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Mameli, un inno frutto del pasticcio massonico-cattolico

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di GILBERTO ONETO

Per un bel pezzo, le strutture di potere si sono rette “per grazia di Dio e per volontà della Nazione”. Anche l’Italia unitaria ha cercato una legittimazione del genere ma con esiti piuttosto maldestri : qui si è fatta esprimere la “volontà della Nazione” attraverso una serie di plebisciti-truffa che hanno comunque escluso più di un terzo delle aree geografiche e la larga maggioranza degli abitanti. Oggi il paese vive con una Costituzione che non è mai stata sottoposta al giudizio popolare e con Codici fascisti redatti con evidente funzione antilibertaria e antipopolare. Di Referendum sull’autodeterminazione (la più alta forma di espressione della volontà popolare) il regime non vuole neppure sentirne parlare.

Resta “la grazia di Dio” che, se questa ha qualche relazione con la Chiesa Cattolica (religione dominante ed espressione del più diffuso modo di rapportarsi col divino nella penisola), non sembra avere certo accolto con grande favore l’unità italiana essendosi espressa con anatemi, scomuniche (mai revocate) per tutti i fautori dell’unità e col divieto ai cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo stato (divieto che è stato invece tolto ma solo per partecipare al succoso banchetto della gestione del potere). Oggi ci raccontano che invece è proprio la religione che costituisce il maggiore collante dell’unità e frotte di cardinaloni dall’aria seriosa ci dicono che attentare all’unità d’Italia è peggio che desiderare le donne d’altri e molto, molto più grave che rubare.

Qui finisce che l’Italia resta (con l’Iran e qualche altro brandello di mondo)  uno dei pochi stati teocratici ma anche, con un incredibile funambolismo ideologico, uno dei pochi stati comunisti (con Cuba e la Corea del Nord).

Non l’hanno (ancora) messo nella Costituzione ma l’Italia è una per “volontà di Dio”, che, ovviamente, ha di meglio che inventarsi balossate come questa e finirà presto per stancarsi di questo blasfemo sodalizio inventato da una banda di ladri, pedofili e mafiosi.

Per il momento la patriottica bestemmia è stata scritta (e ufficializzata) solo nell’inno nazionale della repubblica. In una delle strofette dell’insulsa canzonetta  si dice infatti dell’Italia che “schiava di Roma Iddio la creò”.

Molto è già stato detto sulla scarsa coerenza teologica e morale di una affermazione del genere : Dio non può volere la schiavitù di nessuno, ha mandato suo Figlio in terra per liberare tutti gli uomini e figuriamoci se ha voluto creare qualcuno schiavo di qualcun altro, soprattutto di quel genere di qualcun altro. Continuare a riproporre quella canzonetta è una vera e propria bestemmia, oltre che un’offesa al buon gusto musicale di tanti cittadini.

Anche la storia del motivetto è esemplare: il testo è stato composto nel novembre del 1847 da Goffredo Mameli (1827-1849), ardente patriota mazziniano (tutti i patrioti sono sempre “ardenti”…), affiliato alla Massoneria e morto nella difesa della repubblica romana. Il testo fu musicato nella notte fra il 23 e il 24 novembre a Torino dal maestro Michele Novaro in gran fretta e fatto suonare la prima volta a Genova il 1 dicembre nel corso di una commossa manifestazione patriottica (tutte le manifestazioni patriottiche sono “commosse”…).

Dell’appartenenza alla massoneria del Mameli e del neppure troppo sottinteso significato massonico della canzonetta si fa sostenitore autorevole Giuseppe Schiavone nel suo Massoneria Risorgimento Democrazia (Bastogi Editrice, 1996) : ne descrive i simbolismi e ricorda come non sia un caso che ancora oggi molte logge del Grande Oriente d’Italia siano intestate a Goffredo Mameli.

Un bel pasticcio massonico-cattolico insomma. Perfetto per l’Italia di oggi alla cui greppia si affannano solerti ed affamati comunisti e fascisti, mafiosi e magistrati, cattolici baciapile e massoni mangiapreti, tutti i compagni di merende patriottiche che sventolano tricolori e intonano compunti la loro canzoncina contro la libertà dei Padani.

E’ una canzoncina che nessuno aveva finora preso sul serio: non l’avevano (per fortuna) mai insegnata a scuola e nessuno si è mai risentito più di tanto se all’estero, in occasione di incontri calcistici, qualcuno ha suonato O Sole Mio, la Marcia Reale o Giovinezza. Ma oggi, nei giorni dell’agonia unitaria, il regime sembra voler affidare al tricolore e all’inno di Mameli (simboli tratti dalla naftalina) il compito di simbolizzare un sentimento di unità ormai inesistente. Così le strofette di Mameli vengono fatte cantare da militari in parata, da scolaresche precettate, da sindacalisti fanigottoni abituati ad altre musiche, da tutto il parafernale patriottico che, come una pittoresca carovana di circo, segue la più diafana e vibrante Mascella d’Italia nelle sue tournée padane.

Tutti, con l’impegno del coro dello Zecchino d’Oro, si sono messi a cantare strofette dove si racconta del blasfemo coinvolgimento di Dio negli affari di massoni mangiapreti e di ladroni ecumenici. Una risata padana li seppellirà.

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1 COMMENT

  1. L’unico inno italiano che approvo è quello che funge da sigla per la trasmissione del sabato mattina di Oscar Giannino.
    E’ il vero inno italiano.

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