IL VENETO INDIPENDENTE E LE PROMESSE DA MARINAIO

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Leone_repubblica_settinsularedi ENZO TRENTIN

Lo storico Marc Bloch affermava che le nazioni decadono e muoiono quando ciò che è necessario appare impossibile.  La riformabilità dello Stato italiano è necessaria; tuttavia le riforme che si prospettano non sono tali. Appare quindi possibile l’indipendenza del Veneto. Tuttavia: «L’indipendenza non si ottiene basandoci su di un articolo o qualche voto. La via da seguire è la strada che ci insegna la nostra storia, nessuna lotta di liberazione si è mai vinta con la maggioranza, ma con la minoranza di chi si fa carico dei problemi del proprio popolo e non come fanno le persone che per codardia mirano alla poltrona.» Sostiene una persona che si definisce amica dei cosiddetti Serenissimi.

C’è anche chi dichiara che, nel “che-fare”, non ci sia posto per una leadership “rivoluzionaria”. E che nel mondo indipendentista Veneto non ci sia una leadership è dimostrato dalla galassia si partitini e movimenti, alcuni dei quali poco più di “one person organization”. Umberto Bossi, pur con tutti i suoi limiti, al contrario aveva la dimensione del leader. Questo aspetto va affrontato, poiché alla leadership si riconosce un compito importante, fondamentale, indispensabile. Tuttavia l’importanza del suo compito non le concede il diritto di comandare alla più vasta platea dei cittadini-elettori-contribuenti in vista della loro liberazione. Se così fosse, questa leadership ripeterebbe il messaggio salvifico delle élite dominanti, anche se, in questo caso, si tentasse “la salvezza” dei cittadini predetti. Il dialogo e l’informazione sono necessari. Ciò nonostante il dialogo non impone, non manovra, non addomestica, non fa slogan. È necessario  confidare sul fatto che i cittadini siano capaci di impegnarsi nella ricerca della loro liberazione, e si deve diffidare, sempre diffidare, dell’ambiguità degli uomini che per “codardia mirano alla poltrona”, perchéla manipolazione, che serve alla conquista, si impone come condizione indispensabile all’atto del dominare. La teoria dell’azione esige l’organizzazione aprioristica di proposte d’architettura istituzionale che sono l’opposto della manipolazione.

Alcuni sedicenti indipendentisti c’informano sulle loro linee fondamentali di programma politico ed elettorale: a) dare al Veneto un impulso politico istituzionale per rendere concreto il processo di Autodeterminazione del nostro Popolo in una prospettiva di Indipendenza e Sovranità quale moderno Stato europeo direttamente protagonista di relazioni con le istituzioni UE e con gli altri Stati;b) dare avvio a una fase Costituente Veneta per la redazione della Carta Costituzionale del Popolo Veneto; c) dare risposta concreta alle richieste di governo dei cittadini veneti sulle materie: Sicurezza, Identità e Appartenenza, Solidarietà, Difesa della qualità della Vita, Ambiente e Territorio, Auto-realizzazione e Libertà Economica e Sociale, Volontariato, nonché su ogni altra materia di competenza dello Stato Sovrano. E qui numerosi indipendentisti che non si riconoscono nei partitini o movimenti politici avanzano delle perplessità. Infatti, perché quando un imprenditore ha messo a loro disposizione la sede di Castelbrando in provincia di Treviso, per istituire una “Costituente veneta”, essi sono andati la’ a farsi fotografare tra grandi strette di mano e smaglianti sorrisi, ma non hanno prodotto nulla di ciò che promettono ora in pre-campagna elettorale? Insomma, un comportamento da corte rinascimentale dove l’altra mano, nascosta dietro la schiena, è pronta al veleno e al pugnale. Sembra che solo posando le terga sugli scranni regionali (lautamente remunerati e corredati d’altri privilegi concessi dal potere italiota), essi siano in grado di agire. Eppure tra le fila degli aspiranti alla “carega” ci sono ex legislatori nazionali e regionali. Presumibilmente capaci di prefigurare a priori la “Charta” di cui vanno cianciando.

Di fatto c’è la constatazione che gli uomini politici debbono essere valutati non per quello che dicono o scrivono, bensì per quello che hanno fatto. E cosa abbiano fatto alcune di queste persone ce lo dicono ancora quei sinceri indipendentisti che non bazzicano i partiti e le loro  organizzazioni fiancheggiatrici. Qualcuno ci ha confidato: «Se non fosse un esempio dispregiativo, diremmo che si tratta di aderenti ad una particolare legione straniera. Ma sia il Tercio spagnolo che la Legione Straniera francese, pur mettendo insieme personale eterogeneo, lo fondano e plasmano in unità d’élite che combattono per una sola bandiera. Vuoi quella spagnola o il tricolore francese. Nel nostro caso, a ben guardare il pedigree di quasi tutti gli pseudo leader indipendentisti veneti, si constatano “combattenti” sotto infinite bandiere ideologico-partitiche, che in ultima analisi alimentano il sospetto si tratti dell’unico vessillo del loro interesse personale.» 

La buona teoria dell’azione politica vuole la comunicazione e il dialogo. Tuttavia l’unica forma di pensare correttamente dal punto di vista degli oppressori è non lasciare che i cittadini pensino. In tutte le epoche i dominanti sono stati sempre così; mai hanno permesso ai loro sudditi di pensare giusto. «Un certo Mr. Giddy – scrive  R. Niebhur in «Uomo morale e società immorale», Jaca Book, Milano 1968, pp. 121-122. – che è stato più tardi presidente della Società Reale, fece delle obiezioni […si riferisce al progetto di legge per l’istituzione di scuole sovvenzionate presentato al Parlamento britannico nel 1807] che potevano essere avanzate in qualunque altro paese: “Benché sembri magnifico in teoria il progetto di dare istruzione alle classi lavoratrici, sarebbe nocivo alla loro morale e alla loro felicità; insegnerebbe a disprezzare la loro missione nella vita, invece di farne buoni servi per l’agricoltura e altri impieghi; invece di insegnare loro ad essere subordinati, li renderebbe ribelli e refrattari, come si rivelò evidente nelle Contee manifatturiere; li renderebbe capaci di leggere libercoli sediziosi, libri perversi e pubblicazioni contro la cristianità: li renderebbe arroganti verso i loro superiori, e in pochi anni diverrebbe necessario, per la legislazione, dirigere contro di essi il braccio forte del potere».

In fondo, quello che Mr. Giddy, citato da Niebhur voleva, è simile a ciò che vogliono i Mr. Giddy di oggi, cioè che i cittadini non pensino (anche se oggi non si parla così apertamente e cinicamente contro l’educazione popolare). I Mr. Giddy di tutte le epoche, in quanto fazione  che opprime, dal momento che non possono pensare con le persone oppresse, non possono neppure permettere che esse pensino.

thomas-jeffersonE se non è possibile il dialogo con i cittadini prima della conquista del potere, perché manca loro l’esperienza del dialogo, non è possibile neppure che lo conquistino, perché manca loro, allo stesso tempo, l’esperienza del potere. Senza il criterio morale della partecipazione, ogni nuovo progetto di Stato perde il suo fondamento democratico, la sua legittimazione, e diventa una struttura arbitraria o, come diceva già Sant’Agostino, diventa “una banda di briganti”; aggiungendo: «Che altro è vivere felicemente se non possedere qualcosa di eterno conoscendolo? Nessun bene lo si conosce perfettamente se non lo si ama perfettamente». (Diverse questioni, 35,2)

Lo stesso accade con la sedicente leadership indipendentista che vuole concorrere alle elezioni regionali venete del 2015. Questa, se non pensa a priori con i cittadini, si esaurisce nella mera elezione dei nuovi padroni. Tra “Le Carte di Thomas Jefferson, Vol. 6” c’è la bozza di Costituzione redatta da Jefferson stesso nel 1783 che fu influenzata dalle concezioni contenute nelle “Istruzioni degli abitanti di Albemarle” redatte da Filippo Mazzei [cui questo giornale ha recentemente fatto cenno] il 6 Maggio 1776, dove tra l’altro scrive:

«Dovete prima di tutto dir loro che quando diciamo popolo vogliamo dire tutti gli abitanti del paese, che è poi il vero significato della parola in un paese come il nostro dove tutti gli uomini, dal più opulento al più miserabile, sono perfettamente uguali nei loro diritti naturali,[…] Èopportuno farne menzione perché sono molti fra noi gli orgogliosi, vanitosi ed egoisti che per popolo intendono solamente la parte di esso povera ed analfabeta. Se il popolo potesse tutto riunirsi nello stesso luogo ogniqualvolta c’è bisogno di far leggi ed amministrare giustizia, esso farebbe da sé, come chi ha poca terra e poche mani.  Ma il Paese essendo talmente vasto ed il riunirsi tutti gli abitanti in uno stesso luogo essendo impossibile, son costretti a far ciò che fa un gran proprietario terriero, il quale non potendo essere dappertutto è costretto a servirsi di un fattore generale e varj sovrastanti. Il parallelo non potrebbe essere più vero e più facile a comprendere da chiunque. E il nostro dovere ci ha costretto a far uso dello stile più familiare e più comprensibile per amore dei poveri ed analfabeti che non hanno avuto il vantaggio di istruzione ed i cui diritti, essendo uguali a quelli dei più istruiti e più opulenti, giustizia vuole che essi siano resi consci della loro importanza ed illuminati tanto da poter vedere le cose con i propri occhi e giudicare da sé, senza essere influenzati da altri i quali a volte non hanno scrupolo ad abusare della loro fede per soddisfare il proprio interesse e la propria vanità. […] L’allegoria si scopre facilmente. Il popolo è il padrone, i rappresentanti sono il fattore, e quelli soggetti alla di lui guida sono i membri del potere esecutivo, e tutti quelli la cui scelta, paga ed emolumenti la comunità reputa conveniente e vantaggioso che vengano lasciati ai rappresentanti piuttosto che alla maggioranza del popolo. E se i nostri rappresentanti non fossero contenti del potere che noi siam disposti a delegar loro, il rimedio è molto semplice. Essi non sono affatto obbligati a servirci; possono tornare a quella vita privata dalla quale abbiam fatto loro l’onore di elevarli e ne sceglieremo altri che per amore della felicità e di proteggere i nostri posteri e l’umanità in genere non vorrebbero per sé più potere di quel che è veramente necessario per un governo di un paese libero. […] C’è qualcosa di veramente magico in quel vocabolo ‘rappresentanza’. Ha servito finora ammirabilmente ad accecare la maggior parte del popolo per tenerlo nella più perfetta ignoranza dei propri diritti e fargli credere di essere libero mentre la sola meschina porzione di libertà da esso goduta è stata quella di scegliersi i padroni.» 

I movimenti o partiti indipendentisti Veneti hanno al loro interno molte persone il cui fanatismo è di per sé grottesco: evidenzia la rinuncia a qualsiasi analisi critica. Naturalmente il fanatismo c’è ovunque esistano “parti” (politica, sport, etc.). Ma il punto è che se i militanti sono ciechi e sordi e senza autonomia di pensiero allora la questione non si risolverà mai. Molti hanno necessità personale psicologica di “credere” senza se e senza ma, perché insicuri per proprio conto.  È una forma mentis che i partiti hanno già usato abbondantemente. La delega in bianco sempre e comunque. Dopo l’eventuale sbornia iniziale di voti e di successo, essi diventano un partito esattamente uguale a tutti gli altri: in cerca di voti, di poltrone e di potere. Cambiare questo che è ormai diventato uno schema mentale dell’ordine politico delle moderne società, è pura illusione.

In coloro che rubano la parola degli altri si sviluppa un profondo scetticismo nei loro riguardi: li considera incapaci. Quanto più parla, e proibisce agli altri di parlare, tanto più esercita il potere e il gusto di comandare, di dirigere. Non può più vivere se non ha qualcuno a cui dirigere la sua parola d’ordine. In tal modo, è impossibile il dialogo. Tutto questo è caratteristico delle élite oppressive, che tra gli altri miti hanno anche questo da rendere vitale, perché li aiuta a dominare. Non si può ammettere, che in quanto leadership, solo lei sa e solo lei può sapere. Equivarrebbe a non credere nei cittadini. Anche se è legittimo riconoscersi a un livello di sapere diverso dal livello di conoscenza “naturale” degli altri, in funzione della sua stessa coscienza riformatrice non può sovrapporre a questo il suo sapere. Perciò stesso non può soffocare le persone con gli slogan, ma dialogare con esse, affinché la loro conoscenza della realtà, che nasce dall’esperienza fecondata dalla conoscenza critica della leadership, si trasformi in ragione della realtà. L’umanista riformatore non può, in nome della rivoluzione, avere negli oppressi degli oggetti passivi della sua analisi, dalla quale discendono prescrizioni che essi devono seguire. Per questo i cittadini-elettori-contribuenti con la dignità di uomini liberi hanno il dovere di non prestar fede alle promesse elettorali, sinonimo di promesse da marinaio. 

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