di LEONARDO FACCO
Esiste un luogo comune che domina il dibattito culturale contemporaneo: “il pensiero critico nascerebbe nelle università, tra gli accademici, nei dipartimenti di ricerca finanziati dallo Stato e nelle aule dove si formano le future classi dirigenti. È un’idea talmente diffusa da essere ormai considerata quasi un dogma. Ma è una balla colossale”! È questa la provocazione lanciata dal professor Antonini de Jiménez – uno straordinario personaggio, che molto presto intervisterò – in un recente intervento destinato a far discutere. La sua tesi è tanto semplice quanto dirompente: il vero pensiero critico non nasce nelle università pubbliche, bensì tra gli impresari, nel mercato insomma. È la concorrenza tra imprenditori, idee, prodotti e servizi che costringe gli individui a ragionare, innovare e migliorarsi continuamente.
Antonini apre la sua riflessione richiamando una delle più celebri affermazioni attribuite a Socrate: «Una vita senza esame non è degna di essere vissuta». Per il filosofo ateniese il pensiero critico rappresentava la condizione essenziale della libertà. Un uomo incapace di mettere in discussione le proprie convinzioni diventa inevitabilmente schiavo delle convinzioni altrui. La domanda, allora, è inevitabile: dove nasce davvero questa capacità di interrogarsi? La risposta convenzionale indica la scuola e l’università. Ma Antonini risponde con una provocazione rispetto al pensiero mainstream: nel mercato!
La concorrenza è una gigantesca selezione naturale delle idee – spiega l’economista spagnolo -. Ogni giorno milioni di imprenditori propongono prodotti, servizi, tecnologie e modelli organizzativi differenti. Alcuni hanno successo. Altri falliscono. Per il semplice fatto – come ha ben spiegato il professor Huerta de Soto – che il mercato è un processo di selezione continua. Ogni consumatore, cliente, vota con il proprio denaro. Ogni acquisto rappresenta un giudizio. Ogni fallimento è una correzione. Ogni innovazione riuscita dimostra che qualcuno ha saputo comprendere meglio i bisogni degli altri.
L’imprenditore non può imporre le proprie idee, a meno che non faccia comunella con lo Stato! L’imprenditore deve convincere la gente a rivolgersi a lui. Se sbaglia, perde capitale, se ha ragione prospera. È esattamente quel fenomeno competitivo che Friedrich Hayek definiva un “processo di scoperta”. Per il premio Nobel austriaco il mercato non serve soltanto a produrre beni: serve soprattutto a scoprire continuamente informazioni che nessuna autorità centrale potrebbe mai conoscere. La concorrenza, scriveva Hayek, è preziosa proprio perché permette di individuare soluzioni che nessun pianificatore avrebbe potuto immaginare.
Antonini de Jimenez osserva che il vero pensiero critico si sviluppa dove esiste competizione. Non soltanto competizione economica, ma anche competizione tra idee, modelli organizzativi e visioni del mondo. Questa intuizione richiama direttamente Israel Kirzner, uno dei grandi economisti della Scuola Austriaca. Per Kirzner l’imprenditore non è semplicemente chi apre un’azienda, ma è colui che scopre opportunità che gli altri non vedono. La sua funzione economica consiste nell’essere costantemente vigile, nel mettere in discussione lo stato delle cose e nell’individuare errori che possono essere trasformati in valore. E non esiste atteggiamento più vicino al pensiero critico, spiega Antonini.
Antonini porta poi alcuni esempi significativi nel suo eloquio. Le università più prestigiose del mondo si trovano prevalentemente in Paesi caratterizzati da economie dinamiche, forti ecosistemi imprenditoriali e intensa concorrenza: Stati Uniti, Israele, Corea del Sud. Al contrario, osserva, nei sistemi completamente statalizzati, come Cuba o la Corea del Nord, le università non sono conosciute per l’innovazione scientifica, bensì per la loro funzione ideologica. Sono indottrinatoi!
Naturalmente il successo accademico dipende da molti fattori e non esclusivamente dal grado di libertà economica. Tuttavia, la correlazione individuata da Antonini richiama un fenomeno ben noto agli economisti: le società più aperte tendono anche a produrre ambienti di ricerca più dinamici, grazie alla maggiore circolazione delle idee, dei capitali e dei talenti.
La critica di Antonini non è rivolta all’università in quanto tale, istituzione nella quale insegna peraltro. È rivolta all’università che smette di confrontarsi con la realtà. Quando il finanziamento pubblico è garantito indipendentemente dai risultati, quando le carriere dipendono più dalla conformità ideologica che dalla qualità della ricerca, quando il dissenso viene scoraggiato anziché incoraggiato, il rischio è quello di sostituire il dibattito con l’uniformità. In queste condizioni, sostiene il professore spagnolo, il pensiero critico lascia spazio all’addestramento. È un’accusa forte, ma realista, che richiama riflessioni sviluppate anche da altri studiosi liberal-libertari.
L’intervento del professor Antonini conduce, infine, a una conclusione profondamente libertaria. La libertà economica non è soltanto uno strumento per aumentare il reddito, ma è anche un metodo di apprendimento collettivo. Ogni imprenditore che tenta una strada nuova, ogni consumatore che cambia preferenze, ogni innovazione che sostituisce una tecnologia precedente contribuisce a quel gigantesco processo di scoperta, allo sviluppo dell’ordine spontaneo.
Per questo motivo il capitalismo non è soltanto il sistema economico che ha generato la maggiore prosperità della storia. È anche il sistema che obbliga maggiormente gli individui a confrontarsi con la realtà. Il mercato non premia i titoli accademici, le dichiarazioni di principio o le appartenenze ideologiche. Premia chi comprende meglio i bisogni degli altri.
Ed è forse proprio questa la più grande lezione dell’intervento di Antonini de Jiménez: il pensiero critico non prospera dove esiste un’unica verità da ripetere, ma dove le idee sono costrette a competere liberamente. Perché soltanto nella libertà è possibile sbagliare, imparare, correggersi e migliorare. In fondo, è questo il motore del progresso umano: non l’obbedienza, ma la continua ricerca della verità attraverso il confronto libero e volontario.

