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Tornano le balzane idee economiche dei pentastellati

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di MATTEO CORSINI

Quando si parla di statalismo è una vera battaglia a primeggiare tra le forze politiche che si contendono il voto degli italiani. In corsa ci sono, purtroppo, anche quelle che si autodefiniscono liberali. Non mi risulta che tra queste ultime vi sia il M5S. Il che, peraltro, non è di grande consolazione quando si sentono o leggono i loro propositi di banche pubbliche di investimento e altre idee socialiste del genere.

Da alcuni anni uno dei cavalli di battaglia pentastellati, su iniziativa soprattutto di Mario Turco, è l’istituzione di “conti correnti di risparmio”, che dovrebbero servire a fornire allo Stato risorse oggi giacenti nei conti correnti o investite all’estero. Risorse con le quali finanziare “ivestimenti” pubblici miliardari, che ovviamente moltiplicherebbero la ricchezza nazionale come nemmeno Keynes sotto effetto di sostanze allucinogene avrebbe potuto immaginare.

Secondo il M5S si tratterebbe di contenitori “all’interno dei quali si potrà investire in titoli di Stato con un rendimento indicizzato all’inflazione e crescente in funzione del tempo di investimento. I titoli di Stato sarebbero trasferibili e utilizzabili anche come strumenti di pagamento, senza la necessità di disinvestire come avviene oggi con i Btp.”

Si tratta più o meno della stessa idea che commentai nel 2020. Ricordano un po’ i buoni postali fruttiferi indicizzati all’inflazione. Pare di capire che la non negoziabilità in mercati regolamentati o altre sedi di negoziazione sia l’antidoto all’oscillazione di valore di questi strumenti. Ovviamente questo non significa che il valore a cui sarebbero scambiabili non subisca oscillazioni in funzione dell’andamento del rischio di insolvenza dello Stato, dei tassi di interesse e dell’inflazione. Il che mi porta alla caratteristica di “strumenti di pagamento”.

Supponiamo che non esistano controindicazioni di tipo legale a livello comunitario. In funzione dell’andamento delle variabili sopra menzionate, il valore teorico di scambio di questi strumenti potrebbe essere inferiore o superiore al valore nominale. E’ evidente che solo con un accordo tra le parti sul valore dei titoli in questione potrebbero essere accettati come strumento di pagamento. Da questo punto di vista il fatto che non vi sia negoziazione su un apposito mercato non aiuta.

Posso supporre che nelle intenzioni dei proponenti questi strumenti dovrebbero essere utilizzati come pagamento al loro valore nominale. Ma è evidente che ben difficilmente sarebbero accettati come pagamento di un bene o servizio se il loro valore teorico fosse inferiore al nominale. D’altra parte, nessuno li utilizzerebbe come pagamento di 100 euro se il loro valore teorico fosse superiore (i titoli di Stato indicizzati all’inflazione di pari scadenza sarebbero un buon parametro di riferimento per determinare tale valore).

In definitiva, non vedo grandi possibilità di utilizzo volontario di questi titoli come strumento di pagamento. Al tempo stesso, renderne obbligatoria l’accettazione significherebbe creare una moneta parallela, e ciò sarebbe in contrasto con le norme comunitarie.

Lo Stato potrebbe sempre decidere di accettarli al valore nominale a prescindere da quello teorico. In tal caso creerebbe un incentivo a utilizzarli quando il loro valore è inferiore al nominale. Ma il beneficio per il risparmiatore sarebbe a carico dei pagatori di tasse, perché non ci sono pasti gratis.

Ovviamente resterebbe sempre il fatto che l’idea che il denaro sui conti correnti non sia utilizzato dalle banche è sintomo di profonda ignoranza su come vanno le cose realmente. Quindi un massiccio spostamento di denaro dai conti correnti bancari a questi “conti correnti di risparmio” comporterebbe una riduzione per un multiplo dei crediti erogati dalle banche o un peggioramento delle condizioni a carico dei prenditori.

Uno spiazzamento vero e proprio che, però, dubito preoccupi chi è convinto che il mondo funzioni grazie agli investimenti pubblici. Questi signori ragionevolmente non saranno i più votati alle prossime elezioni, contrariamente a quanto avvenne nel 2018. Ma è una magra consolazione.

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