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L’indipendenza politica promuove l’interdipendenza economica

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EXPORT-IMPORTdi GERARDO COCO

Qualche giorno prima di insediarsi a Downing Street n°10 come nuovo primo ministro, Theresa May diceva: Brexit significa soltanto Brexit, quanto dire che la volontà popolare va rispettata. Così ha sciolto i dubbi circa la possibilità che, come avvenuto in Danimarca, Olanda, Irlanda e Francia nel 2005, i risultati dei referendum possano venire ignorati. Se il risultato durerà, la Gran Bretagna riprenderà la sua sovranità tornando ad essere un paese “normale”, il che significa avere un parlamento, essere liberi di fare le proprie leggi, avere i propri tribunali, controllare i propri confini e avere la libertà di gestire le relazioni internazionali e accordi commerciali con il resto del mondo, sacrosanti diritti che la UE gli aveva scippato. La squadra del nuovo governo insediatasi a Westminster il 13 luglio, composta da euroscettici, conferma la volontà di andare in questa direzione. Ora si tratta di negoziare i termini dell’uscita.

Ma riflettiamo ancora una volta sul significato del voto. Ciò che questa grande nazione ha conseguito con l’uscita dall’Europa è la vittoria della gente normale contro il potere politico, la grande finanza, le grandi banche e le grandi multinazionali. Il cittadino è sovrano: questa è la lezione del Brexit. Più che considerazioni economiche hanno prevalso, nel voto del 23 giugno, quelle libertarie. Poco più della metà dei britannici, alla fine ha detto: non vogliamo essere governati da Bruxelles, vogliamo essere un paese che si autogoverna come da secoli avviene attraverso una costituzione, fra le più antiche d’Europa e frutto della “gloriosa rivoluzione” che stabilì il principio che nessuna legge può essere approvata senza il consenso dei cittadini rappresentati dal Parlamento.

Per quanto poi riguarda l’economia, essere intrappolati in un superstato travestito da mercato unico in cui l’88% di un’economia che non esporta è obbligata a seguirne le ossessionanti regolamentazioni e a pagare un abbonamento giornaliero di 34milioni di sterline, era, diciamolo francamente, insostenibile. L’unione europea non ha nulla a che fare con la libertà commerciale e i vantaggi reciproci, ma con l’integrazione politica in cui il libero commercio non è altro che la ricompensa per assecondare le ambizioni politiche di Bruxelles. La UE ha creato un ancien régime governato da commissari non eletti con il potere di iniziativa legislativa e con una Burocrazia-italianacorte in grado di annullare le decisioni dei parlamenti eletti degli stati membri. Nei corridoi di questo regime sciamano lobbisti di grandi imprese, di banche, di gruppi di pressione, tutti intenti a ottenere dai burocrati regolamentazioni per soffocare l’innovazione, per proteggere monopoli o ottenere regolamentazioni e barriere contro concorrenti scomodi. E tutto questo si chiama “armonizzazione”. E’ proprio di qualche giorno fa la notizia che il commissario europeo alla concorrenza, Margrethe Vestager è ritornata all’assalto di Google. L’azienda, che in Europa ha creato con la sola applicazione Android, 439.000 posti di lavoro, è accusata da questa psicopatica di danneggiare i consumatori per abuso di posizione dominante. Secondo la Vestager se i clienti-utenti scelgono volontariamente Google, piuttosto che Firefox, Google violerebbe la legge antitrust rischiando una multa pari a un decimo del fatturato (7,5 miliardi di euro). Solo per fatti come questi, qualsiasi paese dovrebbe essere contento di non far parte dell’Unione. Se le aziende più colpite sono sempre quelle innovative e ad alto tasso di sviluppo, non deve stupire se l’Europa non abbia prodotto nessun concorrente all’altezza di Google, Amazon o Facebook.

I falsi europeisti, coloro i quali credono che le unioni e le centralizzazioni politiche siano il presupposto della civiltà, che società e mercati debbano essere concepiti da regolatori e l’indipendenza significhi isolamento, dovrebbero spiegarci come paesi indipendenti come Giappone, Nuova Zelanda, Australia, Hong Kong, Singapore, Mauritius (uno dei paesi dell’Africa con il più alto PIL pro capite) senza sentire la necessità di essere invischiati dai loro continenti più vicini in unioni politiche, non siano ancora sprofondati nella barbarie. L’indipendenza politica promuove l’interdipendenza economica per il semplice fatto che una singola unità politica non può permettersi il lusso dell’isolamento senza impoverirsi. I grandi blocchi politici e commerciali, invece, possono permettersi le barriere economiche e il protezionismo. Lo dimostra proprio l’infame politica agricola europea le cui barriere tariffarie, impedendo agli agricoltori africani di esportare i propri prodotti, li hanno condannati alla perpetua povertà e costretto i consumatori europei a pagare alti prezzi e sussidi agli agricoltori europei.

Per fortuna, oggi, la Gran Bretagna è il maggiore esportatore in Europa ed è per questo motivo, crediamo, che Bruxelles non applicherà le misure rancorose e punitive minacciate alla vigilia della Brexit. Dubitiamo infatti che la Merkel e Holland, che puntano ad essere rieletti, possano l’una, ignorare le pressioni dei produttori di auto e l’altro, dei produttori di vini e formaggi. Ma se così non fosse la Gran Bretagna è in grado di negoziare una zona di libero scambio con un potenziale molto più grande della UE tramite accordi con Stati Uniti, Canada, Australia, India, Giappone, Emirati Arabi e soprattutto con la Cina. Ma sarebbe errato se, a sua volta, adottasse misure di ritorsione contro la UE. Se il nuovo governo sarà saggio ignorerà le minacce e dichiarerà il libero scambio unilaterale. L’idea che una nazione, al fine di ridurre o eliminare gli ostacoli al commercio, debba cercare la reciprocità, è uno dei miti più persistenti dell’economia. E’ come credere che non si possa iniziare una dieta fino a quando non l’iniziano gli altri. Ridurre le barriere commerciali non richiede la cooperazione altrui. Un paese non deve fare altro che eliminarle unilateralmente perché tale azione abbasserà il costo della vita dei suoi cittadini.

COBDENNel 1840, in un’epoca in cui guerre e autocrazie erano situazioni correnti, l’imprenditore e politico Richard Cobden convinse la Gran Bretagna ad abrogare e smantellare le tariffe di tutti i tipi. Fu questo paese, politicamente indipendente, a promuovere il libero commercio unilaterale; la Francia seguì l’esempio e il mondo iniziò la corsa verso una prosperità senza precedenti.

Dichiari la Gran Bretagna il libero commercio unilaterale. Questo è l’unico il cammino verso la pace e la prosperità. Nel corso della rivoluzione industriale, questo paese fu il faro della libertà e del progresso economico stimolando la riforma liberale sul continente europeo. Una Gran Bretagna indipendente nel 21° secolo potrebbe di nuovo giocare questo ruolo e in tal modo aiutare l’Europa dall’esterno molto più che dall’interno. Il tal caso la Brexit invece che una campana a morto per l’Unione europea, potrebbe rappresentare, in ultima analisi, una grazia salvifica.

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