I VICHINGHI TORNANO A FARE L’IMPRESA, SBARCHERANNO IN AMERICA

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navevichingadi REDAZIONE

Una nave vichinga in piena regola sta per salpare dal porto di Haugesund, in Norvegia, carica di uomini, provviste e tanta buona volontà. E non sarà un viaggio da poco perché la Dragon Harald Fairhair, lunga trentacinque metri, larga otto e pesante settanta tonnellate, ha un obiettivo ambizioso: arrivare in America. Se poi le cose andranno come previsto, nel 2015 ripartirà alla volta del Mediterraneo spingendosi fino alle lontane coste della Turchia.

È una sfida grande, per molti quasi impossibile, spiega un articolo pubblicato sulla rivista “Archeologia Viva”, quella lanciata dal magnate norvegese Sigurd Aaase, che ha deciso di spendere un bel po’ dei suoi soldi nella ricostruzione di un’imbarcazione che non finisse nelle sale di un museo, ma tornasse a solcare i mari come fecero i suoi avi. Per due anni una ventina di esperti, tra cui marinai, ingegneri e artigiani del legno, hanno lavorato senza sosta. Non si scherza col vento e le tempeste del mare del Nord dove si fanno le prove di navigazione. I materiali sono i migliori: dalla Germania è arrivato il legno di quercia, mentre le centinaia di metri di seta necessari per le vele provengono dalla Cina.  

Alla fine ciò che si materializza è la copia perfetta – “anzi, ancora meglio” dicono i costruttori – di una nave vichinga. Il nome dell’imbarcazione, all’altezza dell’impresa, è appunto quello del primo re, Harald Farhair, che unificò la Norvegia alla fine del IX secolo. Ma, passato l’entusiasmo iniziale, comincia a farsi largo un dubbio: l’imbarcazione, col suo equipaggio di cento uomini, sarà in grado di superare la prova del mare? Astrid Kähler, giornalista e appassionata di storia, è tra le prime a salire a bordo per il viaggio prova che decreterà il verdetto: “All’inizio sembrava impossibile farcela. Nel remare, sbattevo le ginocchia sulla schiena di quello davanti, i remi mi sembravano pesantissimi, non riuscivo a tenere gli occhi aperti per il vento e la salsedine. In più tenere il ritmo imposto dal comandante era una follia”.

Alla fine il movimento della nave assume regolarità, ma la velocità massima è di sette chilometri orari, la metà di quella a cui viaggiavano le imbarcazioni mosse dalle robuste braccia degli antichi abitanti dei fiordi. “Servirà un buon allenamento – commenta fiduciosa la giornalista – ma ce la faremo a spingerci lontano. Se falliremo, avremo imparato almeno la vita di bordo al tempo dei Vichinghi”.

L’ARTICOLO ORIGINALE QUI

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