LA FED E LA “NORMALIZZAZIONE MONETARIA”

di MATTEO CORSINI

Come è noto, la Federal Reserve ha sostanzialmente interrotto il processo di “normalizzazione” della sua politica monetaria, tanto sul fronte dei tassi di interesse, quanto, entro l’autunno, su quello della riduzione delle dimensioni del suo bilancio. Ciò in risposta al rallentamento ciclico verificatosi nella seconda parte del 2018, non a caso a seguito di un periodo di seppur moderata “normalizzazione”.

Per chi conosce la scuola austriaca di economia questa evoluzione non desta stupore: l’economia era (ed è ancora) in buona parte drogata dalla politica molto accomodante (non solo) della Fed, e avere ridotto le dosi non ha fatto altro che far emergere che la salute dell’economia non era buona come appariva. Per i più accaniti sostenitori della droga monetaria, la Fed non dovrebbe neppure aspettare i prossimi mesi, ma dovrebbe già da ora riprendere l’azione espansiva, promettendo di essere aggressiva.

Tra costoro l’ex membro del FOMC Narayana Kocherlakota, secondo il quale “se la cassetta dei medicinali è quasi vuota, devi mantenere il paziente il più in salute possibile. Ciò significa tagliare i tassi adesso per ridurre la disoccupazione ancora di più”.

Se “la cassetta dei medicinali è quasi vuotaè perché non la si è voluta riempire fin qui, il che dovrebbe far riflettere sul fatto che la salute del paziente non sia poi così buona, altrimenti non si spiegherebbe come mai un sistema economico rischi di andare in crisi con tassi di interesse poco superiori al 2 per cento. Evidentemente la montagna di debito generatasi nell’ultimo decennio in corrispondenza dei maxi stimoli monetari ha reso molti soggetti incapaci di sopravvivere se non con tassi di interesse molto bassi. Una situazione di sostanziale zombificazione dell’economia.

Ma questo evidentemente non preoccupa Kocherlakota, secondo il quale, al contrario, “la Fed dovrebbe pubblicamente impegnarsi a mantenere gli stimoli dopo una recessione finché il tasso di disoccupazione scende sotto il 3 per cento e fino a quando l’inflazione “core” resta sotto al 2.5 per cento. Tale promessa, molto più forte di qualsiasi usata o anche suggerita durante l’ultima ripresa, aiuterebbe a minimizzare i danni e velocizzare il recupero”.

In sostanza, come avviene in ogni storia di tossicodipendenza, le dosi devono crescere ogni volta che si manifesta una crisi di astinenza. Quindi espansione “preventiva” e aumento del target sulla crescita dei prezzi al consumo. Ovviamente nessuno sguardo ai prezzi delle attività reali e finanziarie, che possono gonfiarsi apparentemente senza destare preoccupazione.

Secondo Kocherlakota questo servirebbe aminimizzare i danni”. Evidentemente non lo sfiora il dubbio che sia questo a provocare i danni, come potrebbe forse dedurre se cercasse di dare una risposta al perché ogni volta che c’è una crisi serva uno stimolo superiore alla volta precedente. Ovviamente chi non impara dai propri errori è destinato (diabolicamente) a ripeterli.

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