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22 ottobre 1866, il giorno del ricordo del plebiscito truffa

Da leggere

di ETTORE BEGGIATO

Il plebiscito che sancì l’annessione del Veneto all’Italia  viene liquidato dai nostri libri di storia in poche battute visto che la storiografia ufficiale sostiene che “tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia”.

Pochi sanno che in realtà fu una colossale truffa, la prima di una serie infinita di truffe perpetrate dall’Italia ai danni dei Veneti:  sono i documenti che denunciano tutto questo. Ecco quanto scrive la “Gazzetta Ufficiale  del Regno d’Italia” stampata  a Firenze il venerdì 19 ottobre 1866. Al Presidente del Consiglio dei Ministri è pervenuto oggi alle ore 10 ¾  antimeridiane il seguente dispaccio da Venezia:

“La bandiera Reale italiana sventola delle antenne di piazza San Marco, salutata dalle frenetiche grida della esultante popolazione. Generale Di Revel”

I Veneti vanno a votare domenica 21 e lunedì 22 ottobre quando tutto già stato deciso, visto che  due giorni prima del voto il Veneto è già stato passato ai Regno d’Italia !
Riepilogando: un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) prevede il passaggio del Veneto alla  Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel trattato di pace di Vienna fra l’Italia e l’Austria del 3 ottobre si parla testualmente di  “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”: un riconoscimento internazionale al diritto all’autodeterminazione del popolo veneto che in quel momento ha la sovranità sul suo territorio.

Teniamo anche presente che c’è stata l’ipotesi, come scrisse l’ambasciatore asburgico a Parigi Metternich al suo ministro degli esteri Mensdorff-Pouilly il 3.8.1866, di arrivare a  “l’indipendenza della Venezia sotto un governo autonomo com’era la vecchia Repubblica”.

Il plebiscito   avrebbe dovuto svolgersi   sotto il controllo di una commissione di tre membri che “determinerà, in accordo con le autorità municipali, il modo e l’epoca del plebiscito, che avrà luogo liberamente, col suffragio universale e nel più breve tempo possibile”. Così era stato concertato dall’ambasciatore d’Italia a Parigi Costantino Nigra con il governo francese  che sembrava determinato a svolgere fino in fondo il proprio ruolo di garante internazionale sancito anche dal trattato di pace fra Prussia e Austria.

Il governo italiano invece, e in particolare il presidente  Bettino Ricasoli interpretava pro domo sua i trattati:
“Quando si tratta del plebiscito si tratta di casa nostra; non è già che si faccia  il plebiscito per obbedienza o per ottemperare al desiderio di qualche autorità straniera….. La pazienza ha il suo limite. Perbacco!”.

E così uno sconsolato generale Le Boeuf scrive a La Valette il 15 settembre: “Nutre inquietudini per l’ordine pubblico: le municipalità fanno entrare le truppe italiane o si intendono col re, che governa una gran parte: egli deve lasciar fare. Il plebiscito non si potrà fare che col re e col governo”. Altro che controlli, altro che garanzie internazionali!

Lo stesso generale Le Boeuf annunciava il 18 ottobre a Napoleone III che ha protestato contro il plebiscito decretato dal re d’Italia: Napoleone gli dice di lasciar perdere. La Francia  praticamente rinuncia al proprio ruolo di garante internazionale e consegna il Veneto ai Savoja. E così i veneti vanno a votare il 21 e 22 ottobre tra minacce, intimidazioni, brogli inenarrabili: i SI sono 641.758″,  i NO 69 e ci sono 273 nulli:  i voti favorevoli sono attorno al 99,99 %: una percentuale che non fu ottenuta neppure dai regimi più feroci. Di sicuro il plebiscito venne “preceduto da una vera campagna di stampa intimidatoria dei fogli cittadini, preoccupatissimi per l’influenza che il clero manteneva nelle zone rurali”.

Si scriveva ad esempio “ricordino essi (i Parroci e i Cooperatori dei ns. villaggi) che ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l’onore delle Venezie e dell’Italia, sarebbe assai difficile non farne mallevadrice la suddetta influenza clericale, e contenere l’offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione.” Sulla libertà del voto e sulla segretezza dello stesso ci illumina la lettura di “Malo 1866” di Silvio Eupani: “Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col si e col no di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell’urna”.

Va ribadito,  per concludere,  che il cosiddetto risorgimento fu nel Veneto un momento al quale la stragrande maggioranza del nostro popolo partecipò con grande indifferenza. E questo ce lo conferma lo storico scozzese Denis Mack Smith che scrive “Garibaldi si infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo”.

E quasi subito i veneti si accorsero di aver solamente cambiato padrone… ecco quanto scrive l’Arena il 9 gennaio 1868: “Fra le mille ragioni per cui noi aborrivamo l’austriaco regime, ci infastidiva sommamente la complicazione e il profluvio delle leggi e dei regolamenti, l’eccessivo numero di impiegati, e specialmente di guardie e di gendarmi, di poliziotti, di spie. Chi di noi avrebbe mai atteso che il governo italiano avesse tre volte tanto di regolamenti, tre volte tanto di personale d pubblica sicurezza, carabinieri, ecc.”.

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4 COMMENTS

  1. Il lombardo Giuseppe Robecchi racconta come all’epoca veniva visto il Re piemontese Carlo Alberto da coloro che sognavano la libertà .
    Sembra una poesia .
    Se anche oggi riuscissimo a mettere un pò di quell’ amore che all’epoca fu il vero motore dell’impresa italiana
    (I Serenissimi e Doddore Meloni l’hanno già dimostrato anche troppo) , la libertà sarebbe moto più vicina.

    […]o CARLO ALBERTO ? Ormai l’ indipendenza d’ Italia era una realtà; il sogno di tutta la sua vita si
    avverava; il gran disegno stava per compiersi, e i suoi sacrifizii e i suoi sforzi erano
    vicini ad essere coronati …
    O Signore, Signore, per il dì, ahi troppo vicino della sventura, della più terribile delle sventure, preparate a CARLO ALBERTO una di quelle grazie che rendono l’animo indomabile ai colpi della sorte!
    La sventura è venuta.
    E già i mille Semei si preparavano a gettare il fango sull’Unto del Signore,
    sul Davidde che credettero abbattuto;
    già la razza di quegli uomini, pei quali la servitù è un guadagno, è un bisogno, esultava che il primo tentativo di libertà fosse andato fallito;
    e già cercavano un padrone da sostituire in luogo del Padre del Popolo, e già maledicevano Italia e indipendenza, quand’ecco da Vigevano movere un grido;
    è CARLO ALBERTO che dice a’ suoi Popoli, che la causa d’Italia non è perduta.
    No, la causa d’Italia non è perduta.
    E la causa della verità, e della giustizia; e la verità e la giustizia non muoiono mai.
    Guardati però intorno o CARLO ALBERTO. Vedi?
    T’hanno lasciato solo a difenderla.
    Il Borbone di Napoli vagheggia il ritorno de’ bei dì dell’ assolutismo, e prepara prigioni e patiboli pel Popolo che lo forzò al dono del 29 gennaio; è una belva: avea cambiato il pelo, ma non il vizio.
    Pio Nono ha abdicato alla supremazia morale del mondo: anch’egli fece per viltà il gran rifiuto, e spaventato del bene che inconscio aveva fatto , al mondo scandolezzato annunzia, ch’egli è
    innocente del delitto d’aver benedetto Italia e libertà.
    Leopoldo non aveva creduto che il rimbombo de’ cannoni potesse rompere l’alto sonno nella testa a Toscana sua; vistala svegliarsi, fuggi, e nell’esilio distilla papaveri per il dì che la mano dell’austriaco lo riponga sul trono. Vili, mentitori a coscienza e a giustizia, traditori a Dio e al Popolo, l’hanno lascialo solo!
    Ma con Lui è la fede, e l’amore; la fede inconcussa noveri eterni, l’ amore indomito del bel Paese.
    Intorno al trono cento codardi pregano pace;
    pace insinuano Francia ed Inghilterra, invide e paurose della futura grandezza d’Italia, e l’Austria che crede appena alle insperate sue vittorie dimanda pace.
    Pace? No: prima dovrai sgombrare dal suolo d’Italia, poi parleremo di pace.
    E allo levato qui sventola il tricolore vessillo; e intorno a lui si raccolgono quanti hanno in cuore amore di Patria; sono ristorate, rifornite, rafforzate, raddoppiatele file dell’esercito, ancora glorioso.
    Ei viene, e le scorre, e le numera; sono centomila combattenti, agguerriti, animosi.
    Oh quanto gli tarda di varcare il Ticino!
    O Lombardia, terra diletta, è presso al suo termine il tuo martirio; o Venezia, resisti, resisti ancora, fra poco verrò.
    Novara! Ah è dunque delitto per un Re il combattere per l’indipendenza e la libertà de’ suoi Popoli;
    è il più nero de’ delitti, perchè io non so che delitto mai sia stato più barbaramente punito di quello di CARLO AL-
    BERTO.
    Novara! è un mistero d’iniquità cui t’ accosti con ribrezzo , e che tremi di vedere svelato.
    Novara! chi ha cambiato i prodi in vigliacchi, i soldati in assassini?
    Novara! vedo su certe faccie un riso…
    è dell’inferno quel riso, perchè Giuda si è appiccato, ma non ha riso.
    Che mediti o CARLO ALBERTO ?
    di spezzare il tuo scettro?
    Ma non ti resta, di tanto Esercito, un pugno di prodi che ti seguano e giurino vendetta di quest’orrido scherno? No! e lo scettro è spezzato, e l’umile casa d’Oporto accoglie il tradito di Novara!
    Miserabili! che cosa speravate?
    Che Italia avrebbe rinunciato alla sua indipendenza, alla sua libertà?
    Sentitela, ora più che mai Italia freme libertà, indipendenza… e l’avrà.
    Li ha visti i suoi nemici, li ha visti impallidire, tremare, fuggire ogni volta che vennero alla battaglia prima d’aver comprata la vittoria.
    Oh! ma la estirperemo questa razza caina! allora lo straniero non troverà più venditori, allora combatteremo e vinceremo.
    Per quel dì, o CARLO ALBERTO, tu serbavi la spada, e speravi di combattere ancora una volta volontario nelle file de’ soldati d’Italia, speravi…
    a Novara quel rovescio, quella fuga, quel precipizio de’ tuoi, fu uno strazio pel tuo cuore, pure potesti sopravvivere a quello strazio, e speravi…
    ma quando ti vennero a mente Brescia insorta e fumante di cittadino sangue,
    Venezia perseverante nella disperala e inutile difesa,
    e le speranze deluse di cento Popoli,
    e la baldanza de’ vincitori,
    e le angustie de’ vinti, e gl’incendii, e le rovine, e gì’ insulti, e le verghe, e le carceri, e gli esilii, e le morti, il tuo povero cuore più non resse al cumulo di tanti dolori e si spezzò!
    Qui, qui, o inverecondi, a rinfacciare al Martire, che more sull’eculeo, gli errori della sua vita.
    Qui, qui, o traditori, a vedere di che morte lo fate morire.
    Non è però senza conforto la sua agonia.
    Vedete! la pallida faccia, già bagnata del sudore di morte si ravviva un momento, la bocca si compone ad un sorriso
    Oh! ha creduto ancora una volta che l’Italia sarà!…
    e in quel sorriso spira.
    Or che parola di consolazione avrò io per Voi o Signori? Una sola ne trovo.
    Il pensiero, il voto, il sospiro di tutta la sua vita CARLO ALBERTO non potò vederlo compiuto.
    Raccogliete voi l’ultima e prima volontà del vostro Padre e giurate che sarà fatta: così CARLO ALBERTO non sarà morto tutto per voi, così vi parrà, continuando la sua opera, di prolungare la sua vita, così
    Voi vivrete in Lui, ed Egli in Voi.
    Condotti dal suo spirito voi entrerete in una via di dolori, ed Egli vi mostrerà come si sopportino fortemente;
    lungo tempo voi dovrete faticare, stentare, ed Egli vi sarà maestro di perseveranza ;
    la Patria vi dimanderà sacrilizii di comodi, di sostanze, di affetti, ed Egli vi insegnerà a farli generosamente;
    e se venga dì che la Patria vi dimandi il sacrifizio della vita, Egli vi insegnerà a morire.
    Sì sì, o CARLO ALBERTO, per noi come per Te il primo desiderio è la libertà della
    nostra Patria; è come un elemento che entra nel nostro sangue, è come l’aria senza
    di cui non possiamo vivere.
    Qui col latte i bambini succhiano dal seno materno l’amore di Patria, qui i Padri insegnano ai loro figli
    a ripetere tra i primi e più cari i nomi d’ Italia e di libertà, qui il Popolo impara da’ suoi Sacerdoti , che chi non soccorre alle miserie della Patria terrena non merita la Celeste;
    qui il Cittadino prendendo le armi benedice a chi gliele ha date, e su quell’armi giura che Italia vivrà!
    O CARLO ALBERTO!
    quando di noi ragionerai al Signore, digli che soffrimmo, e che servimmo assai, digli che meritiamo la libertà, digli che quel bisogno di libertà, che ci ha messo in cuore, finora non ci fruttò che dolori, digli, oh digli, che lo soddisfi una volta, o ce lo strappi dal cuore.
    https://archive.org/stream/bub_gb_skJMqChoeJIC#page/n9/mode/2up

  2. retorica infinita e malafede di chi era un gradino sopra per cultura e censo… ma sogno di cambiamento in tutti, come oggi con facili illusioni… e c’è chi, nonostante i mezzi d’informazione, continua a manipolare le folle nascondendo la realtà.. e ci riesce!
    Una volta schiavi è dura la strada per togliersi le catene di dosso! ma la costanza e la coerenza alla fine vinceranno…

  3. Parole dette al suo popolo dall’arciprete di Abano don Antonio Ferraro (ARCIPRETE DI ABANO MORTO IL 15 MARZO 1880 DI ANNI 63) il giorno 7 ottobre nel quale porgevansi azioni di grazie a Dio per la liberazione dallo straniero delle venete provincie e loro felice annessione all’Italia sotto il regno costituzionale del re galantuomo Vittorio Emanuele 2 – Padova 1866 – :

    – La causa dell’unità, della libertà dell’indipendenza della nostra patria, il sommo cioè fra i beni della vita, di cui possa essere agli umani largitore Iddio, dopo tant’anni di angoscie, di cimenti, di lotte con indomabile costanza durate, questa causa è vinta: liberata oramai la Venezia dalla funesta presenza dello straniero, oggi solo, possiam dir daddovero I’ltalia è.
    O Italia, o terra, a preferenza di altre sorrisa dallo sguardo benedetto di Dio; o la più bella, la più seducente dell’opere uscite dalla mano creatrice di lui; o classica terra dalle preziose memorie, dagl’inimitabili monumenti; o culla e stanza, del genio, della poesia, dell’arte; corsa e ricorsa sempre da prepotenti stranieri, e fatta da loro indegna palestra di crudeltà, di rapine, di massacri, di sangue, sei dunque nostra?
    Possono adunque i figli tuoi senza vergogna baciar le tue zolle, chiamarsi finalmente e con orgoglio, italiani? https://play.google.com/books/reader?id=1bXj-lviu7AC&printsec=frontcover&output=reader&hl=it&pg=GBS.PP2

    – […] La gelosa e pavida Europa, io non so intenderne il perché, vuole un voto da noi, pretende cioè che ci pronunciamo sulle nostre sorti future, se debbano o meno, essere all’Italia, nostra madre diletta, congiunte; da noi, che diciotto anni or sono corremmo volonterosi come un sol’ uomo ad annetterci al glorioso regno dell’ immortal Carl’Alberto; da noi che in mezzo ai ceppi divincolandoci a tutto potere, fummo sempre di cuore e di anima italiani; da noi che abbiamo sacrificato sostanze, averi, e quello che è più i nostri figli, per la causa d’ Italia; da noi infine che al primo spuntare del patrio vessillo, ci precipitammo furenti di giubilo, a baciarne i santi e benedetti colori.
    Or bene, s’appaghi anche in questo il desiderio d’Europa, e ci sembri anzi, troppo tardo l’istante di potere un altra volta proclamare al cospetto del cielo e della terra la nostra irrevocabile volontà.
    Vi sarà alcuno che manchi fra noi? Potrà un solo, subornato forse da qualche tristo, che portasi tutto intero nell’ anima un collegio di farisei, restare incerto fra il sì, ed il no?
    Ah! il dubbio solo v’offende, o Parrocchiani, bene io m’accorgo, e funesta la gioja, onde sono i vostr’animi in
    questo dì esilarati.
    Venite adunque, e rispondete tutti, quando che sia, al mio appello.
    Portiamo il nostro SI solennemente splendido sulla fronte, per depositarlo quindi giulivi nell’ urna, e ci conforti a quest’ atto innanzi tutto, il sapere, che l’ltalica Unità,è opera della mano di Dio, e farebbe contro al volere di Dio, chi tentasse di porre inciampi al compi mento dell’opera sua; ci conforti in secondo luogo il rimembrare, che col nostro SI, renderemo omaggio al migliore dei Re,
    al Re Galantuomo, al più prode de’ soldati, a Lui che tante volte ha giuocato la corona e posta cimento la vita e quella degli stessi suoi figli per l’ indipendenza d’ Italia, a Lui ch’é buono, umano, caritatevole, padre più che regnante de’ sudditi suoi, a Lui infine, al quale dopo Dio, tutti, quanti son gl’Italiani dall’Alpi al Lilibeo, vanno debitori della loro politica e civil redenzione.
    Sia adunque il nostro grido oggi e sempre: Viva l’ltalia Una – Vogliamo Vittorio Emanuele II per nostro Re.
    https://play.google.com/books/reader?id=1bXj-lviu7AC&printsec=frontcover&output=reader&hl=it&pg=GBS.PA14

    • Come il fondatore della 2° Repubblica veneta Daniele Manin parlava nel periodo del Risorgimento sui Savoia e sull’ Unità :

      — Dovendo l’Italia avere un re, non poterlo avere altrimenti che in Vittorio Emanuele: gl’italiani tutti, amanti d’indipendenza , concorressero operosi intorno a questo miracolo di re, e farebbero l’Italia indipendente e libera :
      andassero ormai sbandite e dimenticate le sette, le divisioni e le gelosie passate, e financo le proprie inclinazioni e simpatie, e fosse il grido comune dall’un capo all’altro della penisola: Vittorio Emanuele Re d’Italia. — https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n15/mode/2up

      — Ho veduto la settimana scorsa il contino Casati. Parlando di Napoli, gli dissi che se la rivoluzione rovesciasse il Borbone , dovrebbe proclamare Vittorio Emanuele re d’Italia.
      Ed egli rispose: Magari ! https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n85/mode/2up/search/emanuele

      — Ai repubblicani della Giunta Nazionale d’Azione :
      Dopo le vicende del 48 e del 49 la politica dinastica, in Piemonte, deve consistere necessariamente nel vincere lo straniero, e nel riunire tutta la Penisola sotto lo scettro di Casa Savoia. Se così non fosse, qual significato avrebbe la bandiera tricolore nelle file dell’esercito sardo?
      Questa bandiera, o signori, che attira sul governo del re tante minacce e tanti pericoli…, questa bandiera, salutata con amore dal nobile figlio di Carlo Alberto, è un testo luminoso che non ha bisogno di commento.
      Dunque Casa Savoia vuole, come noi, l’indipendenza e l’ unità d’Italia.
      Questo santo scopo Vittorio Emanuele, secondato dall’opinione liberale, avrebbe i mezzi di raggiungerlo quando che sia.
      Perchè dunque, invece di rendere forte il Piemonte coll’opera del vostro senno e del vostro braccio , voi attendete ad infievolirlo, opponendo in Italia allo stendardo regio un altro stendardo, lo stendardo repubblicano?
      Per la memoria di Dottesio e di Sciesa (dirò con Giuseppe Mazzini), per le migliaia che gemono nelle prigioni, pei milioni che gemono oppressi dalla doppia tirannide, pei centomila Austriaci stanziati nelle nostre contrade, per la battaglia suprema che ci pende sopra, la patria v’ intima silenzio….
      Dare vanti al nemico voi non dovete discutere che del come atterrarlo, del come inspirare fiducia nel popolo, dargli armi e cartuccie dove ei ne manca , del come accentrare tutti gli elementi a un disegno, ad una mossa… nel gran giorno della vendetta nazionale.
      Repubblicani d’Italia, siate italiani!
      L’impresa della nostra politica redenzione voi non potete assumerla coscienziosamente se non quando il Piemonte vi avrà rinunciato , abolendo lo Statuto e rinnegando la bandiera nazionale.
      Ma oggigiorno il Piemonte, malgrado i mille ostacoli che sorgono ad impedirgli il passo, procede sulla buona via: dovete dunque seguirlo.
      S’arresta egli? Dovete stimolarlo. Vacilla?
      Dovete sostenerlo acciò non cada. Guai a voi , se il Piemonte cadesse!
      Caduto il Piemonte, voi non avreste la repubblica, siatene certi; ma, dopo inutili conati per riuscire Italiani, vi ritrovereste un bel giorno o Tedeschi o Francesi. Avvertite alle condizioni politiche della patria nostra.
      Noi abbiamo nemici palesi, nemici occulti, e freddi o falsi amici. Avversando il Piemonte, voi dunque, con intenzioni pie, attendete a colorire disegni parricidi ; predicando la repubblica nazionale , voi vi adoperate in prò dello straniero. Il caso è serio!…. pensateci seriamente. https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n145/mode/2up/search/emanuele

      — Persona molto intelligente che viene da Torino m’assicurava che ivi è ancora prevalente e quasi esclusiva l’idea del Regno dell’ Alta Italia.
      Quello che non so comprendere, e che non vogliano discutere, nè lasciar discutere l’ipotesi della rivoluzione.
      Comunque sia, diletto amico mio , stimerei opportuno seguire il sapiente proverbio veneziano : « Se tutti dicono che sei ubbriaco, vattene a letto. » Buona notte.
      https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n59/mode/2up

      — «Dissi che il partito nazionale italiano doveva prestare il suo concorso alla monarchia piemontese, finché ed in quanto questa camminasse nella via conducente allo scopo comune : L’indi-
      pendenza e l’unificazione d’Italia.
      II partito nazionale non abdica; concorre. Concorso è azione, e non inerzia.
      Già in marzo 1854, quando protestai contro i consigli di lord John Russell, ho affermato che noi ci agiteremo sempre, finché le indomabili nostre aspirazioni di nazionalità non saranno soddisfatte.
      Ed oggi, in nome del grande partito nazionale, dico ai patriotti italiani : « Agitatevi ed agitate, ardentemente, incessantemente, finché non sia raggiunto lo scopo nostro , finché l’Italia non sia diventata indipendente
      ed una. »
      Ho fede che la monarchia piemontese sarà con noi : questa mia fede fu da recenti avvenimenti aumentata. Se fosse delusa, sarebbe una grande sventura: ma non per questo il partito nazionale italiano dovrebbe desistere dall’opera sua.
      In ogni caso, in ogni ipotesi, e finché l’Italia non sia diventata indipendente ed una, Italiani tutti che amate la terra vostra natale, ascoltate questa parola che vi vien dall’esiglio: Agitatevi ed agitate. Manin. »
      Parigi, 23 maggio 1856. https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n135/mode/2up

      — Quando sapranno gli altri, e sapremo noi stessi, che vogliamo tutti la stessa cosa, che tendiamo tutti allo stesso scopo; la coscienza della nostra forza sarà in noi ingigantita, e gl’inimici nostri comincieranno ad aver coscienza della debolezza loro.
      Siamo venticinque milioni.
      La volontà unanime d’una nazione di venticinque milioni non può da nessuna forza materiale essere compressa.
      Gl’inimici nostri , e ce lo ripetè non ha guari in tuono di scherno un giornale di Vienna, contano sulle desiderate nostre discordie.
      Proviamo loro che questa volta s’ingannano; proviamo loro che l’alleato, che un tempo solevano pur troppo trovare nelle discordie nostre passate , è stato ucciso dalla concordia nostra presente.
      Chiunque in qualunque maniera concorrerà a dar questa prova, renderà un gran servigio all’Italia.
      L’unanime consentimento nella formola nazionale:
      Indipendenza ed Unificazione
      e nella presente sua pratica applicazione :
      Vittorio Emanuele re d’Italia,
      dovrebbe da un capo all’altro della Penisola manifestarsi in alcuno dei mille modi che sa inventare l’iniziativa feconda di un popolo in agitazione.
      Amate l’amico vostro Manin. https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n139/mode/2up

      — Per vincere cannoni e soldati, occorrono cannoni e soldati, occorrono buone armi ; buone armi e non ciance.
      Il Piemonte ha soldati e cannoni : dunque io sono piemontese.
      Il Piemonte, per antica consuetudine, per educazione, per genio e per dovere, oggidì è monarchico : io dunque non sono repubblicano.
      E me ne sto pago allo Statuto di Carlo Alberto, aspettandone lo sviluppo ed il perfezionamento, non dalle vo-
      lontà degli uomini, ma dalla forza delle cose.
      L’indipendenza, lo ripeto, è la vita delle nazioni.
      Prima dunque l’indipendenza, poi la libertà: prima io voglio vivere — a viver bene, ci penserò più tardi.
      Una guerra nazionale vuol essere combattuta con armi nazionali.
      Ora l’Italia possiede due forze vive: l’opinione italiana e l’esercito sardo.
      Ciascuna di queste due forze è impotente a far da sè; ma le due forze — esercito sardo e insurrezione popo-
      lare — s’avvalorino a vicenda, appoggiandosi l’ una su l’altra, e noi avremo di leggieri quell’ Italia armata che deve precedere necessariamente l’Italia libera.
      Abbiamo bisogno del re sardo?
      Accarezziamolo, e sopratutto non offendiamolo con velleità repubblicane.
      Parlare ora d’assemblee non è opportuno.
      Ammaestrato dagli errori, antichi e novelli, io non voglio assemblee popolari nel primo periodo della nostra rivoluzione.
      A che gioverebbero queste assemblee durante la guerra?
      A nutrire le nostre discordie, con grave discapito delle operazioni militari.
      Durante la guerra d’indipendenza io non voglio libertà , ma dittatura : la dittatura d’un soldato.
      In Italia la nazione non esiste ancora in fatto ; ma esiste un governo liberale che la rappresenta in diritto.
      Non ci è dato di scegliere fra due partiti : noi dobbiamo accettare questo governo di grado o di forza.
      Perchè dunque le città italiane, cólto il momento opportuno, non si solleverebbero gridando : Viva la
      dinastia di Savoia?
      Forse che la dinastia di Savoia non diede principio ad un’èra di libertà pubblicando lo Statuto?
      Forse che non inaugurò una politica nazionale colla guerra del quarantotto?
      Forse che non persiste in questa politica, dopo i disastri del quarantanove?
      Forse che lo Statuto piemontese, malgrado le sue imperfezioni, non sarebbe ancora un immenso benefìcio per l’altre provincie d’Italia, bistrattate dalla tirannide domestica, o ricadute sotto il giogo straniero?
      Ma chi vi dice che noi dovremmo starcene paghi a questo Statuto in avvenire?
      La libertà è progresso.
      Voi mi obbiettate: « Vittorio Emanuele è principe: noi dobbiamo diffidare de’ principi, dacché l’interesse dinastico è in opposizione coll’interesse popolare. I fatti lo provano : noi deploriamo i tradimenti di Pio IX, del re di Napoli e del granduca di Toscana. »
      Ebbene, io rispondo , se per un fortunato accidente l’interesse del re sardo non fosse quel medesimo interesse da cui vediam governarsi il granduca di Toscana, il re di Napoli e Pio IX; se il re sardo avesse anzi un interesse contrario, quello di non tradirci…. perchè ci tradirebbe egli ?
      Ora potete voi credere che l’interesse dinastico in Piemonte non consista nel vincere lo straniero, e nel riunire tutta la Penisola sotto lo scettro di Casa Savoia?
      Ecco la politica d’un re sardo, colla quale mal saprebbero, certo, accordarsi gl’interessi degli altri
      principi italiani.
      Perchè dunque Vittorio Emanuele non sarebbe l’eletto della Provvidenza per compiere la grande opera
      della nostra politica redenzione?….
      Dall’’UNIONE del 27 novembre 1854. https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n143/mode/2up

      — Io sono dell’avviso contrario, e mi giova ripeterlo : Luciano Murat sul trono di Napoli sarebbe il dualismo nella Penisola italiana; quindi impossibile l’unificazione , impossibile la nazionale indipendenza.
      Alla catena fabbricata a Vienna sarebbe sostituita un’altra catena fabbricata a Parigi, ed il liberalismo di
      re Luciano non riuscirebbe probabilmente gran fatto diverso dal liberalismo di re Gioachino, noto a tutti coloro ai quali è famigliare la storia del suo regno.
      « Gl’Italiani adunque, dirò con voi (citando le vostre stesse parole), vivano uniti nel grande proposito dell’indipendenza e di liberarsi dal giogo di quelli che la osteggiano. »
      A liberarci da questo giogo, ottimo espediente, a parer nostro, è il programma di Daniele Manin.
      Fate l’Italia, o Cam di Savoia, e sono con voi. — Se no, no.
      Bisogna pensare a far l’Italia, e non la repubblica; a far V Italia, e non ad accrescere il Piemonte, immolando all’interesse dinastico il principio italiano. — L’Italia col re sardo! — Ecco il vessillo unificatore.
      Vi si rannodi, lo circondi e lo difenda chiunque vuole che l’Italia sia — e l’Italia sarà.
      Dal DIRITTO del 6 dicembre 1855. https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n161/mode/2up/search/savoia

      — Come cercò di fare proseliti in Piemonte per convincere i piemontesi ad abbracciare l’idea dell’Unità:
      https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n81/mode/2up/search/apostoli

      CONTINUARE A RACCONTARE L’UNITA’ D’ITALIA COME UNA COSA VOLUTA SOLO DALLE AMBIZIONI DI CASA SAVOIA E’ DISONESTA’ INTELLETTUALE.
      Il Piemonte oggi ha anc’esso necessità di liberarsi dall’Italia a causa di gravi problemi di residuo fiscale , mafia meridionale , concorsi pubblici dove vincono stranamente soprattutto romano-meridionali ecc..
      Buttare merda sul Piemonte quando lo sbarco dei mille vide la partecipazione soprattutto di Lombardi e Veneti,
      accusandolo di avere ingiustamente occupato l’Italia , dimostra che anche in Padania non c’è nessuna unità di sentimenti.

      Centosessanta veneti tra i Mille con Garibaldi:
      “Italia Libera, Roma Libera, Venezia Libera e Giuseppe Garibaldi Liberatore. Non si tratta di slogan risorgimentali, ma dei nomi dati ai propri figli da Pietro Freschi, nato ad Altavilla Vicentina nel 1842, che ricorda in questo modo curioso il suo passato di garibaldino.” http://ricerca.gelocal.it/mattinopadova/archivio/mattinodipadova/2010/05/05/VT1MC_VT101.html?

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