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La povertà non si combatte con il welfare state

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ITALY ECONOMYdi MATTEO CORSINI

“Anche se i cattivi comportamenti peggiorano l’essere poveri, è in primo luogo la povertà stessa a causare cattivi comportamenti. Dando denaro ai poveri potremmo spezzare questo circolo vizioso”. Prendendo sputo da alcuni studi che, a detta di chi li ha realizzati, dimostrerebbero che dando soldi a famiglie povere si ottiene il miglioramento del comportamento dei loro membri e le prospettive dei figli, Noah Smith giunge alla conclusione che il welfare state dovrebbe essere irrobustito. Si avrebbero due risultati: meno crimine e più sviluppo.

Ora, che dando più soldi alle famiglie povere migliorino le condizioni dei loro figli e si riduca il crimine potrebbe anche essere vero, ma va tenuto presente che il campione sul quale si è basato lo studio è necessariamente ridotto. D’altra parte, non vi è alcun elemento oggettivo per stabilire ex ante che quei soldi verrebbero spesi per l’istruzione dei figli invece che, per esempio, in alcolici. Ciò che ex ante è certamente possibile affermare, però, è che ogni trasferimento monetario nell’ambito del welfare state è necessariamente redistributivo. E ovviamente tanto maggiori sono i trasferimento monetari, quanto maggiore è la redistribuzione. Altrettanto ovvio è che all’aumentare dell’importo dei trasferimenti, diminuiscono gli incentivi a produrre reddito mediante scambi volontari sia per i riceventi, sia per coloro dai quali le somme sono prelevate.

Mi sembra anche di poter affermare che, al di là dell’aura di scientificità che si cerca di dare a questi studi, si finisce per arrivare a conclusioni che i socialisti sostengono da un paio di secoli. Peccato che tutti gli esperimenti socialisti non abbiano dato i risultati promessi dai fautori di tali esperimenti. Soprattutto, la povertà non è stata eliminata, semplicemente è stata estesa e, con essa, è stata estesa la compressione della proprietà privata.

Spesso chi sostiene che la soluzione consista nella redistribuzione afferma che il mercato non è in grado di risolvere il problema e che, anzi, produce un aumento delle disuguaglianze. Posto che il compito del mercato non è produrre uguaglianza, bensì generare scambi volontari da parte di una pluralità di soggetti, credo sia opportuno evidenziare che i principali nemici del mercato sono coloro che spesso sono considerati fautori del mercato stesso. Chi invoca un giorno sì e l’altro pure delle barriere all’ingresso di nuovi concorrenti, limiti alla libera fluttuazione dei prezzi e altri provvedimenti del genere, per di più ipocritamente sostenendo di farlo per il bene dei consumatori, non fa altro che chiedere che siano tolte opportunità a una moltitudine di persone per uscire dalla povertà. Ovviamente lo Stato è ben lieto di soddisfare i desideri di chi chiede una limitazione del mercato, perché ciò genera consenso e, al tempo stesso, scredita il mercato.

Invece di distorcere il funzionamento del mercato per poi redistribuire, sarebbe meglio rimuovere le barriere legali che impediscono il pieno funzionamento del mercato evitando anche di redistribuire. Ma il fatto stesso che mettere barriere e redistribuire accresca il potere dello Stato dovrebbe rendere evidente che non verrà dallo Stato un’inversione di marcia. Per la felicità del redistributore Smith.

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