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Tutti i partiti hanno programmi statalisti, ma affermano di essere “liberali, liberisti e a favore del mercato”

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di MATTEO CORSINI

La politica, in Italia ma non solo, consiste per lo più nel promettere di elargire benefici senza indicare da dove prendere le risorse, oppure facendolo in modo vago, contando sul mix di ignoranza (molta) e cinismo (anche questo non trascurabile, a lungo andare) dell’elettore medio.

Coloro che chiedono di essere votati danno evidentemente il meglio di sé (se così vogliamo dire) durante le campagne elettorali. Tutti i partiti sono accomunati da proposte a contenuto non irrisorio di statalismo, peraltro non rinunciando ad affermare di essere “liberali, liberisti e a favore del mercato”, come mi è capitato di sentire durante un TG per bocca di Matteo Salvini, giusto prima di invocare un inasprimento della tassazione sugli “extraprofitti” delle società del settore energia. Cosa ci sia di liberale e a favore del mercato nelle proposte e nei provvedimenti della Lega a trazione salviniana francamente mi sfugge, ma potrebbe essere una mia lacuna.

Per parte sua, Giorgia Meloni, il cui partito è accreditato dai sondaggi di essere quello che otterrà più voti il prossimo 25 settembre, propone una (ulteriore) estensione del golden power, “per difendere le nostre produzioni e le nostre infrastrutture strategiche”. Lo afferma in un contesto nel quale, già oggi, qualunque soggetto non italiano intenda acquisire un’attività a sud delle Alpi è consigliato dai propri legali di chiedere permesso al governo, si trattasse anche di un bar o di un ristorante.

Dall’altra parte il PD, nelle brevi pause in cui non lancia allarmi per i pericoli alla democrazia rappresentati dai suoi avversari, promette provvedimenti di spesa miliardari, molti dei quali finanziati non si sa come, se non con riferimenti all’immancabile lotta all’evasione fiscale o innalzamento di talune imposte (ho già commentato l’idea di inasprire l’imposta di successione per dare 10mila euro ai diciottenni) a carico di ricchi che temo siano considerati tali a loro insaputa.

Tra le tante promesse, interessante quella di consentire “un part-time volontario pienamente retribuito (anche in termini di contributi previdenziali) al compimento del sessantesimo anno di età.” In pratica un lavoratore dipendente sessantenne potrebbe lavorare a orario ridotto, ma a stipendio invariato. Il conto sarebbe a carico dei pagatori di tasse presenti e futuri, suppongo.

Non vado oltre, ma potrei proseguire a lungo. Purtroppo.

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1 COMMENT

  1. un sistema clientelare dal 1861 che, per poter sopravvivere a se stesso, è costretto a elargizioni di ogni tipo… e il suddito italiano, abituato da secoli al “franza-spagna purchè se magna”, adesso pretende sempre di più
    il disastro parte da lontanissimo, dalle baby pensioni e i finti invalidi alle “allegre gestioni” delle società statali, dall’appaltino pubblico fino ad arrivare agli 80 € di Renzi o il reddito di cittadinanza e i vari bonus (ma di esempi ce ne sarebbero migliaia)
    nessuno ha il coraggio di dire che il debito è fuori controllo da decenni, che l’INPS è uno schema-ponzi e che, per dare ancora “pasti gratis a tutti”, bisognerà continuare a dissanguare chi è già massacrato da tasse, burocrazia e spese energetiche

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