative potrebbero avere ripercussioni anche per gli abitanti di Hong Kong, ma ha sottolineato come sarebbero peggiori le conseguenze dell’attuazione della legge sulla “sicurezza” voluta da Pechino. “Se non faremo nulla e la legge sulla sicurezza nazionale verrà attuata a Hong Kong, sarà questo l’esito più terribile”, ha avvertito.

La Cina è una spietata dittatura. La proposta di legge approvata giovedì dall’Assemblea Nazionale del popolo della Cina, massima autorità legislativa della Repubblica popolare, darà nuovi grandi poteri al governo cinese in materia di sicurezza nazionale ad Hong Kong. I dettagli del testo – che ora dovrà passare dal Comitato permanente del Partito comunista e potrebbe diventare legge in pochi mesi – non sono ancora chiari, ma il timore è che la Cina possa di fatto mettersi nella posizione di punire qualunque atto ritenuto contrario alla “sicurezza nazionale”. Questo potrebbe voler dire anche imporre grande controllo sulle manifestazioni e sui social network, come succede già nel resto della Cina.

Secondo qualcuno la mossa di “Winnie the Pooh” (questo il soprannome dato dai cinesi al loro presidente a vita), indicherebbe una certa debolezza di Xi Jin Pin, e del Paese, che ha colto l’ultima finestra di opportunità, concessale dalla confusione creata dal Covid-19. A dirlo è l’esperto di strategie militari dell’American enterpise institute (Aei), Zack Cooper che afferma anche che dopo Hong Kong, sarà il turno di Taiwan ad essere stretta nella morsa cinese.

La Cina attaccherà Taiwan se non ci sarà altro modo per fermarne l’indipendenza. Proprio questo è stato il monito arrivato da Li Zuocheng, uno dei generali cinesi più alti in grado, e si colloca sullo sfondo delle crescenti tensioni legate sia a Taiwan che a Hong Kong.

Tra i diritti della popolazione di Hong Kong messi in pericolo dalla nuova legge, ci sono anche la libertà religiosa e di culto. Soprattutto i cattolici hanno molte ragioni di preoccuparsi, considerando le pesanti restrizioni che già vigono nella Cina continentale. È molto probabile che l’Associazione patriottica, che richiede esplicitamente l’obbedienza al Partito comunista e non al Papa, metta piede anche a Hong Kong per limitare l’«interferenza» del Vaticano. Pechino potrebbe anche ricercare ragioni formali per intromettersi nella vita dei cattolici di Hong Kong: in fondo, la diocesi della città è suffraganea dell’arcidiocesi di Guangzhou. Ed è pur sempre il diritto canonico a spiegare che la sede metropolitana, in certi casi molto limitati, può avere delle prerogative su quella suffraganea. E Bergoglio, come al solito, si prostrerà di fronte a esponenti di un’ideologia criminale che da tempo mostra di apprezzare alquanto.

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