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Svalutazione ed esportazione, la solita fallacia mercantilista

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SOLDI EUROdi MATTEO CORSINI

“L’altro canale attraverso cui il QE sostiene l’economia è il tasso di cambio… da un anno in qua, l’euro si è svalutato del 12 per cento nei confronti del dollaro. Parte di questa svalutazione è avvenuta ancor prima che il QE avesse inizio, grazie al classico effetto creato dalle aspettative… Questa svalutazione rende più convenienti le nostre esportazioni verso gli altri Paesi: se un americano paga di meno un euro, vuole dire che paga di meno le merci prodotte da noi, il cui prezzo è fissato in euro. Quindi è più facile vendere i nostri prodotti all’estero”. Angelo Baglioni, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano, ha scritto qualche settimana fa per il Venerdì di Repubblica un articolo divulgativo per spiegare ai profani della materia cosa è e come funziona il Quantitative easing (Qe).

Ho riportato il passaggio relativo all’effetto sui tassi di cambio per evidenziare la versione parziale e tipicamente mercantilista (nonché keynesiana, che resuscitò il mercantilismo caduto in discredito grazie al lavoro degli economisti che lo avevano preceduto) della faccenda fornita da Baglioni. Indubbiamente se l’euro si svaluta nei confronti del dollaro le merci europee diventano meno costose per un americano, a parità di prezzo. Non stupisce, quindi, che chi conta di aumentare le esportazioni veda spesso di buon occhio le svalutazioni del cambio. Baglioni omette però di raccontare per intero la storia, ossia di dire che esiste un’altra faccia della medaglia. Se un prodotto europeo diventa più a buon mercato per un americano, un prodotto americano (o prezzato in dollari) diventa più costoso per un europeo. Da ciò si deduce che la svalutazione del cambio crea benefici per taluni soggetti e svantaggi per altri.

In assenza di svalutazione del cambio, l’esportatore, per risultare altrettanto conveniente al compratore statunitense, avrebbe dovuto abbassare il prezzo di vendita. Qualora non fosse riuscito a comprimere anche in costi di produzione, avrebbe ottenuto un minor profitto (o una perdita). Non essendo sempre agevole comprimere i costi, è comprensibile che un esportatore consideri auspicabile una svalutazione del cambio, a maggior ragione se tra i suoi fattori di produzione non vi sono (o vi sono in misura non rilevante) beni di importazione.

Alla fine si arriva sempre al meccanismo keynesiano di utilizzare l’inflazione per compensare la rigidità al ribasso (spesso dovuta, in realtà, a vincoli legislativi o regolamentari) di determinati prezzi. E in effetti il Qe altro non è che produzione di inflazione da parte della banca centrale.

Resta una cosa da sottolineare: probabilmente il singolo esportatore trae un beneficio netto dalla svalutazione del cambio, ma se si considera l’intero sistema economico che adotta la moneta oggetto di svalutazione, il dato di fatto è che, rispetto a prima, occorre consegnare più beni alle controparti estere in cambio della stessa quantità di beni ottenuti in cambio (mi si passi la semplificazione).  Ergo, di fatto non ci si è affatto arricchiti. Checché ne dicano i mercantilisti di ogni tempo e luogo.

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1 COMMENT

  1. Il dollaro come valuta di riferimento per il commercio mondiale è anacronistico.
    Ogni economia , ognuna con la propria valuta e coi propri costi di produzione, deve stare sul mercato senza l’obbligo di usare dollari per il commercio dei beni.
    Prezzo e valuta , da come la vedo io, sono parte di un rapporto contrattuale normale.

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