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Le non soluzioni al caro energia

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di MATTEO CORSINI

In un articolo che tratta il tema del forte rincaro dei prezzi dell’energia, con conseguenti difficoltà soprattutto per le imprese cosiddette energivore, Guido Crosetto e Gianclaudio Torlizzi notano la differenza di approccio tra Unione europea e Paesi emergenti, Cina in primis.

Secondo Crosetto e Torlizzi “la dinamica di medio lungo termine su cui il Governo dovrebbe già da ora iniziare a ragionare è il crescente gap di competitività che si sta sviluppando nei confronti della Cina. Se infatti da un lato il cosiddetto ‘energy crunch’ produce degli effetti nefasti sulla marginalità delle imprese, dall’altro lato la gravità con cui si sta abbattendo solo sull’Europa, si sta già traducendo in un marcato differenziale di prezzi tra i beni prodotti nel Vecchio Continente e quelli nel Celeste Impero. Un caso emblematico è l’acciaio inox quotato attualmente dai produttori siderurgici cinesi a circa 600 euro la tonnellata in meno rispetto a quelli europei.”

Quando si arriverà a una normalizzazione delle catene di approvigionamento e a un ridimensionamento del prezzo dei trasporti, “gli acquisitori europei si ritroveranno nella condizione di poter comprare acciaio e i prodotti da esso derivati, come per esempio elettrodomestici e, attenzione, anche automobili, a un prezzo inferiore anche del 30%. Un differenziale di competitività, quello che si sta formando tra mercato europeo e cinese, figlio anche della diversa gestione della crisi energetica e che potrebbe tra l’altro allargarsi ulteriormente qualora il governo cinese decidesse di permettere una maggiore deprezzamento dello yuan, come sta già iniziando a segnalare ai mercati varando una politica monetaria antitetica a quella statunitense. Davanti all’energy crunch scoppiato questa estate, Pechino ha prontamente reagito rinnegando ‘de facto’ le politiche climatiche ed abbassando dunque drasticamente i costi produttivi di acciaio e metalli, mentre le leadership europee continuano indefesse a percorrere la strada della transizione energetica senza se e senza ma, incuranti degli effetti su industria, economia e famiglie. Una scelta quella di Bruxelles, legittima, ma che comporterà un costo crescente soprattutto per l’industria italiana caratterizzata da un minor grado di verticalizzazione rispetto a quella dei partner comunitari e quindi più vulnerabile alla concorrenza asiatica.”

Che fare, dunque? Secondo Crosetto e Torlizzi la soluzione potrebbe essere “l’imposizione di nuovi dazi all’import su quei prodotti considerati strategici per evitare che non appena la tensione sul lato della logistica si riassorba si assista a uno stallo degli ordinativi. I fautori del libero mercato potranno forse storcere la bocca davanti a una proposta del genere ma implementare nuovi dazi è la naturale conseguenza della cieca adozione di zelanti piani climatici. Perché se c’è Green, ci deve essere allora protezionismo nei confronti di chi Green non è.”

In effetti l’impennata dei costi dell’energia ha tra le cause anche le restrizioni dovute alle chiusure imposte dagli Stati a intermittenza più o meno ovunque a partire dai primi mesi del 2020. Ma credo non vada sottovalutata la spinta delle politiche monetarie ultraesansive, oltre, ovviamente, al fondamentalismo ambientalista che pervade l’Europa.

A ben vedere, si tratta di cause per lo più riconducibili a interventi politici. La richiesta di imporre dazi per proteggere talune imprese domestiche finirebbe per far gravare i costi su tutti coloro che non sono beneficiari del provvedimento. Anche costoro sono “domestici”. La lettura di Frederic Bastiat sarebbe utile, in questi casi.

Oltre a puntualizzare ciò, il fautore del libero mercato non può che constatare, per l’ennesima volta, che ogni politica interventista genera conseguenze non volute, per correggere le quali si pongono in essere (o qualcuno invoca siano poste in essere) ulteriori politiche interventiste, come evidenziato lucidamente da Ludwig von Mises.

Lungi dal risolvere il problema, lo si sposterebbe, aggravandolo.

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