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I “fondi di coesione europei” che tanto piacciono ai “prenditori”

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di MATTEO CORSINI

Di recente mi è capitato di leggere sul Sole 24Ore un articolo che rendeva conto di uno studio commissionato dal ministero dello Sviluppo economico polacco relativo ai cosiddetti fondi di coesione europei che, in parole povere, consistono un una redistribuzione di risorse dai pagatori di tasse di certi Paesi ai consumatori di tasse di altri Paesi dell’Unione europea. L’idea di fondo è che questi trasferimenti beneficino anche i Paesi contributori, mediante il canale delle esportazione verso i Paesi beneficiari: “Di ogni euro di fondi europei speso nei Paesi dell’allargamento, 80 centesimi “tornano” nei vecchi Stati membri, i 15 che costituivano la Ue prima del 2004. È il valore aggiunto comunitario della politica di coesione, che travalica i confini degli Stati membri beneficiari e si riverbera anche nei Paesi “donatori netti”, quelli per i quali il saldo tra dare e avere nei confronti dell’Unione è negativo”.

Detto che, nel caso dell’Italia, di oltre 17 miliardi ne tornerebbero come esportazioni verso i Paesi beneficiari (tutti dell’Est) meno di 9, ecco cosa vorrebbe concludere il rapporto: “Il ragionamento che è alla base del documento è abbastanza semplice: i progetti infrastrutturali, energetici, ma anche ambientali e di ricerca cofinanziati dai fondi Ue nei quattro paesi prima di tutto migliorano le condizioni economiche locali e stimolano la domanda aggregata domestica che fa aumentare il Pil, spingendo sia i consumi finali che gli investimenti. Questo fa aumentare le importazioni dirette (legate ai progetti) e soprattutto quelle indirette, di cui beneficiano in primo luogo i principali partner commerciali”.

Quello che trovo sommamente scorretto in questo elogio del keynesismo transnazionale è considerare i Paesi come se fossero un unico soggetto. In realtà i prenditori di questi fondi non corrispondono all’intera popolazione dei Paesi beneficiari, così come i beneficiari “di ritorno” nei Paesi contributori non è detto che siano gli stessi sui quali grava l’onere relativo ai contributi ai fondi di coesione. Anzi, ben difficilmente lo sono, se non in minima parte.

Almeno si evitasse di raccontare a chi paga il conto che il tutto è a suo stesso vantaggio.

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1 COMMENT

  1. Da italiano residente a Varsavia, non posso che essere d’accordo. Purtroppo molti polacchi non si rendono conto come questi fondi non facciano altro che alimentare la logica statalista distorcendo pesantemente il mercato, con tutte le conseguenze nefaste che questo comporta. Quando mi capita di argomentare sul fatto che la tanto paventata chiusura dei fondi europei sarebbe una benedizione non solo per chi questi fondi li eroga ma anche per chi li riceve, mi guardano come se fossi un marziano. Detto questo, qui in Polonia esiste fortunatamente una minoranza libertaria piuttosto agguerrita anche politicamente che questi concetti li ha ben chiari. Una cosa che in parte mi conforta

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