L’OUTING STATALISTA DI SALVINI

di GIOVANNI SALLUSTI
da www.lintraprendente.it

salvini barbaQualche salviniano più realista del reuccio padano s’arrabbia parecchio, se s’accusa il Capo di “statalismo”. Qui l’abbiamo fatto spesso, per puro dovere professionale, ovvero mero istinto di cronaca. Ci sembrava e ci sembra, infatti, che le politiche auspicate e praticate da Matteo Salvinie le sue categorie di riferimento siano virate palesemente verso: più protezionismo, più Stato, perfino più retorica (pseudo)nazionalista. Chi si risente è in malafede, è un caso flagrante di falsa coscienza, è qualcuno che tarocca il dibattito perché sa benissimo che così facendo il “salvinismo” sta tradendo via via l’autonomismo, il liberismo e tutto quello che pulsava alle origini ormai remote del fenomeno-Lega, origini anzitutto migliane, marchiate da quel grande nemico filosofico dello Stato moderno che è stato Gianfranco Miglio.

Ecco, ora dalle parti di Salvini si gioca a carte scoperte, per cui anche qualche suo scudiero infervorato dall’eccesso di zelo dovrà prenderne atto. Parlo del pezzo appena uscito su L’Espresso, intitolato “Matteo Salvini e la svolta statalista della Lega Nord” e scritto da Marzio Brusini, in passato valido, seppur inutilmente fumantino, collaboratore di questo giornale, e giornalista senza dubbio ben informato su tutto quel che si muove attorno al segretario della Lega Nord. Tanto per esser chiari, Brusini attacca: «Il 20 luglio Matteo Salvini presenterà la svolta statalista della Lega Nord». Gioco, partita, incontro: se lo segnino i salviniani di complemento, che spergiurano ancora sugli istinti liberali (liberisti, francamente, è eccessivo anche come auspicio) circolanti nel Carroccio. No, le due nuove “menti” economiche della Lega, Claudio Borghi e Giancarlo Giorgetti, intendono proprio dire «addio ad Adam Smith ed alla mano invisibile del mercato che aveva stregato Umberto Bossi agli inizi degli anni Novanta», per sostituirli «con il teorico dell’intervento pubblico in economia: John Maynard Keynes». Il centounesimo partitello keynesiano e statalista d’Italia, se ne sentiva il bisogno.

E per sfrondare ogni dubbio, è lo stesso interessato, il Matteo, a consegnarci pillole dellaSalvinomics: «Le economie che sono cresciute grazie all’innovazione, sono quelle dove il pubblicoera anche il motore, non solo l’arbitro». Dev’esserci qualcosa del genere nei Principi del leninismodi Giuseppe Stalin. «Non sono solo i tagli delle tasse a liberare gli investimenti. Le società investono quando vedono opportunità. E queste opportunità sono spesso frutto di investimenti pubblici», alla faccia di Maggie Thatcher, di Ronnie Reagan, e del decennio più ricco, produttivo e felice della storia d’Occidente. Chiude il guru Borghi: «Dobbiamo metterci a produrre beni importanti, così la spesa pubblica genera crescita». Più spesa, oggi, in Italia, più spesa iniettata nel corpo del grande malato d’assistenzialismo, di clientelismo, di Stato e di para-Stato. Nell’Italia dei28mila forestali in Sicilia e dei burocrati assunti per ridurre la burocrazia. In quest’Italia, Salvini ci chiede di danzare il consueto ballo del tassa & spendi (perché l’aumento di spesa è aumento di tasse, checché ne pensino a L’Espresso e in via Bellerio), come un qualsiasi capocorrente democristiano. Il retroterra culturale di questa “svolta” tardonovecentesca è l’ennesima Bibbia degli statalisti bipartisan, quel Lo Stato innovatore su cui non ho sillaba da aggiungere alla stroncatura intraprendente di Corrado Ocone. Il risultato è che la Lega si schiera, compiutamente e irreversibilmente, con il vasto fronte italico della spesa e dell’apparatik, con il Mostro che aveva creato le condizioni per farla nascere. E noi non dovremmo andare in cerca di alternative, di Leopolde, di rotture liberali con questo mondo, che si chiamino Tosi o Tea Party o rottamatori, anche indefiniti, purché rottamatori? Ennò, primum vivere.

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