LA CRISI DI ISRAELE: UNA VITTIMA ECCELLENTE

di PAOLO L. BERNARDINI

Ora che abbiamo davanti agli occhi tutti gli effetti delle sciagurate – ma interessate – politiche (quasi) universali per contrastare il virus, possiamo trarre un bilancio simile a quello di una guerra: quanti edifici sono rimasti in piedi, quanti cittadini sono rimasti vivi?

I governi fanno strame dell’umanità e si arricchiscono in occasione di guerre, ed epidemie, e cessassero queste, dovrebbe invocare l’arrivo degli alieni invasori, per poter soffocare un’altra volta i loro cittadini, fare a pezzi i loro diritti, ed arricchire le grandi imprese alleate, tramite la viziosa alleanza tra l’impresa serva del potere (siano armi o medicinali o prodotti informatici e di sicurezza), e i tenutari del potere stesso, nonché pochi o tanti “clientes”, tra cui mafie e camorre. D’altra parte se nessuno si ribella, le cose vanno avanti così.

L’unica ribellione possibile, almeno da noi, è l’indipendenza. Ma non un giovane cui importi il proprio futuro viene avanti, diviene leader, ai vecchi importano il ricordo e la preghiera. E allora, si muoia tutti in pace. Forse i giovani italiani sono già morti anche se in apparenza sono vivi, e questo è ben triste perché hanno vissuto ben poco davvero. E quel poco nella miseria.

Particolarmente interessante – nella tragedia globale – è quella particolare che colpisce Israele. Ora, Israele è un faro di libertà economica nel Mediterraneo. Si pensi che da anni è il paese mediterraneo più in alto nella classifica dell’Index of Economic Freedom. Nell’edizione 2020 dell’IEF, figura al 26esimo posto, prima della Germania, e dopo la Corea del Sud. Nell’inferno statalistico e centralistico del Mediterraneo, è valida eccezione. Il secondo paese mediterraneo nell’IEF 2020 è Cipro, alla posizione numero 37. L’Italia – pur in risalita – occupa la posizione numero 76 (superata perfino dalla Turchia è il che dice molto). Orbene, le politiche di chiusura radicale, di lockdown pervicace, applicate dal governo israeliano hanno messo in ginocchio uno dei cardini dell’economia israeliana, la piccola e media impresa.

Con sussidi promessi e mai arrivati, spaventose oscillazioni di strategia, e quanto di peggio si poteva fare, inutile dilungarsi su questo in quanto si ha l’esempio italiano davanti. Tutto questo ha provocato contestazioni forti, sono scese in piazza (e le piazze non hanno lasciato), migliaia di persone, a partire dall’11 luglio, titolari di piccole e a volte piccolissime imprese, martoriate dalla chiusura. D’altra parte non solo su questo si mostra l’inabilità abissale del governo Netanyahu-Gantz (con quest’ultimo del tutto demoralizzato e stanco).

La storia della piccola e media impresa israeliana – fuori dalle multinazionali che hanno pericolosi rapporti di interesse con gli stati – è veramente interessante, con la nascita, in parallelo di nuovo con l’Italia, di una miriade di piccole e medie imprese negli anni 60 e 70 del Novecento, che hanno dato un impulso fondamentale alla crescita del piccolo stato mediterraneo. Ora, già in crisi da almeno inizio secolo, ora la loro sopravvivenza è messa in forse, gravemente. Per chi voglia documentarsi, si può vedere il bellissimo reportage del fotografo Assi Haim, che data 2011 ma è tornato ad essere molto attuale oggi. Per il reportage completo, in ebraico (“Ha Mordim”, “I ribelli”), si vedano queste pagine: VEDI QUI; e per un riassunto in italiano VEDI QUI.

Se Israele cade economicamente, sarà un nuovo colpo molto brutto, in un quadro già disperato, a livello mondiale. In un mondo dominato da governi collusi con multinazionali del farmaco, della sicurezza, della comunicazione e delle armi, gradirei non vivere. E si noti che il fotografo Haim è uomo di sinistra. Dove è finita la sinistra mondiale che difende il piccolo imprenditore? Quando si fiutano affari globali, grillini piddini e spazzatura umana varia, dei piccoli imprenditori e lavoratori vari i cui interessi dovrebbero difendere, si fanno un baffo.

Ora però Israele scende in piazza, come fece per l’ultima volta in maniera massiccia come nel 2011. Un recente quadro della situazione è dato da quest’articolo del 14 agosto.

 

Sono gente pugnace, e tenace. E la loro gioventù – pur cresciuta negli agi – è diversa dalla nostra, è combattiva. Hanno nonni che hanno raccontato loro di Auschwitz. Perché ci sono stati. Può darsi che protestino solo per avere dei sussidi. Alcuni magari sì. Ma ho l’impressione che dalle nuove generazioni israeliane ci sia da aspettarsi molto. Anche e soprattutto dal punto di vista del liberalismo più genuino. Come “piccolo stato” multietnico, multilinguistico (russo e inglese sono più parlati dell’ebraico, o quasi, e anche l’arabo è da tutti conosciuto), Israele – tolti tanti pregiudizi – può insegnare molto. Con tutti i suoi limiti di “stato” per tanti aspetti troppo grande, si pensi solo alla difesa. Se Israele entra in una crisi economica irreversibile, tante brutte cose potranno accadere. Presto.

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