LA PROSTITUZIONE FA BENE AL PIL. E ALLA PROPAGANDA DI STATO

trans-prostitute_originaldi GIOVANNI BIRINDELLI

La notizia, di circa un mese e mezzo fa, è questa: a partire dal 2014 attività illegali (per quanto legittime) quali la prostituzione, la droga e il contrabbando (di sigarette e alcol) entreranno nel calcolo del cosiddetto Prodotto Interno Lordo (Pil). Il fatto che gli uffici (pubblici) di statistica utilizzino gli indici da essi elaborati per truccare le carte a favore del loro padrone, lo stato totalitario, e quindi ai danni delle persone che questo opprime, è cosa arcinota a coloro che studiano l’economia (cioè la Scuola Austriaca di economia).

L’esempio tipico è dato dalla manipolazione dell’indice dei prezzi al consumo. Come dice Mises, «Una madre di famiglia giudiziosa sa molto di più dei cambiamenti dei prezzi dei beni che fanno parte della sua economia domestica di quanto le medie statistiche possano dire … Se lei “misurasse” i cambiamenti dei prezzi a scopi personali prendendo i prezzi solo di due o tre beni come parametro, non sarebbe meno “scientifica” e più arbitraria di quanto lo sono i sofisticati matematici nello scegliere i loro metodi per la manipolazione dei dati del mercato … Nella vita pratica nessuno si lascia prendere in giro dagli indici statistici. Nessuno crede alla finzione che essi debbano essere considerati come misurazioni»[1].

Tuttavia, la decisione di includere alcune attività illegali nel calcolo del Pil è un salto di qualità della propaganda statistica che ha sorpreso molti perfino fra coloro che studiano economia. Prima di discutere brevemente le implicazioni di questa decisione è necessario spendere due parole sul Pil.

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Aumentare la crescita con la statistica (p. es. includendo nel Pil beni e servizi che prima non vi erano inclusi) perché non si riesce ad aumentarla realmente, è come “perdere peso” modificando i parametri della bilancia perché non si riesce a dimagrire. Il fatto che sia stato possibile includere nel Pil, in modo del tutto arbitrario, perfino attività illegali, è da solo sufficiente a far capire anche a un bambino che il Pil non ha alcun significato economico affidabile.

Il Pil, tuttavia, per come è stato concepito, ha una caratteristica particolare che lo rende di per sé uno strumento di propaganda keynesiana e interventista estremamente efficace, indipendentemente dal fatto che esso venga arbitrariamente gonfiato. Questa caratteristica è quella di sottodimensionare la produzione di beni capitali e servizi intermedi (risultato del risparmio) rispetto a quella di beni e servizi di consumo. In altre parole, il Pil, per come è stato concepito, e a dispetto del suo nome, non è affatto una grandezza “lorda” ma, nelle parole di Murray Rothbard, «solo parzialmente lorda»[2]: esso trascura buona parte della produzione che avviene negli stadi della struttura produttiva più lontani da quello finale del consumo. Come afferma Jesús Huerta de Soto «[il Pil] si riferisce solamente alla produzione di beni e servizi consegnati agli utilizzatori finali. In effetti, si basa su un ristretto criterio contabile di valore aggiunto che è alieno alle verità fondamentali dell’economia; tiene conto solamente del valore dei beni e servizi di consumo e dei beni capitali finali completati durante l’anno. Non incorpora gli altri prodotti intermedi che costituiscono gli stadi del processo produttivo e che passano da uno stadio all’altro durante l’anno finanziario»[3].

crescitaPoiché il grosso dell’attività produttiva avviene negli stadi della struttura produttiva antecedenti quello finale del consumo, ignorare una buona parte della produzione che avviene in questi stadi significa sottodimensionare grandemente (secondo Huerta de Soto, in un paese come gli Stati Uniti, di circa la metà[4]) la produzione nazionale annua. Qui sembra esserci una contraddizione: per ovvi motivi, gli stati totalitari hanno tutto l’interesse a sovradimensionare il Pil; perché allora ricorrere a indici che sottodimensionano la produzione nazionale annua?

In realtà non c’è alcuna contraddizione in quanto una cosa è il Pil e una cosa molto diversa è quella che qui (riferendomi a quanto effettivamente, lungo l’intera struttura produttiva,  viene prodotto in un anno in un determinato paese) ho chiamato “produzione nazionale annua”. Gli stati hanno, ovviamente, tutto l’interesse a gonfiare il Pil (al punto che, come abbiamo visto, sono arrivati perfino a includervi beni e servizi illegali): questo consente loro di indebitarsi di più, spendere di più ecc. Tuttavia, allo stesso tempo, gli stati interventisti hanno bisogno di un indice statistico (il Pil appunto) che sovradimensioni la produzione di beni e servizi di consumo rispetto a quella dei beni capitali e servizi intermedi. Perché?

La ragione sta sempre nel bisogno di chi controlla lo stato collettivista e “democratico” (o di chi si candida a controllarlo) di spendere e indebitarsi il più possibile per potersi comprare i voti di coloro che alle elezioni fa sentire “cittadini per un giorno”. Se un indice statistico (il Pil nel nostro caso) sovradimensiona la produzione di beni e servizi di consumo rispetto a quella di beni capitali e servizi intermedi, questo vuol dire che un aumento dei risparmi (cioè una riduzione dei consumi) tenderà ad abbassare il Pil e quindi darà il messaggio che la produzione è diminuita. Essa tuttavia non è affatto necessariamente diminuita: grazie all’aumento dei risparmi essa per il momento si è semplicemente e virtuosamente spostata dai beni e servizi di consumo ai beni capitali e servizi intermedi, gran parte dei quali, tuttavia, come abbiamo visto, non viene presa in considerazione dal Pil[5]. Nel lungo periodo, allungandosi la struttura produttiva grazie ai maggiori investimenti consentiti dai maggiori risparmi, la produzione tenderà anzi ad aumentare (altro che diminuire!) e a diventare qualitativamente più elevata grazie a una struttura produttiva sempre più complessa.

Il Pil trasmette il messaggio che, a seguito di un aumento dei risparmi, la produzione diminuisce, semplicemente perché è stato costruito per non essere capace di vedere gran parte dell’attività economica che si è spostata negli stadi della struttura produttiva antecedenti quello del consumo. Il Pil non è in grado di vedere gran parte di questa attività economica in quanto «quasi inevitabilmente implica che la produzione sia istantanea e non richieda tempo, cioè che non ci siano stadi intermedi nel processo produttivo e che la preferenza temporale [che si riflette nella scelta fra consumo e risparmio, cioè fra tempo presente e tempo futuro, N.d.R.] sia irrilevante per la determinazione del tasso d’interesse. In breve, le misure standard del reddito nazionale trascurano completamente la parte più grande e significativa del processo produttivo»[6]. Usando una metafora un po’ grossolana, possiamo dire che il Pil è come una “legge” elettorale disegnata apposta per lasciare senza rappresentanza politica la maggioranza delle persone.

In estrema sintesi, il Pil serve agli stati per trasmettere o comunque favorire il messaggio keynesiano (e quindi interventista):

maggiori consumi = maggiore crescita;

maggiori risparmi = decrescita

pilE questo è precisamente il messaggio di cui gli stati interventisti non possono fare a meno, a costo di avere un indice statistico che sottodimensioni la produzione nazionale: la fine della sua trasmissione significherebbe infatti la fine anticipata della festa, a partire da quella monetaria basata sulla sempre maggiore contraffazione del denaro, sulla separazione fra risparmi e investimenti e su tassi d’interesse artificialmente bassi. In questo senso il Pil è, insieme all’indice dei prezzi al consumo, uno strumento supremo di propaganda statistica: un conto è infatti trasmettere a parole il messaggio di cui sopra (“propaganda keynesiana”, per brevità) e un altro conto è, nonostante la sua incompatibilità con la teoria economica, vederlo “dimostrato alla prova dei numeri”[7].

Gli stati totalitari hanno quindi bisogno di un indice statistico che trasmetta, o comunque favorisca, la propaganda keynesiana. Una volta trovato questo indice (il Pil), hanno bisogno di gonfiarlo il più possibile. Fin qui, niente nuovo sul fronte occidentale (fino a un mese e mezzo fa). La decisione di gonfiare il Pil includendovi la produzione di beni e servizi (sempre di consumo) illegali quali prostituzione, droga e contrabbando (di sigarette e alcol) è un salto di qualità sorprendente.

Alcuni commentatori, come ad esempio Peter Schiff, si sono concentrati sul fatto che l’illegalità implica il ricorso a stime e quindi ancora maggiore arbitrarietà da parte di chi controlla lo stato e dei suoi complici. Per quanto ciò sia vero, non credo che sia questo l’aspetto più importante: come abbiamo visto, anche senza stime, il Pil rimane comunque uno strumento di propaganda keynesiana che produce risultati che poco hanno a che vedere con il reale stato delle cose e che trasmette un messaggio incompatibile con la scienza economica.

L’aspetto secondo me più importante di questa decisione, sul quale qui non mi dilungherò, è sul piano filosofico e consiste nell’implicita ammissione, da parte dello stato totalitario stesso, della differenza fra legalità (rispetto della “legge” fiat[8]) e legittimità (rispetto della Legge[9]) e soprattutto della subordinazione della prima alla seconda. Perché includere solo alcune attività illegali nel Pil e guarda caso quelle che di per loro non implicano aggressione ad alcuno? Perché non includere anche i sequestri di persona, per esempio? Evidentemente, perché “verrebbe passata la linea”: quella linea è quella che separa la Legge e la libertà dalla “legge” fiat e dalla tirannia.

La decisione di includere attività illegali nel Pil, al pari di quella (altrettanto poco reclamizzata) di includere nelle nuove emissioni di titoli del debito pubblico delle clausole che danno allo stato il “diritto” di modificare arbitrariamente il rendimento e la durata del titolo, va letta come un segno di disperazione. Il punto in cui gli effetti negativi della droga non possono più essere coperti col ricorso a dosi ancora più massicce di droga, semplicemente perché il corpo non ce la fa più ad assorbirla, è vicino: queste misure danno anche alla persona che si disinteressa di economia un’idea di quanto.

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In chiusura, una breve nota sulla prostituzione, che il citato articolo dell’ANSA, forse sbagliando, include fra le «attività illegali» (credo che, almeno in Italia, Curso-prostitutanon sia la prostituzione di per sé a essere illegale ma il suo sfruttamento). Secondo un autorevole vocabolario della lingua italiana, prostituire significa «concedere ad altri, per denaro o per qualsiasi interesse materiale, ciò che, secondo i princìpi morali di una società, non può costituire oggetto di lucro»[10]. Il termine “princìpi morali” è sempre ambiguo; esso può riferirsi:

1) Ai giudizi personali su comportamenti particolari; giudizi che si presume siano condivisi dalla parte in qualche modo prevalente di coloro che compongono una società (non sono giudizi “di una società”: la “società” non pensa, non ha un numero di telefono);

2) alla Legge, che come sappiamo, in quanto regola di comportamento generale e ordine spontaneo, è indipendente dalle opinioni di chiunque e, in particolare, della maggioranza delle persone.

Quindi credo che una definizione più precisa anche se meno elegante del termine “prostituire” sia «concedere ad altri, per denaro o per qualsiasi interesse materiale, ciò che, secondo i giudizi personali (su comportamenti particolari) che si presume siano condivisi dalla parte in qualche modo prevalente di coloro che compongono una società, non può costituire oggetto di lucro».

Immagino che col termine “prostituzione” gli uffici di statistica si riferiscano alla prostituzione sessuale (e trovo curioso ricorrere al termine prostituzione per questo comportamento particolare in quanto personalmente non riesco a capire i motivi per cui qualcuno possa ritenere che offrire il proprio corpo non possa costituire oggetto di lucro, ma tant’è). Questa tuttavia è la tipologia meno comune di “prostituzione” e, tra l’altro, non implicando potere coercitivo dello stato ma semplicemente uno scambio volontario fra le parti, è una forma di “prostituzione” che, a differenza di altre molto più comuni e autentiche, non è legata ad alcuna attività illegittima.

Le forme più comuni di prostituzione sono quella intellettuale e quella politica. Come esempi di prostituzione intellettuale pensiamo allo statistico che adotta il Pil per rendere più efficace la propaganda keynesiana; oppure a quello che lo gonfia inserendovi le stesse attività che il suo padrone ha dichiarato illegali e dall’esercizio delle quali adesso può trarre vantaggio, per esempio sotto forma di maggiore capacità di indebitamento (e quindi di maggiore possibilità di depredare i suoi sudditi). Pensiamo al professore di economia, il cui prestigio e il cui reddito dipendono direttamente dallo stato, che insegna la scuola keynesiana e non quella Austriaca perché la prima è favorita dal potere politico (in quanto giustifica la sua illimitatezza) mentre la seconda è da questo vista come fumo negli occhi (in quanto dimostra le conseguenze catastrofiche della sua illimitatezza). Oppure pensiamo a quei giornalisti che si sono ridotti a essere zerbini del regime. Gli esempi di prostituzione politica sono talmente ovvi che non c’è bisogno nemmeno di fare degli esempi.

In tutti questi casi ciò che è stato scambiato per denaro, potere e prestigio è stato il proprio onore e la propria integrità intellettuale e politica: e queste sì che sono cose che è difficile pensare possano costituire oggetto di lucro (particolarmente bello, su questo tema, il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, in particolare la scena del “no, grazie!”).

La prostituzione in sé non è mai illegittima. Tuttavia, quella intellettuale (nella stragrande maggioranza dei casi) e quella politica (sempre) implicano o si reggono su un’attività coercitiva illegittima da parte dello stato: senza tasse, e a monte senza il positivismo giuridico che rende arbitrario e illimitato il potere dell’autorità di imporle, l’Eurostat, per esempio, non potrebbe esistere.

La notizia dell’ANSA, in conclusione, non è precisa: l’Eurostat non ha incluso la prostituzione nel Pil. Se lo avesse fatto, il primo posto dove avrebbe dovuto guardare sarebbero stati i suoi stessi uffici, e l’aumento del Pil di un paese come l’Italia nel 2014 sarebbe a tre cifre. L’Eurostat ha incluso solo una forma particolare di “prostituzione”: quella di gran lunga meno comune, che non implica nessuna attività coercitiva illegittima e che, a differenza di altre molto più comuni e autentiche, non intacca minimamente né l’onore né l’integrità intellettuale della persona che la pratica.

NOTE

[1] Mises L., 2007 [1949], Human Action (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 1, pp. 222-23, traduzione mia.

[2] Rothbard M., 2001 [1962] Man, Economy and State (Ludwig von Mises Institute, Auburn), p. 343, corsivo aggiunto, traduzione mia.

[3] Huerta de Soto J., 2009, Money, Bank Credit and Economic Cycles (Ludwig von Mises Institute, Auburn), pp. 308-309, corsivo nell’originale, traduzione mia. Vedere anche pp. 418-420.

[4] VediHuerta de Soto J., 2009, Money, Bank Credit and Economic Cycles (Ludwig von Mises Institute, Auburn), p. 310.

[5] VediHuerta de Soto J., 2009, Money, Bank Credit and Economic Cycles (Ludwig von Mises Institute, Auburn), pp. 336 e 339 [nota 55].

[6] Huerta de Soto J., 2009, Money, Bank Credit and Economic Cycles (Ludwig von Mises Institute, Auburn), p. 311, traduzione mia.

[7] Per motivi di spazio trascuro in questa sede di discutere il fatto che in ogni caso l’esperienza empirica non può mai confermare o smentire la validità di una teoria sociale (p. es. economica). I fenomeni sociali sono infatti fenomeni complessi e la stessa esperienza storica può essere interpretata alla luce di teorie contrastanti. Per quanto poco di moda la teoria sia rispetto alla “concretezza” dei dati statistici che riempiono i giornali e le comunicazioni di regime, solo la coerenza astratta e la logica interna possono confermare o rifiutare una teoria sociale. Come dice Mises, «una teoria è soggetta esclusivamente al tribunale della ragione» (Mises L., 2007 [1949], Human Action (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 1, p. 90, traduzione mia). Per uscire dalla crisi e tornare alla prosperità occorre affidarsi alla teoria (e più precisamente alla sua coerenza astratta), non ai dati statistici.

[8] La “legge” fiat sono i comandi arbitrari dell’autorità: sono quelle decisioni particolari che esistono solo in quanto espressione della volontà arbitraria di qualcuno (p. es. la maggioranza rappresentativa).

[9] La Legge, viceversa, sono regole generali e negative di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo. Al pari di una lingua, queste regole sono il risultato, non della decisione di qualcuno, ma di un processo spontaneo e disperso di selezione culturale di usi e convenzioni socialmente sostenibili. Esse quindi esistono indipendentemente dalla volontà di chiunque e, in particolare, della maggioranza.

[10] Zingarelli L., 2014, Vocabolario della lingua italiana (Zanichelli Editore), p. 1791.

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