LEGA NORD, TUTTO È FINITO! ORA VI SPIEGO LA RIVOLUZIONE TRADITA

di GIANLUCA MARCHI

Adesso che possiamo considerare tutto finito, che la stagione politica italica dell’autonomismo e dell’indipendentismo è sostanzialmente una tabula rasa, forse è venuto il momento di cominciare a fare qualche riflessione su trent’anni di leghismo e sul ruolo, non poche volte ambiguo, avuto dall’uomo che ha creato quel movimento e che per 25 anni ne è stato il leader indiscusso, vale a dire Umberto Bossi.

Si badi bene, quando parlo di tabula rasa non intendo affatto offendere alcuno dei volonterosi movimenti e gruppi indipendentisti che oggi agiscono soprattutto in Veneto e in qualche modo anche in Lombardia (altrove la situazione è pressoché irrilevante o irrilevabile), ma è fuor di dubbio che tutti i protagonisti di questa realtà assai parcellizzata sono quasi tutti figli della Lega Nord, dalla quale son passati e sono usciti, o buttati fuori, perché in dissenso col Capo o perché perseguivano strategie e obiettivi non da lui dettati in quel preciso momento (e che spesso poi abbracciava magari solo qualche tempo dopo).

Insomma, l’origine viene tutta da lì. Vero, la Liga Veneta è nata ben prima della Lega Lombarda, ma il leghismo inteso come movimento di massa che negli anni Novanta ha fatto tremare l’establishment italico, origina dall’intuizione di quell’uomo nel creare la Lega Nord (congresso costitutivo di Pieve Emanuele, 1991), mettendo sotto il suo cappello e la sua leadership tutti i movimenti territoriali anche preesistenti alla Lega Lombarda. Quel mondo, spesso così polverizzato e poco influente nella politica nazionale, aveva trovato il leader che lo poteva condurre alla conquista del Nord (elezioni politiche del 1996 record con oltre 4 milioni di voti presi dalla Lega) con l’obiettivo di costringere lo Stato centrale a sedersi a un tavolo per trattare la propria disarticolazione e la ricostruzione in termini federali o addirittura confederali.

Semplificando, ma neanche poi troppo, questa era la grande attrattiva che portò verso la Lega milioni di persone: porre fine alla sistematica rapina operata dallo stato centrale ai danni del Nord, rapina che consentiva allo stato stesso di assistere il Sud senza però permettergli una crescita reale. Il resto, cominciando dagli atteggiamenti pseudorazzisti, era spesso solo folclore amplificato a dovere dai media italici. La Lega Nord era un movimento politico trasversale, che per un certo tempo unì persone di centro, di destra e di sinistra nella convinzione che la forma statale dell’Italia andava disarticolata o abbattuta che dir si voglia, e rifatta ex novo secondo canoni federalisti più rispondenti alla storia dei popoli e delle comunità in cui è sempre stata divisa la penisola italica.

Oggi tutto questo è finito: o meglio il progetto politico era già stato archiviato da tanti anni ma poi è rimasto in piedi il simulacro della Lega che in qualche modo ha continuato a illudere un certo mondo autonomista e/o indipendentista e comunque ha occupato lo spazio politico di riferimento, strangolando sul nascere qualsiasi altra iniziativa, ancorché mal combinata, ma, si diceva, che tutto è finito perché adesso il partito di Salvini, mantenga o no il nome di Lega nel proprio simbolo, è fuor di dubbio essere tutt’altra cosa rispetto al progetto originale. Ecco perché ho parlato di tabula rasa, che teoricamente potrebbe consentire la nascita di un qualcosa di nuovo sul fronte politico autonomista e indipendentista, se non fosse che progetti del genere hanno bisogno di un leader carismatico, capace di suscitare l’interesse anche dei cittadini/elettori apparentemente refrattari. Perché, come ci ha sempre detto e ripetuto il mai abbastanza compianto Gilberto Oneto, una prospettiva indipendentista può crescere ed affermarsi solo attraverso il consenso, cioè il voto della gente.

E qui torniamo al leader. Bossì è stato un leader, indiscutibilmente. Colui che ha permesso al leghismo – mi riferisco al leghismo prima maniera, quello per intenderci dello scardinamento dello stato italiano – di conquistare ambienti insospettabili e di diventare quasi egemonico in vasti territori della cosiddetta Padania. Chiaramente il mio ragionamento riguarda il Bossi pre malattia. Dopo il 2004 nulla è stato più uguale e il Senatur è diventato manipolabile e spesso manipolato, a cominciare dall’interno della propria famiglia.

Devo dire che al d là di tutti i fattacci che lo hanno screditato agli occhi dell’opinione pubblica -diamanti, Tanzania e quant’altro -, dei quali per altro sarei curioso di accertare quanto lui sapesse, fa abbastanza tristezza, e anche un po’ schifo, vedere come molti di coloro che devono praticamente tutto alla sua intuizione politica e al suo prodigarsi per anni 24 ore su 24, oggi facciano quasi finta di non conoscerlo e lo considerino poco più di una macchietta. Costoro, se hanno conquistato un ruolo (che spesso manco avrebbero meritato) e soprattutto la sicurezza economica, devono dire grazie a una sola persona e invece spesso gli sputano pure in faccia. Vabbè.

Umberto Bossi ha creato un sogno, quello di consentire ai Lombardi, ai Veneti, ai Piemontesi e così via di organizzare la propria convivenza dentro lo stivale in maniera diversa oppure di andarsene anche per conto proprio. Ma ahimé quel sogno è stato presto tradito e il primo responsabile del tradimento è stato proprio lo stesso Bossi.
Un progetto che vuole condurre alla resa lo stato centrale, costringendo Roma (intesa come cuore e testa dell’istituzione Stato italiano) a sedersi a un tavolo e trattare, con i territori dove l’egemonia politica è cambiata, la propria ricostruzione o addirittura il dissolvimento, richiede delle prove di forza che a volte possono anche rasentare o sconfinare nella violenza. Lo abbiamo visto nell’ottobre dell’anno scorso a Barcellona, dove i manganelli sono stati usati dalla polizia di Madrid e in carcere sono finiti i politici catalani.

Ci sono alcuni episodi e passaggi nell’operato di Bossi che alimentano il sospetto , forse più di un sospetto, che lui, al momento di arrivare a uno scontro anche rischioso con le istituzioni, si è sempre fermato, finendo per incanalare la protesta nordista, al di là dei proclami roboanti e delle finte proclamazioni della Padania libera e indipendente, in una sorta di vicolo cieco dove è diventata fine a se stessa. Lo ha fatto scientemente perché il suo ruolo era quello oppure perché, al di là delle dichiarazioni roboanti, un vero cuor di leone forse non lo era? Verrebbe da dire… ai posteri l’ardua sentenza.

Cito tre momenti a sostegno di questa tesi, uno più politico e due più da possibile scontro di piazza. Dopo le amministrative del 1993 i sindaci della Lega guidavano gran parte dei capoluoghi del Nord, a cominciare da Milano, la cosiddetta capitale morale ed economica e soprattutto città simbolo di un possibile scontro culturale e politico con l’Italia di Roma. Quale occasione migliore per ingaggiare un braccio di ferro istituzionale fra l’esercito dei sindaci, con dietro milioni di cittadini, e le istituzioni statali relegate nei loro palazzi romani e spesso disprezzate dal popolo? Fu invece quella un’occasione del tutto sprecata, dove i sindaci della Lega furono più intenti a tappare i buchi nelle strade e a sistemare le aiuole che a opporsi allo stato predatore. Bossi avrebbe potuto mobilitare in tal senso l’esercito dei suoi sindaci e invece lasciò sfumare l’occasione, tramontata definitivamente con la discesa in campo di Berlusconi l’anno successivo.

Veniamo al 9 maggio del 1997, quando i Serenissimi arrivano con il tanko in piazza San Marco a Venezia, si arroccano e salgono sul Campanile sventolando il Leone di San Marco. Fu un gesto eclatante, che mobilitò l’interesse di milioni di persone, non solo in Veneto, gente che per ore rimase come in attesa di un qualcosa d’inedito e di grande che dovesse avvenire. Non successe nulla e le forze dell’ordine entrarono nel Campanile e strapparono la bandiera. Qualche anno dopo in un intervista che feci per Libero a Giorgio Panto, imprenditore, proprietario di televisioni locali e sostenitore del progetto leghista, mi disse: “Quella mattina noi veneti eravamo praticamente tutti pronti sulla porta di casa, in attesa che qualcuno ci desse il via per andare a sostenere i coraggiosi autori di quel gesto. E invece il via non venne mai”.

Il riferimento di Panto era chiaro: il via lo si attendeva dal Capo della Lega Nord, colui che aveva fatto crescere tutto quel sentimento deciso a dire basta a come andavano le cose nello italico. Il Capo invece era in via Bellerio (allora dirigevo la Padania e quindi lo vedevo praticamente tutti i giorni) che strologava sul fatto che i Serenissimi erano una manovra dei servizi segreti per fregare la Lega. Solo qualche giorno dopo cominciò a capire – o fece finta di capire – che dietro quelle persone destinate a rovinarsi la vita non c’erano i servizi segreti, ma c’era il popolo veneto. E così il fatidico via evocato da Panto non venne mai.

Sabato 18 aprile 1998 a Modena. La Lega organizza una manifestazione per chiedere la liberazione dei Serenissimi, rinchiusi nel carcere di quella città senza aver mai fatto del male a nessuno, prigionieri dello stato italiano che mostrava l volgo il suo pugno di ferro. L’affluenza è superiore a ogni attesa, in Emilia arrivano oltre 30 mila persone per il raduno intorno al penitenziario. Le forze dell’ordine sono colte di sorpresa e del tutto impreparate a fronteggiare una folla del genere, una massa di persone anche piuttosto incazzate.

Paolo Zenoni è un ragazzo di Verona membro della Guardia Nazionale Padana, il servizio d’ordine della Lega guidata da Flego e Marchini, l’organizzazione poi messa sotto processo e praticamente distrutta dal procuratore Papalia, e qualche tempo scrisse dopo un piccolo libro del tutto illuminante, intitolato “La rivoluzione tradita”. Racconta in quelle belle pagine come la polizia, impaurita diciamo dal “calore della folla”, chiese a Bossi e ai responsabili della Gnp di aiutare a formare un cordone umano intorno al carcere e anche a protezione degli stessi poliziotti. Zenoni, che di quel cordone faceva parte, nel suo libro fa questa considerazione: davanti avevamo la gente arrabbiata che si sporgeva oltre di noi prendendo a male parole la polizia in assetto di guerra, e se noi avessimo mollato il cordone lasciando tracimare gli incazzati, cosa sarebbe successo? Probabilmente nulla sarebbe più stato come prima… Ma qualcuno salì con un megafono sulla recinzione del carcere per placare la folla inferocita. Quel qualcuno altri non era che Umberto Bossi.

Tradimento di una rivoluzione sempre annunciata e mai attuata o senso di responsabilità al fine di evitare scontri che non si sapeva dove avrebbero potuto condurre? Lascio al lettore il compito di darsi una risposta. Resta la considerazione che, in alcuni momenti topici sia di scontro meramente politico istituzionale che di possibili scontri di piazza, il Senatur ha sempre agito in modo da condurre la protesta popolare nel già citato vicolo cieco.

TRATTO DALLA RIVISTA “IL DIALOGO”

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