di LEONARDO FACCO
C’è un filo rosso che lega molte delle politiche ambientali degli ultimi anni: l’idea che la prosperità sia un problema, che il benessere debba essere limitato, che produrre, consumare e crescere economicamente siano peccati da espiare. È la filosofia della “decrescita felice” (secondo i termo-socialisti), trasformata da teoria accademica a programma politico in molte cancellerie occidentali. Contro questa visione si scaglia senza mezzi termini Antonini de Jimenez, economista di gran lustro, che individua nell’ecologismo radicale una delle più recenti incarnazioni del marxismo culturale. La sua è una critica, espressa in uno dei suoi “video express”, durissima, e politicamente molto scorretta: secondo de Jimenez, la retorica della decrescita non nasce dalla volontà di salvare il pianeta, bensì da una concezione ideologica che considera la ricchezza un male e la povertà una virtù.
Secondo l’economista spagnolo, che insegna in Colombia, il messaggio che viene veicolato è semplice quanto pericoloso: bisogna guadagnare meno, consumare meno e rinunciare al benessere in nome della salvaguardia ambientale. Una narrazione (una storia inventata insomma) che, osserva de Jimenez, finisce per trasformare la crescita economica nel principale nemico dell’umanità. La produzione di ricchezza non viene più vista come il motore del progresso, ma come la causa di ogni squilibrio ecologico. Eppure la storia economica racconta esattamente il contrario.
Ci ricorda de Jimenez, “che sono proprio i Paesi più ricchi ad avere le tecnologie più avanzate per ridurre l’inquinamento, depurare l’acqua, migliorare l’efficienza energetica e finanziare la ricerca scientifica. Le nazioni più povere, invece, sono spesso quelle dove l’ambiente viene devastato perché mancano infrastrutture, investimenti e tecnologie”. La ricchezza, dunque, non è il problema. È molto spesso la soluzione.
La teoria della decrescita sostiene che per salvare il pianeta occorra produrre meno. Ma cosa significa concretamente? Produrre meno significa investire meno; investire meno significa innovare meno; innovare meno significa rallentare il progresso tecnologico che proprio negli ultimi decenni ha consentito di ridurre consumi energetici, emissioni e sprechi. E se i costi sono aumentati purtroppo è dovuto a tasse e regolamentazione. L’idea che la società possa prosperare rinunciando alla crescita economica appare, sotto questo profilo, una contraddizione evidente. Non esiste alcun esempio storico di un Paese diventato più pulito impoverendosi, a meno che non si prenda Cuba come esempio! Esistono invece numerosi casi di economie che, diventando più ricche, hanno potuto permettersi standard ambientali sempre più elevati.
Uno dei passaggi più significativi dell’intervento di Antonini de Jimenez riguarda l’energia nucleare. L’economista cita il disastro di Černobyl per sostenere una tesi controcorrente: la tragedia non rappresenterebbe il fallimento dell’energia nucleare, bensì quello del sistema socialista che la gestiva. Secondo de Jimenez, attribuire l’incidente alla tecnologia anziché al contesto politico significherebbe ignorare il ruolo decisivo dell’organizzazione economica e istituzionale dell’Unione Sovietica. La sua conclusione è netta: se l’Europa non avesse progressivamente demonizzato il nucleare, oggi disporrebbe di una maggiore autonomia energetica e non si sarebbe trovata così esposta alla dipendenza dal gas russo, con tutte le conseguenze economiche emerse dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il punto più importante dell’analisi di de Jimenez riguarda il rapporto tra ecologismo e marxismo culturale. Secondo lui, molte delle attuali campagne ambientaliste hanno progressivamente abbandonato l’approccio scientifico per assumere caratteristiche quasi, se non, religiose. Non si discute più su costi e benefici delle politiche pubbliche. Si individuano e stigmatizzano i colpevoli. Si additano i peccatori capitalisti e si propone l’espiazione attraverso rinunce, gabelle, divieti e limitazioni dei consumi. La lotta alle emissioni diventa così il nuovo terreno sul quale riproporre la tradizionale ostilità ideologica verso il mercato e l’accumulazione di capitale.
La domanda finale è inevitabile: vogliamo affrontare le sfide ambientali attraverso innovazione, ricerca e crescita economica, oppure attraverso una progressiva riduzione della produzione e dei consumi?
Antonini de Jimenez non ha dubbi sulla risposta: per lui “la decrescita non rappresenta una soluzione ecologica, ma una nuova forma di pianificazione ideologica, nella quale la ricchezza viene guardata con sospetto e il mercato considerato il principale nemico da combattere”. Si può condividere o meno la durezza delle sue parole, tuttavia sui contenuti ha ragione da vendere. La storia economica insegna che è la prosperità a fornire le risorse necessarie per proteggere l’ambiente, non la povertà elevata a programma politico.

