SOROS, IL FALSO LIBERALE PER L’IMMIGRAZIONE A SPESE ALTRUI

di MATTEO CORSINI

George Soros è da sempre un personaggio controverso. A mio parere l’equivoco principale quando si parla di lui risale a quello che Ludwig von Mises denunciava già quasi un secolo fa, ossia lo stravolgimento del significato del termine “liberalismo”.

Soros è in tutto e per tutto un liberal, ossia un socialdemocratico. Disponendo di ingenti risorse finanziarie, tramite la sua Open Society Foundation fornisce supporto a partiti e organizzazioni che promuovono frontiere aperte e mondialismo. Anche in questo caso, il problema è che i riferimenti alla libertà di qualsiasi individuo di emigrare dovunque desideri è compatibile con un sistema autenticamente liberale solo dove ciò non comporti una violazione della libertà (proprietà) altrui.

In un sistema basato esclusivamente sulla proprietà privata, la soluzione sarebbe relativamente semplice. Dato che questo non corrisponde alla situazione attuale, né ragionevolmente a quella di un prevedibile futuro, occorre fare i conti con la realtà.

Da questo punto di vista, paragonare i movimenti migratori attuali a quelli del secolo scorso è, a mio parere, del tutto fuorviante. La differenza fondamentale è stato lo sviluppo, nel frattempo, di un pervasivo stato sociale che ha stabilito politicamente diritti in capo a qualsiasi individuo l’esercizio dei quali prevede oneri a carico di altri individui mediante la tassazione. Ciò rende evidentemente problematico aprire le frontiere, a prescindere dagli aspetti, pure esistenti, relativi all’integrazione tra culture diverse.

Tutto ciò, Soros e chi la pensa come lui non lo considera problematico, anche perché né lui né chi ne condivide le idee si trova concretamente ad affrontare le situazioni che generalmente si generano nelle periferie.

In un articolo nel quale lancia l’allarme in vista delle elezioni europee del prossimo maggio, Soros teme che la Ue possa fare la fine dell’Unione sovietica: “L’Europa sta scivolando nell’oblio come in preda al sonnambulismo, e i suoi cittadini devono svegliarsi prima che sia tardi. Se questo non avverrà, l’Unione europea è destinata a finire come l’Unione sovietica nel 1991”.

La Ue rischia di fare la fine dell’Unione sovietica perché il suo disegno istituzionale non è tanto dissimile, ancorché non vi sia un regime socialista integrale come quello sovietico.

Ma Soros pare non accettare la realtà che chi la pensa come lui non fa altro che rendere più sovietica la Ue: “L’antiquato sistema dei partiti ostacola coloro che vogliono preservare i valori su cui poggia la Ue, mentre aiuta chi vuole sostituire tali valori con qualcosa di profondamente diverso. Questo vale per i singoli Paesi e ancora di più per le alleanze transeuropee. Il sistema partitico dei vari Stati riflette le divisioni che hanno avuto rilevanza nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo, come il conflitto tra capitale e lavoro. Ma oggi la spaccatura che più conta è quella tra le forze favorevoli e contrarie all’Europa”.

Il sistema dei partiti non vieta a chi ha idee simili alle sue di presentarle agli elettori. Né mancano i mezzi finanziari, evidentemente. Soros: “Nel caso delle alleanze transeuropee, la situazione è ancora più grave. Se i partiti nazionali affondano le radici in un qualche passato, le alleanze transeuropee si basano interamente sugli interessi personali dei leader politici”.

A me pare che ciò sia valido per la quasi totalità di chi fa politica. Altrimenti farebbe il missionario.

“La leadership attuale ricorda il politburo all’epoca del crollo dell’Unione sovietica, che continuava a emettere ukase, decreti, come se nulla fosse”, dice ancora Soros. Vero, così come è vero che nulla migliorerà, né se manterranno il potere gli europeisti, né se lo perderanno a favore dei sovranisti. Semplicemente nel primo caso vincerebbe chi è appoggiato da Soros, nel secondo caso no.

Per i pagatori di tasse in entrambi i casi si tratterebbe di continuare a pagare il conto.

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