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Bolle, gli economisti non conoscono teorie che esistono da un secolo

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di MATTEO CORSINI

“Cosa causa le bolle? Questa domanda è la grande balena bianca della teoria della finanza”. Noah Smith inizia così un post su Bloomberg View. Finendo per dare una risposta che, a mio parere non serve a granché. “Una possibilità è che gli investitori semplicemente facciano errori quando proiettano i rendimenti futuri delle attività”.

E questi errori sarebbero dovuti al fatto che gli investitori estrapolano le loro aspettative sull’andamento futuro dei prezzi considerando il loro andamento nel passato più o meno recente. Quella di Smith non è una risposta alla domanda iniziale, bensì l’osservazione (abbastanza lapalissiana) del fatto che quando si forma una bolla ci sono errori di valutazione da parte dei compratori.

In definitiva, gli errori causano le bolle, ma occorre stabilire cosa causa gli errori, dato che i prezzi di mercato sono, altrettanto lapalissianamente, gli indicatori che influenzano le decisioni di investimento. Considerando che il prezzo di ogni attività è finanziariamente rappresentato dalla somma dei valori attuali dei flussi di cassa relativi all’attività stessa, tanto minore è il tasso di interesse utilizzato per scontare i flussi, quanto maggiore è il valore attuale netto dell’investimento.

Ne deriva che se il tasso di interesse è artificialmente spinto al ribasso, il calcolo ex ante del valore attuale netto degli investimenti è spinto artificialmente al rialzo. Di conseguenza, investimenti che risulterebbero avere un valore attuale netto negativo finiscono per apparire redditizi ex ante per via del livello artificialmente ribassato del tasso di interesse utilizzato per attualizzare i flussi.

Cosa spinge artificialmente al ribasso i tassi di interesse? La politica monetaria espansiva delle banche centrali e la conseguente espansione creditizia delle banche commerciali, che creano l’illusione che ci sia abbondanza di risparmio a sostegno degli investimenti.

In realtà l’aumento della quantità di denaro a disposizione per finanziare investimenti è dovuto, per l’appunto, alla politica monetaria espansiva e al meccanismo della riserva frazionaria. Quando l’espansione viene interrotta il castello di carte crolla. Questa spiegazione del ciclo economico (e delle bolle) ha ormai un secolo. Evidentemente a Smith sfugge, il che non fa che confermare che quando irride la Scuola Austriaca di economia (attività nella quale si cimenta con una certa frequenza) lo fa senza sapere di cosa parla.

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