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Se ci sono di mezzo soldi pubblici, la verità sparisce dai giornali

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di PIETRO AGRIESTI

Il Global Disinformation Index, un indice che cataloga i media come più o meno attendibili, e che è in parte finanziato dagli USA con soldi pubblici, ci dice che tutti i principali media liberal sono attendibili e tutti quelli di indirizzo repubblicano, conservatore, libertario, o i così detti media alternativi, sono inattendibili.

Per esempio il New York Times è altamente attendibile, il New York Post e Real Clear Investigation sono altamente inattendibili. Tuttavia, come ha ampiamente dimostrato la revisione della copertura mediatica sul Russiagate compiuta da Jeff Gerth (che tra l’altro è un ex reporter del New York Times, quindi di un giornale catalogato attendibile) per la prestigiosa Columbia Journalism Review, il New York Times è stato uno dei principali giornali a cannare completamente sul Russiagate, nonostante abbia grottescamente persino vinto un Pulitzer per i suoi articoli in proposito.

In compenso tutti i giornalisti che più degli altri hanno azzeccato il racconto del Russiagate sono indipendenti che per lo più vedono il proprio lavoro pubblicato da outlet alternativi, conservatori, libertari o di estrema sinistra, ma non certo su quelli che il Global Disinformation Index cataloga tra i più attendibili: Taibbi, Greenwald, Maté, De Tracey.

È proprio sul vituperato Real Clear Investigation che Aaron Matè ha per lo più coperto il Russiagate demolendo la narrativa mainstream e in particolare quella del tanto esaltato New York Times. Ancora proprio di recente è nuovamente su Real Clear Investigation che Aaron Matè demolisce praticamente parola per parola (“Unchastened by Russiagate, the NY Times Doubles Down in Its Special Counsel Coverage”) l’ultimo articolo dedicato dal New York Times alle indagini di John Durham, il procuratore speciale nominato per indagare sulla correttezza delle indagini svolte sulla collusione tra Trump e la Russia, che sta per consegnare il proprio rapporto finale. E non basta, stando sempre sulla Russia, è stato il New York Post, che l’indice cataloga tra i media che disinformano, a lanciare una serie di reportage partendo dal laptop di Hunter Biden, non uno dei media che l’indice considera attendibili.

Al contrario gli “attendibili”, New York Times in testa, hanno sostenuto la fake news che si trattasse di una operazione di disinformazione russa e che il laptop fosse falso. Quindi su due delle storie più importanti degli ultimi anni, dal 2016 ad oggi almeno, i media che l’indice considera affidabili hanno cannato tutto e quelli che considera inaffidabili ci hanno azzeccato.

Se i quotidiani e i media bollati come inattendibili – da questo o altri indici – fossero de-finanziati, de-platformati, censurati sui social, oscurati, esclusi dai servizi finanziari sulla base di leggi come il DSA europeo o l’online Safety Bill inglese, etc…, come secondo molti dovrebbe essere per il bene della democrazia… la nostra democrazia ne uscirebbe migliore o peggiore? Credo che sia abbastanza evidente anche solo considerando i due esempi che ho fatto che la risposta è inequivocabilmente peggiore.

Sarebbe invece probabilmente molto migliore se soldi pubblici non finanziassero progetti così faziosi e partigiani, distorcendo il mercato e spingendo per la messa al bando dei media di indirizzo politico non gradito, sotto l’ipocrita finzione della lotta alla disinformazione.

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