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La (insulsa) politica estera femminista

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di MATTEO CORSINI

Così come per non è con il socialismo che si fa del bene al prossimo, non è con l’ecologismo ideologico e parlato di molti “verdi” che si preserva l’ambiente. In fin dei conti certo ecologismo è, nella sostnza, una settorizzazione del socialismo. Entrambi finiscono per peggiorare la vita delle persone, anche quelle che vorrebbero tutelare.
Quello che sta succedendo nel settore automobilistico è un tema che affronto ormai con una certa frequenza, ma non è il solo esempio di come si possano fare danni (oltre a rendersi ridicoli) quando ci si preoccupa di segnalare le proprie virtù cercando di imporre le stesse agli altri.
E così in Germania, sotto la spinta della (verde) ministra degli Esteri Annalena Baerbock, ha ben pensato di lanciare la “Politica estera femminista“, probabilmente con il nobile scopo di migliorare la condizione femminile in quei Paesi del mondo dove nascere e vivere non è una passeggiata per le donne.
Il problema è che, al di là delle etichette e delle decine o centinaia di pagine di documenti nei quali si illustra (con una certa abbondanza di supercazzole) cosa si intende fare, viene poi il momento di passare dalle parole politicamente corrette ai fatti. E i fatti dimostrano che la politica estera fennimista non è distinguibile da quella priva di qualificazione di genere. In caso contrario, chi la pratica dovrebbe interrompere le relazioni d’affari o imporre sanzioni ai Paesi che non sono conformi agli standard previsti dal programma della politica estera femminista. E qualcosa mi dice che diversi Paesi mediorientali, asiatici e africani non lo siano.
Ciò nondimeno, non mi pare si registri un atteggiamento ostile da parte della Germania. La quale avrebbe potuto per lo meno trarre ispirazione dalla progressista Svezia, che un esperimento del genere lo ha condotto nel 2014, salvo poi ora tornare sui propri passi una volta constatato che l’etichetta femminista si è rivelata controproducente.
Mala tempora currunt anche a nord delle Alpi.
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