RENZI IN KURDISTAN, LA POLITICA ESTERA DEI TELEIMBONITORI

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RENZIKURDISTANdi ENZO TRENTIN

Chi in questi giorni ha seguito i telegiornali di regime, avrà notato le immagini del Presidente del consiglio dei ministri: Matteo Renzi, che in visita ufficiale in Iraq, ha avuto modo di rassicurare le popolazioni kurde. E accarezzando i bambini con un sorriso a 32 denti, e stringendo le mani agli adulti  rassicurava con un: «L’Europa vi è amica e vi sta vicino. Non vi abbandonerà!»

Speriamo che il dio dei kurdi non si distragga, perché come ci rammenta un vecchio adagio: “dagli amici mi guardi iddio, che ai nemici ci penso io”. Infatti, i nemici li conosci, sai chi sono e come fronteggiarli. Certi amici, invece, sono come i serpenti che davanti ti sorridono e dietro ne fan di tutti i colori, quindi solo dio ti può proteggere.

L’iniziativa dell’Italia volta a rafforzare le difese delle forze di sicurezza del Kurdistan iracheno va nella giusta direzione ma rischia di rimanere velleitaria se non verrà accompagnata da una strategia complessiva di carattere politico, militare ed economico. In effetti, la presenza dell’Italia in Kurdistan non è mai stata adeguata al ruolo strategico e al potenziale economico della regione, avendo gli interessi petroliferi dell’ENI fissato lo sguardo del nostro governo prevalentemente nel sud dell’Iraq. Solo nel 2013 è stato rafforzato a Erbil l’Ufficio Distaccato dell’ambasciata italiana.

Ora qualcuno potrebbe pensare – pur tra mille distinguo e perplessità – che l’idea di fornire armi ai Peshmerga kurdi corrisponda non solamente al desiderio consentire una migliore difesa contro gli orrori perpetrati dall’Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) detto anche Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria; ma in forma collaterale anche ad un certo sostegno all’agonizzante industria italiana, sia pure quelle controversa degli armamenti. Ma non è così!

Il materiale bellico che potrebbe essere fornito ai kurdi dovrebbe essere costituito, da quanto riferito dalla stessa ministro della difesa Roberta Pinotti, da armi, munizionamento e forse equipaggiamento sequestrato nel 1994 nello stretto di Otranto a trafficanti russi che si accingevano a rifornire i belligeranti dell’ex Jugoslavia. Circa 30mila Ak-47 kalashnikov, fucili di fabbricazione russa già in dotazione ai guerriglieri curdi, e tonnellate di munizioni. Anche mitragliatrici MG 42/59 con relativo munizionamento e non più in uso alle nostre forze armate. Forse anche giubbetti antischegge, mezzi radio e jammer, disturbatori anti IED (Improvised Explosive Device).

In un articolo apparso sul sito del 4° Rgt. Alpini Paracadutisti, tutti qualificati Ranger  [LEGGI QUI], quindi una fonte abbastanza competente, si avanza il dubbio che ci sia il rischio di fornire ai ribelli un materiale forse non perfettamente funzionante, mescolando peraltro tipologie di munizionamento che potrebbero essere confuse da personale non particolarmente esperto, con gravi conseguenze per gli utilizzatori. Anche sistemi elettronici sconosciuti ai montanari kurdi come i moderni jammer non vanno nella direzione di un’efficace sostegno.

Quale sia lo stato di conservazione di questo materiale non è dato sapere, si dubita che sia tale da garantire un’immediata ed assoluta affidabilità delle armi e dei sistemi autopropulsi come i Fagot ed i Katiuscia, dotati di sofisticati sistemi di “sparo” e spinti da sistemi di lancio sensibili all’umidità. Questo perché il materiale che giace dal lontano 1994 in sotterranei in prossimità del mare in un deposito militare in Sardegna, la cui efficacia originaria è certa ma non altrettanto quella residua dopo essere rimasti accatastati per 18 anni, senza un programmato e ciclico controllo di efficace manutenzione né trattamento oggetto di appropriati trattamenti conservativi, trattandosi di sistemi estranei allo strumento militare nazionale.

Ed ancora, presso alcuni Centri di alti studi per la difesa si osserva che in assenza di una prospettiva multilaterale e di una chiara strategia relativa agli interessi che l’Italia intende perseguire, la missione assegnata ai C-130 dell’Aeronautica Militare rischia di raggiungere rapidamente i medesimi insuccessi dell’Operazione Mare Nostrum.

Le popolazioni kurde si rifanno a più religioni: sunnismo, yazidismo, alevismo, cristianesimo. Basteranno i loro dei a tenerli al riparo da certa politica da televendita?

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