MEZZA ITALIA NON PAGA LE TASSE, PROPOSTI PIÙ SGRAVI FISCALI

di L’OCCHIO

Troppe tasse? Non le pago! “Il 49,29% degli italiani risulta a carico nella media nazionale”. Lo afferma Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e ricerche Itinerari Previdenziali, nel corso di un convegno sulla spesa pubblica.

“Secondo una elaborazione dei dati delle dichiarazioni fiscali 2017 risulta che – su 60 milioni di residenti in Italia – sono appena 30 milioni 781mila 688 le persone che pagano almeno un euro di Irpef”, afferma. “29.811.107 italiani dichiarano di non avere redditi o di essere a carico di qualcuno e ad ogni modo non pagano nulla di Irpef. E tantomeno sono oppresso dalle tasse”.

Secondo le dichiarazioni dei redditi rese nel 2018 il 42,29% degli italiani non ha quindi reddito e, di conseguenza, non versa l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Dati che risultano ancora più eclatanti se si aggiunge che il 45,19% dei contribuenti – quelli cioè appartenenti alle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 euro lordi l’anno e da 7.500 a 15.000 euro lordi), per un totale di oltre 18,62 milioni di persone – paga solo il 2,62% di tutta l’IRPEF.

Ma gli italiani siano davvero oppressi dalle tasse?

Dati da Osservatorio spesa pubblica – Itinerari previdenziali

“I contribuenti che sono compresi fino allo scaglione di 20.000 euro di reddito lordo annuo – spiega Alberto Brambilla – versano tasse insufficienti a coprire il costo pro capite anche della sola sanità”

“La spesa sanitaria ci costa circa 1.886,16 euro a testa. Per i primi due scaglioni di reddito, la differenza tra l’IRPEF media versata e il solo costo della sanità ammonta a 47 miliardi di euro, che inevitabilmente sarà a carico degli altri contribuenti. E non va tanto meglio neppure se si guarda alla fascia che va dai 15.000 ai 20.000 euro di reddito lordo annuo, nella quale si collocano 5,806 milioni di dichiaranti, vale a dire circa 8,521 milioni di abitanti: in questo caso, l’imposta media annua è di 1.979 euro annui, che si riducono a 1.348 euro se rapportata agli abitanti, ancora una volta dunque insufficiente a coprire persino il costo pro capite della sola sanità”.

Nel dettaglio, quelli con redditi lordi sopra i 100mila euro (circa 52mila euro netti) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’IRPEF; tra 200mila e 300mila euro si trova lo 0,13% dei contribuenti, che versano però il 2,99% di IRPEF e, infine, sopra i 300mila euro lo studio individua, sulla base dei dati MEF e Agenzia delle Entrate, lo 0,093% dei contribuenti versanti che pagano però il 5,93% dell’IRPEF. Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi superiori a 55.000 euro, si ottiene dunque che il 4,39% paga il 37,02%, che diventa per l’appunto il 57,88% di tutta l’IRPEF, considerando anche i redditi sopra i 35.000 euro lordi.

Dai dati emerge inoltre come siano aumentati i contribuenti che presentano la dichiarazione, mentre sono diminuiti sia i versanti sia i redditi dichiarati, in un contesto per di più di Pil e occupazione in crescita: se ne può dedurre che quelli pagano sono sempre meno, ma di fatto pagano sempre di più, l’esatto contrario del (legittimamente) decantato principio pagare tutti per pagare meno.

Dati da Osservatorio spesa pubblica – Itinerari previdenziali

Ora si comprende come sia sempre più difficile finanziare e mantenere in futuro il welfare italico. Per finanziare la spesa per la protezione sociale occorrono, oltre ai contributi sociali, tutte le imposte dirette. Inoltre la spesa per assistenza finanziata dalla fiscalità generale è passata dai 73 miliardi di euro del 2008 ai circa 116 miliardi del 2018, con un aumento strutturale di circa 43 miliardi che ogni anno graveranno sul bilancio pubblico.

“È indubbio che l’imposizione fiscale in Italia, tenuto conto del combinato di imposte dirette e indirette, possa ritenersi eccessiva, ma prima di tutto occorre domandarsi se sia davvero così per tutti – osserva Brambilla – il paradosso si fa evidente: gli “oppressi” cui ridurre il carico fiscale sono in realtà gli appartenenti a questo sparuto 12,28%, spesso anche oggetto di proposte o provvedimenti che mirano a ulteriori tagli e prelievi.

Un caso recente e significativo è quello riguardante le pensioni annuali sopra i 100mila euro lordi le quali, già duramente colpite dal mancato adeguamento all’inflazione, sono a partire dal mese di giugno oggetto di un taglio vero e proprio, senza precedenti per percentuale e durata, che colpisce oltretutto rendite pensionistiche ampiamente supportate dal versamento di contributi nel corso della vita lavorativa e già ampiamente vessate da metodo di calcolo e tassazione.

La proposta: detrazione del 50% delle piccole spese

Il centro studi avanza anche una proposta: l’introduzione di un periodo di sperimentazione triennale nel corso del quale le famiglie possano portare in detrazione, entro un dato limite, il 50% delle piccole spese effettuate per la casa, per i figli o per la manutenzione di auto o moto, purché supportate da regolare fattura elettronica (incrocio codici fiscali prestatore-fruitore).

Con vantaggi per la famiglia stessa che, grazie alla detraibilità, sarebbe incentivata a richiedere fatture e scontrini e ne trarrebbe un beneficio in termini di potere d’acquisto a prescindere dal proprio reddito di partenza, ma anche e soprattutto per lo Stato, che potrebbe rientrare, almeno in parte, di IVA e contributi sociali evasi, segnando un punto importante nel contrasto al lavoro nero e al sommerso.

Proprio perché l’Italia è un Paese ad alta infedeltà fiscale – conclude Brambilla – il “contrasto di interessi” potrebbe rivelarsi molto più efficace della flat tax: perché mai gli attuali evasori dovrebbero emergere per merito di una riduzione dell’IRPEF del 15% circa, quando per beneficiarne dovrebbero comunque pagare il 24% di contributi sociali, l’Inail, l’IVA e sottoporsi ad altre incombenze fiscali cui ora sfuggono? Senza trascurare, infine, proprio il tema dell’equità: già l’attuale “tassa piatta” discrimina fortemente i lavoratori dipendenti a favore degli autonomi e, tra quest’ultimi, tra quelli in crescita di attività e fatturato e quelli che viceversa crescono poco o niente, per forza di cose meno interessati a deduzioni e detrazioni, e quindi forse più “stimolati” a veleggiare nell’economia grigia. E, con la flat tax, la situazione rischierebbe appunto di complicarsi ulteriormente se si considera che il 50% degli italiani paga meno del 3% di tutta l’IRPEF e che quelli che pagano le imposte, il 30% della popolazione (i redditi sopra i 35mila euro), non ne beneficerebbero, se non per lo scaglione tra i 35mila e i 55euro lordi”.

TRATTO DA QUI

 

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