di PAOLO L. BERNARDINI
Umberto Eco buonanima nel suo best seller su come si scrive una tesi di laurea, invitava gli indolenti e gli incapaci (ma i primi sono molto più dei secondi) a copiare di sana pianta un’altra tesi di laurea, magari, se si trattava di un laureando del Nord, cercandola al Sud, e viceversa. Erano i tempi in cui non esisteva il web, né tantomeno i software anti-plagio, appunto, di recente creazione. Difficile scovare un bel plagio, dunque, allora. Eco, persona di squisita intelligenza e infinito sapere, non disprezzava certo l’opera del plagiario: ovvero, uno studente che diligentemente plagi qualcosa di buono, alla fine dell’opera di copiatura avrà pur appreso qualcosina. Non avrebbe appreso nulla se avesse forzato il proprio cervello, piccolo o grande, agile o lento, a scrivere qualcosa di “nuovo”, “originale”, “innovativo”, “challenging”.
Non intendo entrare nel merito del recentissimo caso di (presunto) plagio che ha riguardato il m