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Qualcuno paga il conto degli “investimenti” a debito

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di MATTEO CORSINI

“Quando i tassi di interesse sono estremamente bassi, lo Stato può sostenere l’attività economica investendo in lavori pubblici che offrano rendimenti superiori a quelli dei titoli di stato. E può farlo senza preoccuparsi delle dimensioni del debito pubblico”. Quello che sostiene Richard Koo è un classico mantra keynesiano, un evergreen. Non mi stupisce che sia sostenuto e diffuso da economisti desiderosi di compiacere i governanti di turno (magari sperando di ottenere poltrone). E ovviamente non mi stupisce che i governanti accolgano di buon grado dei consigli di questo genere. Non mi stupisce neppure che questo mantra trovi ardenti sostenitori anche in tutti quegli imprenditori (o pseudo tali) che mirano a fare affari con lo Stato.

A lasciarmi perplesso, però, è che a prendere per buona questa apparentemente semplice via alla bambagia siano anche tanti pagatori netti di tasse. Effettivamente quando il rendimento atteso da un investimento supera il costo del finanziamento il suo valore attuale netto (ex ante) è positivo. Per inciso, quando il costo del finanziamento è artificialmente basso per via di interventi di politica monetaria espansiva, risultano avere (ex ante) valore attuale netto positivo anche investimenti che, in assenza di tali interventi, sarebbero scartati in quanto non profittevoli. Si tratta di quelli che Mises definiva “malinvestimenti”, destinati a risultare (ex post) fallimentari allorché viene meno lo stimolo monetario.

Secondo Koo, che peraltro è in folta compagnia, i tassi di interesse sono bassi per via di un eccesso di risparmio. Qui c’è un problema non irrisorio: viene considerato risparmio tutto il denaro creato dal nulla nell’ambito delle politiche monetarie espansive non consumato o investito. Ma quello non è risparmio reale, bensì artificiale, così come artificiali sono i livelli bassissimi (perfino negativi) dei tassi di interesse.

Non c’è da stupirsi se con tassi prossimi o addirittura inferiori a zero qualsiasi lavoro pubblico appare profittevole. Ma non ci sono pasti gratis. Qualcuno oggi o in futuro il conto lo deve pagare. E mentre i benefici per lo Stato e i suoi clienti sono evidenti, i costi tendono a esserlo meno, in quanto spalmati su un numero indefinito di soggetti e a manifestazione non immediata.

Ciò detto, proprio il caso del Giappone dovrebbe fare riflettere: da oltre due decenni i tassi di interesse sono (artificialmente) molto bassi, di lavori pubblici ne sono stati fatti a bizzeffe, eppure il debito pubblico non si è ripagato da solo. Si è semplicemente accumulato, e la banca centrale ne compra quote sempre maggiori. Con quali benefici effetti sull’economia? Se ci sono, si sono nascosti molto bene.

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