UN DECENNIO DI AVVERSIONE AL LIBERO MERCATO

di MATTEO CORSINI

In un tempo in cui si moltiplicano i nostalgici dell’IRI, mi è capitato di leggere un’intervista a Nerio Nesi, che alla veneranda età di 95 anni ripensa all’esperienza delle nazionalizzazioni e del controllo pubblico della proprietà di imprese, più o meno esplicitamente finendo per ritenere che la liquidazione dell’IRI e le precedenti privatizzazioni furono un errore.

Tipica di coloro che hanno nostalgia dell’IRI è l’omissione, nella ricostruzione dei fatti storici, della degenerazione dello statalismo e della situazione fallimentare di molte imprese partecipate.

Secondo Nesi, le imprese pubblichehanno dato un contributo allo sviluppo del Mezzogiorno e del Paese, assumendosi l’onere di intervenire in zone e comparti produttivi dove i privati… non avevano, a quei tempi, alcun interesse o volontà di farlo.”

Come atto d’accusa nei confronti di chi dovrebbe investire mezzi propri non mi sembra granché. Se le parole hanno un senso, un intervento che rappresenti solo un “onere” non è tipicamente il miglior modo per un imprenditore di investire le risorse. Ciò detto, Nesi ritiene che tutto quello che di buono fece l’IRI “è stato spazzato via nella memoria collettiva da un’ondata denigratoria spinta da interessi evidenti, oltre che dall’ideologia del fondamentalismo liberista.”

Pare, quindi, che l’Italia dell’ultimo decennio del secolo scorso e dell’inizio di quello in corso fosse dominatadall’ideologia del fondamentalismo liberista”. Probabilmente per uno che ha passato la vita dividendosi tra socialismo e comunismo le cose sono andate così, ma a me pare abbastanza allucinante sostenere che in Italia vi sia stato un periodo di “fondamentalismo liberista”.

Al contrario, l’avversione per il libero mercato è sempre stato uno dei tratti che accomunavano la quasi totalità di chi chiedeva il voto agli italiani, anche in quel periodo, e di larga parte di quelle che consideravano se stesse classi dirigenti. Non so la memoria collettiva, ma ho l’impressione che quella di certi individui non se la passi per il meglio, pur con tutta l’indulgenza che si voglia riconoscere a chi ha quasi un secolo di vita.

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