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L’assalto marxista al principio libertario di non aggressione

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di GUGLIELMO PIOMBINI

Negli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la coscienza degli europei viene scossa fin dalle fondamenta da un inaudito attacco concentrico alle basi morali della civiltà. Rompendo un tabù millenario, una schiera sempre più imponente di uomini politici e di intellettuali comincia a mettere apertamente in discussione il principio di non aggressione, fino ad allora santificato dai Dieci Comandamenti, dal Vangelo e dalla filosofia dei diritti naturali. Se in passato solo qualche scrittore sociopatico in vena di provocazioni, come il Marchese De Sade, aveva fatto l’elogio del delitto e della crudeltà, in questo periodo storico l’elenco di coloro che giustificano la violenza, la rapina, l’assassinio, la spietatezza, il terrore, l’oppressione, la persecuzione e il genocidio si fa interminabile: troviamo comunisti, socialisti, anarchici, sindacalisti rivoluzionari, nazionalisti, imperialisti, razzisti, darwinisti sociali, fautori dell’eugenetica, ecc.

Nella letteratura socialista e rivoluzionaria, il principio di non aggressione viene sistematicamente denigrato in quanto espressione di “sentimentalismo borghese” o contestato in quanto strumento utilizzato dalle classi dominanti per disarmare le masse rivoluzionarie con l’instillazione di falsi scrupoli morali. Fin dai loro scritti giovanili, Karl Marx e Friedrich Engels hanno esplicitamente affermato la necessità di terrorizzare e sterminare i nemici del socialismo. Nel Manifesto del Partito comunista (1848), oltre a proporre l’edificazione di un terrificante Moloch ultra-totalitario attraverso l’espropriazione di tutta la proprietà privata, di tutti i mezzi di produzione e di trasporto, oltre al lavoro forzato per tutti attraverso la costituzione di eserciti industriali, teorizzano l’abolizione dei diritti individuali di libertà: i proletari devono «distruggere tutte le sicurezze private e le guarentigie private finora esistite».[1]

Negli stessi mesi, Marx si richiama esplicitamente alla pratica del terrore, inaugurata dai giacobini cinquant’anni prima: «C’è un solo mezzo per abbreviare, semplificare, concentrare l’agonia assassina della vecchia società e le doglie sanguinose della nuova società, un solo mezzo: il terrorismo rivoluzionario».[2] Anche Engels in quegli anni teorizza il terrore e lo sterminio dei “popoli reazionari”, cioè le etnie slave che nel 1848 avevano soffocato la rivoluzione in Germania: «la prossima guerra mondiale farà sparire dalla faccia della terra non soltanto classi e dinastie reazionarie, ma interi popoli reazionari. E anche questo sarà un progresso».[3] Egli rifiuta le “frasi sentimentali sulla fratellanza”, occorrendo invece il terrorismo più risoluto e una lotta di annientamento contro lo slavismo traditore.[4]

L’anno dopo, fallita la rivoluzione, Marx minaccia: «Noi non abbiamo riguardi. Noi non ne attendiamo da voi. Quando sarà il nostro tempo, non abbelliremo il terrore».[5] Nel marzo 1850, Marx e Engels invocano una “decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello Stato” e “misure di terrore”. Consigliano l’impiego di qualsiasi mezzo, anche immorale, per fare trionfare la rivoluzione: «Agite gesuiticamente, buttate alle ortiche la germanica probità, onestà, integrità […]. In un partito si deve appoggiare tutto ciò che aiuta ad avanzare, senza farsi noiosi scrupoli morali». Nel 1873, Engels mette le cose in chiaro: «Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che vi sia; è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni, mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai reazionari».[6]

Il compito di mettere fedelmente in pratica le idee di Marx ed Engels toccherà a Lenin, il quale aveva sempre riconosciuto la necessità, per un rivoluzionario, di non essere trattenuto da alcuno scrupolo morale. Ciò che emerge dai documenti usciti dal Cremlino dopo la fine dell’Urss, già vagliati dagli storici, è il criminale disprezzo per la vita umana manifestato da Lenin in tutti i suoi ordini, nei quali sembra esistere soltanto la logica dell’annientamento. I verbi sterminare, fucilare, impiccare e terrorizzare sono ripetuti con una frequenza così ossessiva che al confronto Stalin sembrerà quasi un moderato.

Nel luglio 1918, Lenin esorta Zinovev, capo dei bolscevichi di Pietrogrado, a scatenare il “terrore di massa”: «Bisogna stimolare forme energiche e massicce del terrore contro i controrivoluzionari». Lo stesso anno, Lenin scrive di suo pugno che le rivolte contadine «devono essere represse senza pietà». Ordina ai comunisti di un villaggio: «impiccate senza esitare, così la gente vedrà, almeno cento noti kulaki, ricchi, sanguisughe». Teorizza la violenza sistematica contro la borghesia e i suoi complici, parla di «ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo; delle pulci: i furfanti; delle cimici: i ricchi, etc.». Parla di “lotta finale”, di “guerra implacabile”, di “annientamento implacabile” e di “sterminio sanguinoso dei ricchi”. Scrive a Stalin nel 1922: «noi purificheremo la Russia per molto tempo»; e, sempre nel 1922, a Kurskij, a proposito della sostituzione della Ceka con la Gpu: «Il tribunale non deve eliminare il terrore; prometterlo significherebbe ingannare se stessi o ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei princìpi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti».[7]

Durante la guerra civile, nacque tra i bolscevichi un “culto della violenza” che rimase un tratto permanente del regime sovietico: i rappresentanti locali del regime leninista sostenevano che era “giunta l’ora di abbandonare le pretese umanitarie” ed esortavano all’applicazione di “misure durissime, inumane”.[8] Lev Trotzky proponeva di militarizzare e schiavizzare l’intera forza-lavoro sovietica, di fucilare come disertori coloro che si rifiutassero di lavorare e di «porre fine una volta per tutte ai vaneggiamenti quacchero-papisti sulla santità della vita umana».[9] Stalin, i cui immensi misfatti sono ben noti, affermava, secondo i ricordi della figlia Svetlana (che si convertirà al cristianesimo), di considerare la bontà e l’amore misericordioso peggiori del più grande delitto.[10]

Il rifiuto della tradizione morale cristiana e liberale a difesa dell’individuo era presente anche nei pensieri dei socialisti fabiani inglesi. Beatrice e Sidney Webb, Herbert G. Wells o Bernard Shaw chiedevano misure di eugenetica contro gli individui o i popoli inferiori e lo sterminio dei nemici di classe. Nel 1933, nella prefazione al libro On the Rocks, Bernard Shaw derise il principio della santità della vita umana come un’assurdità che ogni buon socialista avrebbe dovuto rifiutare. Bisognava invece porre la politica di sterminio “su basi scientifiche”. Uccidere le classi acquisitive era “del tutto ragionevole e necessario”, perché nessuna punizione li avrebbe mai curati dai loro istinti capitalistici. Stalin, secondo lo scrittore inglese, era sulla strada giusta. «Mi appello ai chimici – scrisse sulla rivista The Listener – affinchè scoprano un gas umanitario che uccida istantaneamente e senza dolore: un gas gentiluomo, sicuramente letale, ma umano e non crudele».[11] Non sorprendono quindi le conclusioni di George Watson: la pulizia etnica ha fatto parte dell’ortodossia socialista per più di un secolo e, nei cento anni che vanno dalla pubblicazione degli articoli di Marx ed Engels alla morte di Hitler, praticamente tutti coloro che invocarono il genocidio si considerarono socialisti.[12]

Capitolo tratto dal libro di Guglielmo Piombini, La Croce contro il Leviatano. Perché il Cristianesimo può salvarci dallo Stato Onnipotente, Tramedoro Edizioni, 2021, € 15, ordinabile alla Libreria del Ponte.

QUI, LA RECENSIONE AL LIBRO DI LEONARDO FACCO

NOTE

[1] Karl Marx, Friedrich Engels, “Manifesto del partito comunista” (1848), in Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. VI, p. 496.

[2] Karl Marx, “Vittoria della controrivoluzione a Vienna” (1848), in Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1974, vol. VIII, pp. 519-520.

[3] Friedrich Engels, “La lotta delle nazioni”, in Opere complete, vol. VIII; p. 237.

[4] Friedrich Engels, “Il panslavismo democratico”, in Opere complete, vol. VIII; pp. 377 e 381.

[5] Karl Marx, “La soppressione sommaria della Neue Rheinische Zeitung”, in Opere complete, vol. IX; p. 460.

[6] Friedrich Engels, “Dell’autorità”, L’almanacco repubblicano per il 1874, Lodi, dicembre 1873.

[7] Si veda al riguardo Dmitri Volkogonov, Lenin: A New Biography, Free Press, 1994 e Richard Pipes, Il regime bolscevico, Mondadori, Milano, 1999.

[8] Paolo Mieli, “Lenin maestro di Stalin nella pratica del terrore”, Corriere della Sera, 27 luglio 2010, pp. 36 s.

[9] Lev Trotsky, citato in AA.VV., Il libro della politica, Gribaudo, Milano, 2018, p. 244.

[10] Svetlana Allilujeva, Twenty Letters to a Friend, Hutchinson, Londra, 1977, p. 64.

[11] George Watson, The Lost Literature of Socialism, Lutterwoth Press, 1998, p. 87-88.

[12] George Watson, The Lost Literature of Socialism, pp. 78, 80, 87, 105.

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