Venezuela sommersa dal debito: il Fallimento del “Socialismo del XXI Secolo”

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di ARTURO DOILO

​Le cifre shock riportate dall’AGI certificano il collasso strutturale prodotto dalle politiche demagogiche di Chávez e Maduro e dipingono l’ennesimo, drammatico capitolo della cronaca di un disastro annunciato. Un disastro che ora ha conseguenze ulteriori sulla popolazione, vittima di un disastroso doppio terremoto, che si lamentano dell’inefficienza statale nei soccorsi.

Il Venezuela si appresta a ufficializzare un debito pubblico monstre di ben 240 miliardi di dollari, una cifra astronomica che polverizza tutte le stime precedenti e che si colloca ben oltre il 200% del Prodotto Interno Lordo (PIL) del Paese. Questo macigno finanziario viene a galla nel momento in cui Caracas – oggi guidata ad interim da Delcy Rodríguez dopo i convulsi stravolgimenti politici e la fine dell’era di Nicolás Maduro – tenta una disperata quanto opaca ristrutturazione dei propri bond sovrani per rientrare sui mercati globali, dopo quasi un decennio di isolamento.

Questo abisso finanziario non è l’effetto di una sfortunata congiuntura astratta o di pretese «guerre economiche» esterne, ma rappresenta il logico, inevitabile epilogo di quasi trent’anni di delirio ideologico socialista. Il collasso di quella che un tempo era la nazione più ricca, avanzata e promettente dell’America Latina porta la firma indelebile di due uomini e del loro modello economico collettivista, ispirato da quel criminale di Fidel Castro: Hugo Chávez e il suo successore Nicolás Maduro.

​Le radici della catastrofe risalgono alla fine degli anni Novanta con l’avvento del cosiddetto «Socialismo del XXI Secolo». Forte di un ciclo di prezzi petroliferi storicamente altissimi, Hugo Chávez imboccò con foga la strada del populismo e dell’assistenzialismo più sfrenato. Invece di diversificare l’economia (anzi ha distrutto l’impresa privata) e investire nello sviluppo strutturale, il regime chavista utilizzò i proventi del greggio come un gigantesco bancomat ideologico. Si avviò una massiccia e sistematica campagna di espropriazioni forzate e nazionalizzazioni di imprese private, industrie, banche e aziende agricole, distruggendo completamente l’apparato produttivo interno e azzerando la certezza del diritto per qualsiasi investitore.

La stessa PDVSA, la potentissima compagnia petrolifera statale, venne epurata dei tecnici e dei manager più competenti per essere riempita di burocrati fedeli al partito e militari legati al regime. Il risultato fu il progressivo deterioramento degli impianti estrattivi e delle raffinerie, con una produzione crollata negli anni a una frazione del suo potenziale storico. Finché il petrolio è rimasto sopra i cento dollari al barile, l’insostenibilità del modello è stata mascherata da sussidi pubblici erogati a pioggia, volti esclusivamente a comprare il consenso elettorale e a cementare il controllo sociale.

​Con la morte di Chávez e l’ascesa al potere di Nicolás Maduro, i nodi sono venuti brutalmente al pettine. Al calo fisiologico dei prezzi del greggio (e la distruzione dell’azienda petrolifera di Stato, che ha ridotto a un terzo la produzione), il regime ha risposto con l’unica ricetta che la pianificazione socialista conosca: il controllo ossessivo dei prezzi, il blocco dei cambi valutari e la stampa selvaggia di moneta. Questa combinazione letale ha scatenato la più devastante iperinflazione della storia moderna, polverizzando il potere d’acquisto della popolazione, riducendo alla fame milioni di persone e provocando un esodo biblico di oltre sette milioni di profughi.

​Per mantenere in piedi l’enorme e parassitario apparato repressivo, il governo di Maduro ha continuato ad accumulare obbligazioni e debiti occulti con partner geopolitici spregiudicati, nascondendo fino all’ultimo la reale entità del passivo. I dati emersi in questi giorni — con i bond venezuelani scambiati a livelli di pura speculazione a circa 55 centesimi di dollaro, escludendo anni e anni di interessi non pagati — dimostrano come il Paese sia stato ridotto a un cumulo di macerie finanziarie.

L’aspetto più inquietante della vicenda attuale, evidenziato dal report dell’AGI, riguarda le modalità con cui l’esecutivo transitorio sta gestendo la crisi. La valutazione di sostenibilità del debito non è stata redatta dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), come la prassi internazionale imporrebbe in crack sovrani di questa portata, bensì dalla banca d’affari privata americana Centerview Partners. Questo solleva profondi e legittimi timori tra le forze di opposizione venezuelane: procedere a una ristrutturazione accelerata al di fuori delle rigide regole e del controllo del FMI rischia di indebolire gravemente la posizione negoziale dello Stato, esponendolo a pesanti svalutazioni selvagge e penalizzando ulteriormente le generazioni future.

​Il dramma del Venezuela rimane l’ennesimo, inconfutabile monito storico. Laddove lo Stato pretende di farsi imprenditore unico, di annientare l’iniziativa privata e di pianificare centralmente la vita economica in nome della giustizia sociale e del collettivismo, l’esito è matematicamente identico: miseria generalizzata, iperinflazione, indebitamento record e la privazione assoluta delle libertà fondamentali. E non fosse bastato è arrivato il terremoto!

P.S. Nella foto d’apertura la gente che manifestava scriveva su quel lenzuolo: “Il socialismo ci sta ammazzando”. Il disastro naturale sta facendo il resto… Che tristezza…

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