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Il crack di SVB? Un film già visto e rivisto

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di MATTEO CORSINI

Il 10 marzo scorso è stato deciso l’intevernto del FDIC (il fondo di tutela dei depositi americano) a seguito della evidente situazione di insolvenza della Silicon Valley Bank (SVB). Come sempre in questi casi, l’insolvenza deriva da una situazione di illiquidità. Le cui cause sono state da più parti imputate a una cattiva gestione dei rischi. Ma perché, se questo fosse il caso, allarmarsi per il possibile contagio alle altre banche? Se queste hanno gestito correttamente i rischi, perché dovrebbero essere a loro volta a rischio di illiquidità e, a seguire, di insolvenza?
SVB, con circa 200 miliardi di attivo di bilancio, operava per lo più con operatori di venture capital e aziende tech, molto diffuse nel territorio di appartenenza. Il problema è che era esposta a una concentrazione settoriale sia dal lato dell’attivo, sia da quello del passivo. Si finanziava, infatti, per buona parte mediante depositi di aziende tech, che negli anni di tassi a zero e quantitative easing illimitato erano letteralmente sommerse da finanziatori e, quindi, avevano abbondanza di cassa da depositare.
SVB ha investito l’eccedenza di liquidità in titoli di Stato e MBS con durata media finanziaria tra i 5 e i 6 anni, senza coprire il rischio di tasso. O meglio, coprendolo solo in minima parte e per di più smontando le coperture nel corso del 2022. Il fatto che quei titoli fossero classificati in modo tale da non dover registrare le loro variazioni di valore di mercato nel conto economico non era sufficiente, evidentemente, a scongiurare un problema di funding in caso di violento aumento dei tassi di interesse e conseguente perdita di valore di quei titoli.
Aumento dei tassi che ha anche ridotto le fonti di finanziamento delle società depositanti, le quali hanno quindi iniziato a drenare denaro. SVB ha quibdi dovuto fronteggiare allo stesso tempo una riduzione di valore dell’attivo e una riduzione dei depositi. A quel punto ha dovuto vendere in forte perdita una parte del portafoglio titoli, aggravando la sua situazione e facendo allarmare i depositanti, che hanno accelerato il ritiro dei loro fondi.
Il disperato tentativo di lanciare un aumento di capitale di 2.5 miliardi si è spento, appunto, il 10 marzo, quando la situazione è diventata irreversibile. Di qui l’intervento del FDIC. E nonostante il segretario al Tesoro Janet Yellen dichiarasse “escludiamo un salvataggio pubblico“, alla fine è poi stato disposto che tutti i depositi, non solo fino al limite di tot mila dollari, fossero tutelati dal FDIC. Al tempo stesso la Federal Reserve fornirà finanziamenti valutando i titoli posti a collaterale al loro valore nominale, e non a quello di mercato. Il quale, dopo i rialzi dei tassi dell’ultimo anno, possono valere anche decine di punti percentali in meno del nominale.
In attesa di verificare la reazione del mercato, resta la questione di fondo. E’ stato solo un problema di cattiva gestione dei rischi o il problema risiede nel funzionamento del sistema? Se il problema fosse il risk management,  non si dovrebbe temere così tanto il contagio. Ma il fatto è che una corretta gestione dei rischi non evita completamente il problema della trasformazione di passività contrattualmente a vista in impieghi a medio lungo termine. Né la moltiplicazione dei depositi tipici della riserva frazionaria.
Indubbiamente se SVB avesse investito i depositi in attività a vista o a brevissima scadenza, non sarebbe andata in crisi di liquidità. Ma questo le sarebbe costato, negli anni di QEe tassi a zero, una sostanziale assenza di profitti, se non l’incapacità di coprire i costi operativi. Adesso non resta che assistere all’ennesima richiesta di un aumento delle regole da parte di coloro che hanno generato tutto questo. Fino al prossimo giro. Per inciso, la soluzione prospettata non riduce certo l’azzardo morale.

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